“Elizabeth Costello” – John Maxwell Coetzee

Che cos’è la letteratura? Questa è la domanda che mi sono posto più volte leggendo “Elizabeth Costello” (“E.C.”). Perché è su questa domanda che “gira” “E.C”., e Coetzee ci “gira” da par suo. Perché non si accontenta di fare un saggio, né tanto meno di fare un romanzo, bensì fa le due cose insieme.

Crea un saggio – romanzo o un romanzo – saggio a seconda che come lettori si voglia propendere per l’una o l’altra di queste due forme contenute in “E.C.”. Perché “E.C.” è un libro all’ interno del quale si svolge una raffinata operazione di metaletteratura, ma, nello stesso tempo è un romanzo, a suo modo dolente, sui grovigli, i disincanti, i dubbi, le perdite, le assenze di risposte e di sentimenti in cui la scrittrice E. C. si ritrova, giunta com’ è ad un’età, in cui è passata da “donna di una certa età a donna decisamente anziana”.
Ed è in questo gioco di rimandi, di specchi, di risposte non pervenute e di domande accumulate tra la scrittrice E. C. e la donna E. C. che si annida, secondo me, il senso e l’anima di questo libro.
In tal senso ho tentato di “rileggere” “E. C.” libro cercando di tenere insieme E.C. scrittrice e E. C. donna, “seguendole” lungo tre delle sei lezioni che Coetzee fa tenere alla scrittrice in giro per il mondo e sulle quali, per mia scelta, ho preferito soffermarmi.

Nella prima lezione E. C. si trova in Pennsylvania, in un College, per ricevere un premio internazionale. Il discorso di accettazione che terrà al momento della consegna del premio s’intitola: “Che cos’ è il realismo?”. “Il realismo” dice Coetzee “non si è mai trovato a suo agio con le idee. Non potrebbe essere altrimenti: il realismo si fonda sull’ idea che le idee non godano di vita autonoma, che possano esistere solo nelle cose. Così, quando si tratta di discutere di idee,…il realismo è portato a inventare situazioni – passeggiate in campagna, conversazioni – in cui i personaggi danno voce a idee contrastanti e di conseguenza in un certo senso le incarnano. L’idea di incarnare si dimostra fondamentale.”. Il realismo è quindi portato a creare dei contesti di finzione, a servirsi di modalità illusorie, a creare l’illusione di realismo. La quale, quest’ultima, è, peraltro, uno dei segreti della buona letteratura. “Non è una buona idea interrompere troppo spesso la narrazione” dice Coetzee “perché raccontare significa cullare il lettore o l’ascoltatore inducendo uno stato simile al sogno in cui il tempo e lo spazio del mondo reale sbiadiscono, sopraffatti dal tempo e dallo spazio della finzione. Irrompere nel sogno riporta l’attenzione all’ artificiosità della storia, e rovina l’illusione di realismo”

Di conseguenza il realismo in letteratura non può essere dire ciò che le cose sono, ormai non più, perché non sappiamo più ciò che le cose sono. Dice E. C. scrittrice: “Le parole sulla pagina non si ergeranno più una per una a proclamare: << Significo quello che significo! >> Il dizionario, che stava accanto alla Bibbia e alle opere di Shakespeare sopra il camino,…è diventato solo un cifrario, uno tra tanti. ”Il realismo che pure è anch’ esso finzione è tuttavia il punto di partenza per arrivare a cogliere non la vita in sé, ma ciò che resta incastonato nella vita: ”La scimmia di Kafka è incastonata nella vita. E’ quel suo essere incastonata nella vita che è importante, non la vita in sé”.

Ma E. C. scrittrice, che ci parla di realismo, come donna, di quale realismo è portatrice ? E amaramente, ma “realisticamente”, potremmo rispondere con le sue stesse parole: “Oggi siamo solo attori che recitano la loro parte”. Perché E.C. scrittrice e donna: “Potrà tornare in patria con la sua vera identità sana e salva, lasciando dietro di sé un’immagine falsa, come tutte le immagini…. questa donna di cui attendete le parole come fossero quelle di una Sibilla, è la stessa donna che, quarant’ anni fa, passava un giorno dopo l’altro chiusa nel suo monolocale ad Hampstead, a piangere tutta sola, trascinandosi per le strade buie la sera a comprare pesce fritto e patatine di cui si nutriva, per poi addormentarsi tutta vestita.
E’ la stessa donna che in seguito avrebbe seminato il terrore a Melbourne, girando per la casa con i capelli svolazzanti in tutte le direzioni, gridando ai figli:<< Voi mi uccidete! Mi state strappando la carne di dosso! >> E’ questo il mondo segreto dell’oracolo. Come potete sperare di capirla prima di sapere davvero com’ è?”

La seconda lezione si tiene su una nave da crociera, dove E. C. è stata invitata per tenere una conferenza su: “Il futuro del romanzo”. Ma a quella crociera, per tenere anch’egli una conferenza, è stato invitato un altro scrittore, Emmanuel Egudu, uno scrittore africano, una vecchia conoscenza di E. C.. A Egudu è stato chiesto di parlare sul tema “Il romanzo in Africa”. Ma mentre la conferenza di E.C. si svolge senza particolare entusiasmo: “l’applauso finale mancò di entusiasmo”, la conferenza di Egudu la farà da protagonista, essendo peraltro il titolo della sua conferenza quello che Coetzee dà a questa lezione.
Ed Egudu, volto com’ è ad esplicitare l’essenza e la natura del romanzo africano, pone una questione cruciale cioè la distinzione tra romanzo e romanzo orale. Perché, dice Egudu: “Il romanzo africano, il vero romanzo africano, è solamente orale”.E com’ è allora il romanzo non africano, cioè il romanzo che noi intendiamo e pratichiamo?

Partiamo dalle parole di Egudu. “…la lettura non è una forma di intrattenimento tipicamente africana. Fare musica si; danzare si; mangiare si; chiacchierare si – chiacchierare tanto. Ma leggere no, soprattutto leggere lunghi romanzi. Leggere ha sempre colpito noi africani come un’attività stranamente solitaria, imbarazzante. Quando noi africani visitiamo le grandi città europee…vediamo che la gente in treno tira fuori libri dalla borsa e dalle tasche e si ritira dentro mondi solitari. Ogni volta che compare un libro, è come se venisse issato un cartello. Lasciatemi in pace, sto leggendo, dice il cartello. Quello che leggo è molto più interessante di quanto potresti mai esserlo tu. Bé, noi non siamo fatti così in Africa, non ci piace isolarci dagli altri e ritirarci dentro mondi privati. E’ come mangiare da soli o parlare da soli. Non è nostro costume. Lo troviamo un po’ folle.”
Se quindi l’esperienza della lettura come si è configurata nella nostra cultura è un’esperienza solitaria, che esclude la condivisione, ha questo una relazione con il nostro modo di fare e concepire romanzi? Ebbene si, perché anche il romanzo, l’idea stessa del romanzo e della sua scrittura è un’esperienza solitaria, giacché lo scrittore è colui che separatosi dal mondo e rinchiusosi nella suo isolamento scrive per lettori che separati dal mondo e rinchiusi nel loro isolamento lo leggeranno.

“Così il romanzo africano,” prosegue Engudu “direi, nella sua essenza, e prima ancora che sia scritta la prima parola, è una critica del romanzo occidentale, che è andato cosi’ avanti sulla strada della disincarnazione – pensiamo a Henry James, pensiamo a Marcel Proust – che il modo più appropriato e in verità l’unico per assorbirlo è nel silenzio e nella solitudine.”. E citando lo storico della cultura orale Paul Zumthor conclude riportando queste sue parole “Ogni giorno che passa scompaiono diverse lingue, nel mondo, ripudiate, soffocate…Uno dei sintomi della malattia è stato senza dubbio, fin dal principio, quello che chiamiamo letteratura; e la letteratura si è consolidata, ha prosperato ed è diventata quello che è – una delle massime dimensioni dell’umanità – proprio negando la voce.”
Il romanzo occidentale, quindi, sia nel momento della sua creazione, che nel momento della sua fruizione è un luogo di separazione dal mondo, di negazione della voce e del corpo altrui.

Ma E. C. su questi discorso del romanzo orale si irrita, si infastidisce, non capisce: “trova l’idea centrale profondamente confusa”. Per lei “è solo l’ennesimo modo per riproporre la mistica dell’Africano come ultima riserva delle energie umane primigenie”. In conclusione per E.C.: “Se vuoi che sia…- un blocco di carta che entra in una tasca e al tempo stesso un essere vivente – allora il romanzo non ha futuro in Africa.” Lo scontro tra modelli e visioni della letteratura, ma prima ancora tra modelli e visioni del mondo, tra culture, tra modi di stare al mondo, che questa questione pone viene rifiutato da E.C. che la relega a scopi e fini personali: “Emmanuel ha…un interesse personale…non ha scritto un libro di valore da dieci anni. La prima volta che l’ha incontrato si poteva ancora definire onorevolmente scrittore. Ma adesso si guadagna da vivere parlando. I suoi libri sono solo credenziali….non è un compagno scrittore; non più. E’ entrato nel circuito delle conferenze per i soldi, e anche per altre gratificazioni. Il sesso, per esempio.”

E quando prende atto che Emmanuel ha trascorso la notte con la cantante russa dell’orchestra della nave si accorge che: ”E’ gelosa? Ma come è possibile? Eppure essere fuori dal gioco è una cosa dura da accettare. Come tornare bambini e dover andare a letto presto. Torna col pensiero a Kuala Lumpur, a quando era giovane, o quasi giovane, alle tre notti di fila passate con Emmanuel Egudu, anche lui giovane, allora.<> e lui l’aveva stesa, le si era sdraiato sopra, le aveva appoggiato le labbra all’ orecchio, le aveva aperte, le aveva soffiato dentro il fiato, le aveva fatto vedere.” Un’annotazione a margine. Coetzee fa dire a Egudu: “… legga il mio conterraneo Ben Okri….Legga Okri. La troverà un’esperienza istruttiva”. Io l’ho letto e ne ho un bel ricordo.

La terza lezione si svolge in Sud Africa, dove E. C. si reca per partecipare alla consegna di una laurea ad honorem a sua sorella Blanche, la quale fattasi suora ha mutato il suo nome in Bridget e dirige un’importante ospedale dove vengono curati i bambini affetti da Aids . Di questa esperienza Blanche ( B.) ha parlato in un libro, da lei scritto, che ha avuto successo e l’ha resa famosa e per il quale gli è stata assegnata la laurea. In occasione della consegna della laurea B. tiene un’allocuzione avente ad oggetto: “Le discipline umanistiche in Africa”.

Dopo un’excursus storico sulla nascita degli studi umanistici, avvenuta come conseguenza dell’attività di esegesi dei testi biblici, B. si sofferma sul senso odierno degli studi umanistici, ed ovviamente, dal suo punto di vista, perseguendo ella l’obiettivo della redenzione, per lei la parola (il Verbo Vero) deve essere finalizzato a questo.
Ed, in tal senso, obietta B.: “Quella parola non si può trovare nei classici, che si pensi ai classici come Omero e Sofocle oppure Omero e Shakespeare e Dostoevskij.
In un’epoca più felice della nostra la gente poteva illudersi che i classici dell’antichità offrissero un insegnamento di vita. Ai nostri giorni ci siamo accontentati, di rivendicare che lo studio dei classici possa rappresentare almeno un modo per guadagnarsi da vivere…. Sono una figlia della Chiesa Cattolica, non della Chiesa riformata, ma il mio plauso va a Martin Lutero quando volta le spalle a Erasmo da Rotterdam, convinto che il suo collega, malgrado gli immensi doni intellettuali, sia stato trascinato dentro branche dello studio che, paragonate a ciò che veramente conta, non hanno importanza. Gli studia humanitas hanno impiegato molto tempo a morire, ma oggi, al termine del secondo millennio della nostra era, sono davvero in fin di vita. E tanto più amara sarà quella morte, direi, perché è stata provocata dal mostro messo sul trono da quegli stessi studi come principio primo e animatore dell’universo: il mostro della ragione, della ragione meccanica.”

B., in sostanza, afferma che, nel momento in cui gli studi umanistici perdono di vista il loro originario scopo che era quello “del recupero del vero messaggio della Bibbia, in particolare del vero insegnamento di Gesù”, perdono di significato. Divenute oggetto in sé di studio, appunto discipline umanistiche autonomizzate dal loro originario compito interpretativo dei testi sacri, smarriscono il loro senso. Tanto più quando quegli stessi studi pervengono, col passare dei secoli, ad affermare il primato della ragione che ne sancisce per B. la definitiva decadenza.

Ovviamente questo discorso suscita immediate contestazioni fra i membri del corpo accademico presenti: “Sua sorella vorrebbe che rinunciassimo all’ uomo e tornassimo a Dio” dice il professor Godwin docente in quell’ università di letteratura inglese a E. C. mentre, finita la cerimonia, si trovano tutti a tavola “E’ a questo che mi riferisco quando parlo di riportare indietro le lancette dell’orologio” prosegue Godwin “Vorrebbe tornare a prima del Rinascimento, a prima del movimento umanista di cui ha parlato, addirittura a prima del relativo illuminismo del XII secolo. Ci vorrebbe far sprofondare nuovamente nel fatalismo cristiano di quello che chiamerei il basso Medioevo.” Ma E. C. prendendo a suo modo posizione a favore di B. afferma: “ Se le discipline umanistiche vogliono sopravvivere, dovranno sicuramente rispondere a quelle energie e a quel desiderio di guida: un desiderio che, alla fine, è ricerca di salvezza….i nostri lettori, in particolare i nostri giovani lettori, vengono da noi con una sorta di fame, e che se non siamo in grado di soddisfarla o non vogliamo farlo, non dobbiamo poi stupirci se ci abbandonano. Per quello che mi riguarda” prosegue E.C. “direi che è sufficiente che i libri ci insegnino qualcosa su noi stessi”

Ma, inesorabile, B. ribatte a sua sorella: “Non ho bisogno di consultare i romanzi….per sapere di quale meschinità, di quale bassezza, di quale crudeltà siano capaci gli esseri umani. E’ da lì che partiamo tutti. Siamo creature cadute. Se lo studio dell’umanità consiste semplicemente nel rappresentare le nostre più oscure potenzialità, allora ho di meglio da fare. Se d’altra parte lo studio dell’umanità è lo studio di cosa può essere l’uomo rinato, allora è un’altra storia” e naturalmente e inevitabilmente punta dritto alla questione del relativismo: “…i primi umanisti non erano cripto-atei. No, non lo erano. Ma erano cripto relativisti. Gesù, ai loro occhi, era radicato nel suo mondo, o, come diremmo oggi, nella sua cultura. Capire quel mondo e interpretarlo per i tempi era il loro compito di studiosi. Proprio come, a tempo debito, sarebbe stato il loro compito interpretare il mondo di Omero. E così via fino a Winckelmann”

Tornate in albergo E. C. chiede a B. “Cosa pensavi di fare tirando in ballo
Winckelmann?” “ Volevo ricordare loro a cosa avrebbe portato lo studio dei classici” le risponde B. “All’ ellenismo come religione alternativa. Un’alternativa al cristianesimo…L’ellenismo …era l’unica alternativa che l’umanesimo potesse offrire….potevano puntare il dito e dire, Guardate, è così che dovremmo vivere – non nell’ aldilà ma nel qui e ora….L’ellenismo è la sola visione positiva della vita che l’umanesimo sia riuscito ad offrire. Quando l’ellenismo è fallito – cosa inevitabile perché non aveva nulla a che fare con la vita delle persone – , l’umanesimo ha fatto bancarotta” Il discorso si sposta sul perché un artigiano locale che lavora nella missione, presso cui E. C. va in visita e di cui vede i lavori che fa, scolpisce sempre la stessa figura di Cristo sulla croce in una posa sofferente e con fattezze agonizzanti..

E, in tal senso E.C. fa a B. questi rilievi: “ Perché un Cristo morente che si contorce piuttosto che un Cristo vivo ? Un uomo nel fiore degli anni, poco più che trentenne: perché sei contraria a mostrarlo vivo, in tutta la sua viva bellezza?… dovresti sapere,… che la rappresentazione dell’agonia di Cristo è una fissazione speciale della chiesa occidentale. Era del tutto estranea a Costantinopoli. La Chiesa orientale l’avrebbe considerata oscena e giustamente….cosa pensi di fare” prosegue E. C. “importando in Africa quest’ossessione gotica dell’orrore e della mortalità del corpo umano, totalmente estranea alla cultura locale?”

Le risponde B. “…gli africani vengono in chiesa e si inginocchiano davanti a Gesù crocefisso, soprattutto le donne africane…Perché soffrono, e lui soffre con loro.”
“Non perché promette loro un’altra vita, migliore, dopo la morte?” ribatte E. C..
No risponde B. “…io non prometto altro se non che li aiuteremo a portare la croce…La gente comune non vuole i greci. Non vogliono il regno delle forme pure. Non vogliono le statue di marmo. Vogliono qualcuno che soffra… come loro e per loro. Se avessi puntato i tuoi soldi su un altro greco, avresti avuto qualche possibilità. Orfeo invece di Apollo. L’estatico invece del razionale. Uno che cambia forma, che muta colore, a seconda dell’ambiente. Uno che muore ma che poi ritorna. Un camaleonte. Una fenice. Uno che affascina le donne, perché sono le donne a vivere vicino alla terra. Qualcuno che si muove tra la gente, che la gente può toccare – mettergli la mano nel costato, sentire la ferita, l’odore del sangue. Ma non l’hai fatto, e hai perso. Hai scommesso sui greci sbagliati E.”

Ma se quindi le discipline umanistiche non sono il tramite per alcuna redenzione, se restano un’esperienza estranea ai più, se non sono un mezzo per interpretare i bisogni di identificazione di chi soffre in qualcuno o qualcosa che lo rispecchi, qual’ è il loro senso e il loro scopo e soprattutto cosa insegnano all’ uomo. E quando lasciata la sorella e la sua missione in Sud Africa E. C. fa ritorno nel suo paese, il ricordo di un episodio della sua giovinezza di cui si rammenterà, la porterà a riflettere di nuovo sui discorsi fatti con B. e a coglierne una nuova e diversa visione, di cui in una lettera indirizzata a B. ne espliciterà i contenuti.

“In tutto il nostro discorso sull’ umanesimo e le discipline umanistiche c’è stata una parola che sia io che tu abbiamo evitato: umanità. Quando Maria, benedetta tra le donne, sorride del suo sorriso angelico e distante e solleva con le dita il dolce capezzolo rosa sotto il nostro sguardo, quando io, imitandola, mi scopro il seno per il vecchio Mr Phillips, quelli che facciamo sono atti di umanità……Niente costringe Maria o me a farlo. Eppure lo facciamo, per il traboccare , l’effondersi dei nostri cuori umani: lasciamo scivolare giù le vesti, ci mostriamo, riveliamo la vita e la bellezza che abbiamo ricevuto in dono.
Bellezza….devi ammettere, B., che non c’è niente di umanamente più bello del seno di una donna. Niente di umanamente più bello, niente di umanamente più misterioso del desiderio degli uomini di accarezzare all’infinito, con il pennello, con il cesello, o con la mano, quei sacchi grassi e bizzarrramente curvi, e non c’è niente di umanamente più tenero della nostra complicità (voglio dire della complicità delle donne) nella loro ossessione.
Le discipline umanistiche ci insegnano l’umanità. Dopo la notte del cristianesimo, durata secoli, le discipline umanistiche ci hanno restituito la bellezza, la bellezza umana. E’ questo che hai dimenticato di dire. E’ questo che i greci ci hanno insegnato, B., i greci giusti. Pensaci.
Tua sorella,
Elizabeth”

I greci, l’ umanesimo, le discipline umanistiche sono quindi espressione e testimonianza della “vita e della bellezza che abbiamo ricevuto in dono”, sono il tramite attraverso cui rappresentare ciò che di più universale gli uomini hanno e cioè la loro umanità di uomini, che li accomuna prima ed oltre qualsiasi altra appartenenza e che si manifesta attraverso la bellezza di cui quell’ umanità è portatrice.

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