“Tracce nella neve” – Gregor von Rezzori

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“Così ogni cosa era vagamente ambigua, nulla era veramente ciò che era, tutto era illuminato da una luce incerta. La nostra esistenza aveva sotto ogni riguardo qualcosa di irreale, e se questa irrealtà conteneva anche un barlume di straordinaria poesia, lo dovevamo proprio alla follia della nostra situazione e dei nostri genitori – e noi questo lo sapevamo. Poiché folli lo erano entrambi, seppure ciascuno a modo suo, ciascuno con la propria ostinazione le cui origini andavano ricercate nella rispettiva posizione in un mondo finito fuori dai propri cardini. Le loro ossessioni – il folle e angoscioso senso del dovere di nostra madre, la fuga rabbiosa di nostro padre nella caccia – erano i loro modi particolari di porsi rispetto a una situazione che non corrispondeva né alla loro educazione, né alle loro idee e aspettative, né alla loro indole. In modo più evidente che in qualsiasi altro luogo noi in Bucovina vivevamo come sopravvissuti di quella grande lotta di classe europea che sono state in realtà le due guerre mondiali. La nostra infanzia trascorse tra persone socialmente “spostate” dalla loro posizione originaria in un mondo storicamente “spostato” e in mezzo a inquietudini di ogni genere; e dove l’inquietudine conduce al dolore e il dolore al lamento muto, là fiorisce la poesia.”. 

Questo brano contiene, come un distillato, l’essenza di ciò di cui si parla in “Tracce nella neve”. In esso sono racchiuse delle vere e proprie parole chiave per comprendere e penetrare quel “mondo” raccontato da Rezzori e coglierne la sua intima natura, le sue perdute atmosfere, la sua straordinaria unicità, la sua inesorabile fine. Tali parole e cioè: ambiguo, incerto, irreale, poesia, follia, ostinazione, sopravvissuti, guerra, racchiudono tutto il senso di quell’inesorabile labilità e di quell’inarrestabile declino nei quali quel “mondo”, in cui Rezzori nacque e crebbe, piombò e vi trovò il suo definitivo destino. Un destino segnato certamente dalla Storia e connotato storicamente ma, al tempo stesso, il destino di un’epoca giunta al tramonto, di una generazione ormai epigone di se stessa, di una società ostinatamente e inguaribilmente rivolta al passato.

Tutto ciò Rezzori ce lo racconta stando dentro quella sua prospettiva squisitamente e intimamente privata che ha per protagonisti: sua madre, suo padre, sua sorella, nonché Cassandra, la sua bambinaia e Straussina la governante sua e di sua sorella. Sono cinque vere e proprie monografie, “ritratti” li chiama lui stesso, che si collegano tra loro tramite rimandi reciproci, avendo altresì come protagonista, che le attraversa e le ricomprende, Rezzori stesso e la sua vita, negli anni che vanno dalla sua infanzia alla sua giovinezza. Ma le vite dei suoi genitori, di sua sorella, di Cassandra e di Straussina diventano per Rezzori non un modo surrettizio per scrivere la sua autobiografia di quegli anni, se pure l’elemento autobiografico di fatto c’è, bensì il tramite per fare trapassare le vicende e i vissuti suoi e del suo mondo familiare in una dimensione che va oltre il loro particolare.

Se, infatti, da una parte egli incastona quelle vicende e quei vissuti nello spirito del tempo dall’altra, però, li proietta in una dimensione mitica e li trasporta in una sorta di altrove, facendosene testimone partecipe ma anche limpido cantore. In altre parole Rezzori coglie, esalta e riproduce un’istanza di tipo poetico, rivelando anche nelle più assurde ed estreme circostanze l’intrinseco risvolto poetico delle cose. Egli infatti usa l’elemento documentaristico ma lo trascende, usa l’elemento autobiografico ma come trama evocativa di narrazioni che si fanno invenzione letteraria. E, non a caso, nell’Epilogo con cui chiude il libro, egli stesso afferma: in quanto “..scrittore…ho non solo il diritto, ma direi quasi il dovere, di sublimare la realtà fino alle soglie dell’inverosimile.”

“Tracce nella neve” non è quindi un catalogo di ricordi, un libro di memorie, anche perché, ci dice sempre Rezzori, “…il ricordo non è assolutamente attendibile. Esso trasceglie arbitrariamente ciò che vuole conservare, mette da parte ciò che non gli aggrada, sbatte in primo piano l’elemento emozionale, trasfigura e deforma”. Se è vero quindi che compito primario dello scrivere è parlare di ciò che si conosce, restando dentro la propria storia sociale e personale e se è vero, come acutamente osservava la grande scrittrice americana Flannery O’Connor, che “ Chiunque sia sopravvissuto alla propria infanzia, possiede abbastanza informazioni sulla vita per il resto dei propri giorni” ( F. O’Connor – Nel territorio del diavolo” – Theoria – 1997 – p. 57) allora si capisce come Rezzori non crea in “Tracce nella neve” il romanzo della sua vita, bensì crea il romanzo sulla sua vita.

Egli parte dalla sua vita ma per farne una creazione, una cosa che diventa altro dalla realtà in sé da cui ha preso le mosse. Diventa cioè il racconto delle emozioni e dei pensieri suscitati in Rezzori dalla sua vita. Ed è in questa cifra esistenziale che sta il senso, il valore e la bellezza del narrare di Rezzori. E da lì che nasce quell’attitudine della sua prosa a farsi poesia o meglio a contenere l’intimità della poesia pur mantenendo la forma della prosa, essendo che il segreto di Rezzori sta proprio nella sua capacità di cogliere la poesia insita nella vita. Al punto che si può dire che oggetto del narrare di Rezzori non è la verità in merito alle sue vicende personali e familiari bensì il risvolto intrinsecamente poetico di tali vicende che poi è un approdo e al tempo stesso una sintesi del dualismo che intercorre tra la cosiddetta realtà dei fatti e il suo farsi invenzione letteraria. E così ciò che scaturisce nelle sue rievocazioni si fa viaggio a ritroso nel tempo e insieme invenzione di quel tempo perduto che, vissuto allora come dato, riappare a Rezzori in tutti i suoi irripetibili accadimenti, in tutta la sua irreale realtà, in tutte le sue incantate e disincantate atmosfere.

E l’eco di quegli accadimenti, realtà e atmosfere irradia un fascino recondito ed etereo in cui convive un misto di seduzione e decadenza. Come se quelle esistenze, persone e luoghi, raccontati da Rezzori, appartenessero ormai ad un immaginario mitico, fossero non più esistenze ma rappresentazioni, non più persone ma personaggi, non più luoghi ma scenari. Rezzori rende in questo modo vivo ciò che non è più vivo, in quanto irrimediabilmente dissolto e che, quindi, può essere solo raccontato ma non può più essere visto né trovato, come egli stesso non trova più la casa della sua infanzia quando, come racconta nell’Epilogo, torna nella sua Cernopol per cercarla. Ma questo senso di disintegrazione affiora già nelle esistenze dei protagonisti primari del suo romanzo, cioè dei suoi genitori e di sua sorella, i quali, nella narrazione di Rezzori, ci appaiono come dei “disintegrati” cioè dei non più integrati nella realtà in cui vivevano, riassumendo in sé non solo la specificità delle loro personali crisi ma la crisi stessa della dissoluzione di quell’impero in cui e su cui avevano fondato la loro identità e quindi riassumendo in sé la dissoluzione tout-court di “quel mondo” a cui erano appartenuti.

Rezzori, nato nel 1914, come egli stesso sottolinea, cioè immediatamente prima dello scoppio di quella guerra che cambierà “quel mondo”, si trovò a convivere con quella dissoluzione ma senza viverne le ricadute interiori, a differenza dei suoi genitori e di sua sorella, i quali proprio perché nati e cresciuti in “quel mondo”, subiranno la crisi che quel cambiamento fatale e il disincanto che ne deriverà, genereranno. Ed è di tale disincanto che Rezzori si fa latore, non solo perché ne coglie con lucida consapevolezza la portata storica ma perché ne coglie tutta la pienezza umana ed esistenziale che le sue ricadute ebbero. Ne è in questo senso esemplare testimonianza la sua infanzia, vissuta in uno scarto per così dire “epocale” con i suoi familiari, tutti a loro modo distanti e presi da se stessi per effetto di quella loro irreversibile difficoltà di stare al mondo. Tanto che Rezzori riceverà il nutrimento affettivo ed educativo determinante per la sua esistenza di allora e per quella di tutta la sua vita futura da quelle due figure formalmente estranee ma, di fatto, assimilate e incorporate nella sua famiglia e nella sua storia familiare che furono Cassandra e Straussina.

La prima simbolo di un primordiale attaccamento alla terra, espressione di un mondo ancestrale e primitivo alle cui radici Rezzori sentirà dentro di sé di appartenere proprio per effetto del nutrimento, in tal senso ricevuto, in quell’intimo e fondamentale rapporto avuto con Cassandra. Per altro malvista e mal sopportata, soprattutto dalla madre di Rezzori, per le sue selvagge manifestazioni e per le sue oscure origini. Narratrice di fiabe e quindi alimentatrice dell’immaginario fantastico e della suggestione del narrare; utilizzatrice di una lingua spuria, un misto di ucraino, yddish, tedesco e rumeno che diventa la lingua dell’infanzia di Rezzori, primo stadio di quel cosmopolitismo in cui egli crescerà e vivrà; figura altamente protettiva che gestirà quei bisogni primari di attaccamento e di affetto non assolti dalla madre, nonché capace di porsi come contraltare rispetto alle tensioni esterne e interne al nucleo familiare, Cassandra assume per Rezzori i connotati indiscussi di colei che gli darà l’imprinting. In questo senso Cassandra, portatrice del valore e dell’esperienza dell’oralità, sarà l’ inconsapevole fondatrice di quel senso dell’epos che Rezzori assorbirà e ne farà risorsa interiorizzata del suo narrare, tanto più in quanto trasmesso senza mediazioni “culturali”, ma dentro la dinamica affettivo-relazionale che lo legherà a Cassandra.

All’opposto, Straussina sarà la generatrice del rapporto col mondo in senso “culturale”. Anch’essa come Cassandra svolgerà una funzione di pacificazione e mediazione sia col mondo esterno che con quello familiare ma, a differenza di Casssandra, ciò avverrà, nel suo caso, sulla base di una indiscussa autorevolezza fondata su un background culturale ed esperienziale di prestigio e su un equilibrio e padronanza di sé quasi magnetici. E, inoltre, se Cassandra era stata “il tramite con il mondo” nell’infanzia, Straussina lo sarà al momento dell’entrata nella vita adulta, svolgendo, in questo senso, due funzioni fondamentali. Ella sarà infatti colei che trasmetterà al futuro scrittore l’acquisizione e la legittimazione del valore della parola scritta, fornendogli, soprattutto, l’ opportunità di scoprire le potenzialità creative dello scrivere e di prendere consapevolezza delle sue capacità. Ma, al contempo, Straussina sarà anche l’artefice di quel distacco divenuto necessario e vitale dal mondo familiare, senza però negarne la storia e le esperienze in esso maturate, ma per traghettarle in un più vasto mondo che sarà quello evocato e rappresentato dall’“internazionalità” di Straussina, valorizzando il cosmopolitismo di Rezzori e liberandolo dalle valenze provincialistiche che la multiculturale ma periferica Bucovina conteneva.

In tal senso è fortemente significativo come le esperienze determinanti per Rezzori ai fini della sua strutturazione artistica avvengano in contesti di tipo relazionale connotati da forti valenze affettive ed interpersonali, più che da un apprendistato culturale e formativo classico basato cioè su un expertise scolastico, o su percorsi di autoapprendimento quali letture e frequentazioni colte o da una trasmissione culturale interna al nucleo familiare. Tanto che Rezzori sarà, nella sua vita di studente, uno studente per niente “modello” né, a differenza della sorella, sarà un lettore particolarmente accanito di libri. E’ significativo, in sostanza, come l’approccio al “lavoro letterario” e alla “creazione letteraria” avvenga in Rezzori in modo del tutto antiintellettuale ma come effetto di potenti esperienze esistenziali che ne formeranno il suo patrimonio interiore e la sua sensibilità prima ancora che il suo “apparato culturale.”

Ma se Cassandra e Straussina sono figure a tutto tondo, positive e senza chiaroscuri, anzi salvifiche e idealizzate, il ritratto dei genitori e della sorella ce ne dà invece l’immagine di figure tormentate, ciascuna a suo modo preda dei propri conflitti e dei propri contrasti, delle proprie ambivalenze e dei propri caratteri. Esse appaiono persone tanto dotate di un loro fascino e di loro talenti da un lato, quanto risulteranno essere distruttive, soprattutto verso se stesse, dall’altro. Incapaci di legarsi tra loro affettivamente finiranno per rinchiudersi ciascuno in un proprio mondo, autoreferenziale ed estraniato da quello degli altri. L’incomunicabilità e l’isolamento contraddistinguerà le loro esistenze ed anche Rezzori nei confronti di ciascuno di loro vivrà, sin dall’infanzia, un duplice sentimento, fatto di ammirazione ed attrazione da un lato e di distacco e di rifiuto dall’altro. Ma se i tormenti e le traversie esistenziali dei suoi genitori e di sua sorella li segneranno, spingendoli sempre di più dentro le proprie personali ossessioni, come nel caso dei genitori e verso la morte, come nel caso della sorella, deceduta precocissimamente a 22 anni, adesso, nel ricordo, Rezzori riesce con equilibrio e pacatezza a restituire a quelle figure tutta la loro umanità, ad illuminarne i loro pregi e i loro difetti, le colpe e i meriti, le qualità e i limiti. E, dal racconto delle vite di queste persone, emerge come esse siano state soprattutto vittime di se stesse e del loro tempo, rinchiusesi dentro ruoli, idee del mondo, esperienze primarie divenute via via delle corazze, delle maschere, dei nostalgici rimpianti, in cui hanno cercato rifugio finendone prigionieri.

Pur nell’animosità, spesso repressa, con cui Rezzori si trovò a vivere il suo rapporto, complessivamente problematico, con i genitori e la sorella, i quali proiettavano e facevano pesare le loro aspettative e il loro impulso a predominare, queste persone saranno comunque capaci di suscitare affetti, di far vivere emozioni, di trasmettere esperienze che, nel momento stesso in cui Rezzori ne dà conto, restituisce loro il riconoscimento di quegli affetti, di quelle emozioni, di quelle esperienze. Così, parlando della sorella, Rezzori porterà, per tutta la vita, dentro di sé, la presenza di quella sorella, riconoscendo la forza di quel legame, la personalità spiccata di lei, i momenti di intimità condivisi, la consapevolezza di loro comuni sensibilità, pur a fronte di quell’alterigia e di quell’ acume che la sorella non mancò di esternare al fratello, con un non celato senso di superiorità che destò frustrazioni talora rabbiose a Rezzori lungo tutta la sua infanzia e adolescenza.

Ancor più della sorella, la madre – figura nevrotica e piena di manie, per molti aspetti ossessiva e vittima di fissazioni doveristiche – sarà, per Rezzori, fonte di vissuti opprimenti a partire dal modo stesso in cui la madre interpretò il suo amore materno: “…Dei tormenti della mia infanzia nessuno mi ha afflitto quanto l’intensità e l’insistenza di questo suo amore che continuamente esigeva da me qualcosa che non ero in grado di dare…Sentivo che il mio compito non era soltanto quello di corrispondere al cliché del bravo figlio di perfetta educazione pieno di amore incondizionato per sua madre; in realtà io dovevo realizzare qualcosa che a lei mancava. Ero un suo strumento, un’arma contro il vuoto che sentiva in sé – e forse questo era il frutto di una precognizione del proprio destino, un destino che non voleva accettare.” “E tuttavia” – dice Rezzori nel prosieguo della narrazione su sua madre – “le immagini di quel tempo mi rimandano un senso di ineguagliabile benessere. Non fisico, e di certo nemmeno sentimentale, anzi: eravamo assai più spesso infelici che felici, piangevamo assi più di quanto non ridessimo…Ma anche le nostre ore di infelicità erano pervase da una certezza di noi stessi che solo l’innocenza può dare, un’innocenza…che è, in massima parte, l’ingenua innocenza di nostra madre…Ogni sua azione, anche la più assurda, nasceva dalla migliore intenzione, dalla più pura buona fede, e noi figli lo sentivamo… Il nostro benessere ci venne dalla sicurezza di una inattaccabilità etica e morale, indipendentemente da tutto quello che si può obiettare sui metodi che sovraintesero alla nostra educazione”.

E, infine, il padre, figura per molti aspetti assente nell’infanzia di Rezzori e, anche per questo, avvolta da un alone mitico: “Per tutto il tempo della mia infanzia egli è stato una figura mitica più che una persona;… prima, la guerra lo aveva tenuto lontano per quattro anni, e ora passava la maggior parte del tempo fuori casa, a caccia, il Grande Cacciatore che osservavo con meraviglia da lontano, che ammiravo e invidiavo, e che, quando era nei paraggi, temevo”. Eppure il padre, simbolo talora persino selvaggio di virilità e di forza, sarà fondamentale figura iniziatica per l’elaborazione della dimensione del maschile, tanto più in un universo affettivo e relazionale come quello in cui crebbe Rezzori, dominato dalla dimensione del femminino. Il padre appare un goliardico incantatore, capace di trasmettere la natura ludica del mondo ma, al tempo stesso, introduttore del figlio in quell’universo primitivo e mascolinamente connotato della caccia, conducendolo, divenuto adolescente, in spartane battute di caccia lungo quei luoghi antichi e isolati sulle pendici dei Carpazi. Ma egli, in quei luoghi, vi si reca anche in quanto sopraintendente dei monasteri bizantini, lì sparsi, dei quali è un esperto conoscitore in senso storico artistico e quindi capace di trasmettere anche il valore delle conoscenze e delle competenze, per altro da lui possedute negli ambiti più svariati e coltivate in modo eclettico, facendosi in tal modo, per Rezzori, anello di congiunzione tra differenti “mondi”: “…attraverso di lui, “il grande cacciatore”, che è, insieme, profondo conoscitore della fauna, della flora e delle testimonianze artistiche e religiose di quei luoghi, intermediario e testimone vivente dell’antica armonia absburgica travolta dai nazionalismi, si apre per l’ autore protagonista una via di comunicazione tra mondo dell’istinto – che altrimenti sarebbe rimasto confinato nel “calore del nido” di Cassandra – e mondo della riflessione” (A. Landolfi – “Vecchio e bambino nel pozzo del passato” in G.von Rezzori – ”Tracce nella neve” – Guanda – p.315).

In conclusione, il grande lavoro di restituzione a se stesso e ai suoi familiari che fa qui Rezzori trasmette il senso della rivisitazione, dell’andare cioè a ritrovare, in un viaggio che è esistenziale e letterario, chi, con la propria vita, ha determinato la sua esistenza. E ciò al di là di ogni straordinarietà quelle persone avessero, ma come bisogno, direi quasi naturale, di riconciliarsi con le loro vite e con la propria vissuta insieme a loro.

2 thoughts on ““Tracce nella neve” – Gregor von Rezzori

  1. Alessandra 3 gennaio 2017 / 8:58

    Si tratta quindi di letteratura mitteleuropea. Interessante, non lo conoscevo questo autore. In giro parlano bene anche di Memorie di un antisemita. Complimenti per l’analisi minuziosa e nello stesso tempo chiara, scorrevole.

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    • ilcollezionistadiletture 4 gennaio 2017 / 6:38

      Grazie Alessandra per i tuoi graditissimi apprezzamenti. Si, Rezzori è forse l’ultimo grande scrittore mitteleuropeo e, più ancora di “Memorie di un antisemita”, ti consiglio vivamente “Un ermellino a Cernopol” considerato il suo libro più bello e significativo, un vero gioiello; di cui trovi qui, nel mio blog, il relativo commento così se vuoi te ne puoi fare un’ idea.
      Grazie di nuovo e un carissimo saluto
      Raffaele.

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