“L’investitore americano” – Jan Peter Bremer

“L’investitore americano” è un libro accattivante e originale che, nel suo minimalismo, racconta una storia in sé piccola che però si apre su un universo interiore tale da trasformarla in un affresco esistenziale ben più ampio della storia da cui prende spunto. Un affresco della vita del protagonista che diventa via via un’elucubrazione labirintica della sua mente, fatta di innumerevoli pensieri che si aprono su possibili vie d’uscita ma tutte invariabilmente senza sbocchi.

La natura intrinsecamente claustrofobica e ricorsiva del testo è tuttavia alleggerita da un uso sapiente del comico e, soprattutto, del tragicomico che lo rende amaramente ma anche gustosamente surreale e, a suo modo, demenziale.

Mantenendosi quindi sempre sul sottile confine fra tragico e comico “L’investitore americano” ci racconta la crisi di un uomo in crisi – in crisi come scrittore, quale egli è, ma anche come marito, come padre e, persino, come inquilino – il quale si consumerà in un inarrestabile monologo interiore con cui scaverà e si scaverà fino all’inverosimile per il tramite di una iperproduzione di fantasie, proiezioni, visioni, immaginazioni volte a darsi e a trovare possibili quanto improbabili e irrealistiche risposte ai suoi problemi e ai suoi interrogativi. Oscillando fra punte di ordinaria disperazione e di commovente tenerezza il solitario soliloquio si stempera della sua oggettiva ossessività e angosciosità per effetto di quel suo perenne tono semiserio e assurdo finendo per dar vita a una curiosa via di mezzo che sta tra l’ onirico-fiabesco e il ripetitivo-nevrotico.

“L’investitore americano” è, a un primo livello di lettura, un romanzo contemporaneo sulle difficoltà che la specificità del vivere nella nostra contemporaneità comporta. In questo senso riesce, attraverso la lente di ingrandimento dell’estremizzazione parossistica del flusso di coscienza del protagonista, a evocare una serie delle nostre comuni odierne condizioni, nelle quali siamo così immersi che le assumiamo come tali finendo per risultarne assuefatti. Già il procedere solipsistico che il raccontare e il raccontarsi del protagonista ha mette in luce una impossibilità/incapacità dello stare in relazione che si riverbera in tutte le sfere del vivere quotidiano finendo per condurre il singolo in dimensioni sempre più virtuali e solitarie, a fronte del rimpianto e del desiderio continuamente fantasticato di quelle relazioni. C’è, in altre parole, tra le righe di questo romanzo l’evocazione di un mondo degli affetti in cui si vorrebbe stare ma che è silenziato da una spersonalizzazione che segue altre logiche e che rende tutto lontano e inafferrabile.

Simbolo e metafora di tale spersonalizzazione è l’investitore americano, una figura senza volto e senza nome, quasi deifica, che volteggia, senza posa e senza posarsi quasi mai, sul suo jet privato, intento esclusivamente ai suoi affari, anch’egli immaginato in una sua sospesa solitudine. Si dà il caso che Mr. Investor come lo chiama il protagonista ha rilevato l’immobile e di conseguenza anche l’appartamento in cui egli vive con la moglie, i due figli e un cane. Appartamento divenuto quasi pericolante e da cui lui vorrebbe traslocare avendo però contro il parere della moglie che da lì non vuole andar via e vorrebbe che la proprietà mettesse a posto l’appartamento. Ma gli emissari di Mr. Investor hanno fatto capire che se se ne andassero sarebbe meglio, salvo vedersi raddoppiato l’affitto qualora si avviassero i necessari lavori di ristrutturazione.

Impantanato nella sua grana immobiliare, il protagonista si trova ben presto solo con se stesso in quella casa, isolato tra la totale incomunicabilità con la moglie con cui vi è ormai in corso un’ aperta crisi coniugale e il distacco dei figli. Inizia così quella sorta di implosione in se stesso – acuita pure dall’inaridirsi della sua vena di scrittore che ha generato il classico “blocco” da cui non riesce a uscirne – che lo porterà, come in un sogno senza sonno, a quell’affastellarsi vorticoso di progetti e di fantasie sui suoi destini. In cui tutto e il contrario di tutto viene passato al setaccio, detto e contraddetto, in uno scivolare lento e progressivo verso uno sprofondare da cui con improvvisi impeti di orgoglio e di coscienza tenta di risollevarsi ma senza esiti e la sua progressiva passività fisica farà da specchio della sua progressiva debolezza interiore. Laddove il crollo temuto e paventato della casa si fa metafora del “crollo” esistenziale e psicologico del protagonista.

Perché a nulla egli si può ancorare, in quanto la realtà è espulsa dalla sua vita o se si vuole la realtà lo ha espulso dalla vita. Ormai non c’è più un confronto reale con il reale, nulla è verificato e nulla è verificabile, c’è solo un mondo delle idee e, imprigionato in esso, il protagonista cerca disperatamente dentro di sé tutte le possibili domande e tutte le possibili risposte. Si costruisce le illusioni e si prefigura le disillusioni, in un continuo ricadere indietro ad ogni illusorio passo che la sua mente partorisce. Eppure in questa sua annichilente e alienante condizione quest’uomo è e resta più umano e vero di chi viaggiando a un’ altra altezza e un’altra velocità è e resta occupato solo da se stesso. Perché a un io ipertrofico di cui egli stesso è vittima, ma di cui sente e prova tutta l’impotenza, il protagonista de “L’investitore americano” tenta, nelle sue affabulazioni, di sostituire e di contrapporre un noi che l’individualismo autosufficiente e impersonale, dominante intorno a lui, impedisce, riducendo quei suoi tentativi a dei malinconici vagheggiamenti.

Così “L’investitore americano” da romanzo di un’impotenza, rivela in realtà di essere e di voler essere un romanzo sull’impotenza di cui la lamentosa e tormentata litania del protagonista si fa denuncia e, a suo modo , rivolta se pur, ancora una volta, in quella circolarità di cui tutto il testo vive, una rivolta impotente. Come in un’eterna quanto infinita ricerca di un gesto, di un atto, di uno slancio liberatorio che risolva in un sol colpo tutto il suo irrisolto, in cui convive: l’impotenza di non riuscire più a uscire da se stessi e affermare quel noi in cui potersi finalmente abbandonare e a cui finalmente ritornare; l’impotenza nella possibilità di rimettere al centro la comunità nella cui ricerca il protagonista sogna di adoperarsi e spendersi sapendone la forza potenziale ma che in realtà non ha alcuna forza ma neanche alcuna possibilità di ridestare; l’impotenza di fronte a un mondo sempre più liquido, anonimo, immateriale nel quale non si sa più dove si è.

E nell’impasse cronico del protagonista vi è tutta l’impossibilità di trovare un senso che dia un riscatto e una possibilità a quell’impasse, che restituisca fiducia e autostima, facendo bensì trapelare dietro la finzione narrativa di un non senso ludico, la realtà di un non senso folle. In quel suo dialogare con se stesso il protagonista de “L’investitore americano” costruisce in realtà una miriade di dialoghi immaginari con tutti i personaggi che vivono intorno a lui ma che non vivono o non vivono più con lui. Egli in realtà si rivolge incessantemente a interlocutori che sono solo dentro di lui ma, nel fare questo, evoca una miriade di mondi possibili tante quante sono le storie immaginarie che egli racconta e si racconta. E in questo narrare apparentemente senza storia creato da Bremer nascono e si moltiplicano in realtà così tante narrazioni e quindi così tante storie che fanno di questo libro un’esemplare catalogo del possibile e dell’impossibile, del reale e dell’irreale, di finzione e verità, così com’è e come deve essere la letteratura, della quale questo libro nei diversi piani che lo compongono e nelle diverse metanarrazioni che lo attraversano è un esercizio riuscito e raffinato.

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