“13 storie inospitali” – Hans Henny Jahnn

Questo titolo: “13 storie inospitali”, se tradotto letteralmente, così come esso è in tedesco, potrebbe essere reso, altrettanto appropriatamente, con : “13 storie non familiari”. Questa versione, consolidando la prima, insinua ulteriormente la cifra dell’estraneo, del non rassicurante, del non nominabile, in quanto non riconducibile ai codici (morali ed etico-sociali) e, soprattutto, in quanto evocazione di un innaturale che è degli uomini e negli uomini ma è, in essi e da essi, allontanato.

Le 13 storie sono un apripista minimo, ma già ampiamente esemplare dell’ opera di Hans Henny Jahnn e, al suo interno, delle sue due opere capitali da cui, in forma di racconti, esse sono state tratte e cioè “Perrudja” (1929) e il ciclopico “Fiume senza sponde” (1949 – 61), in tre volumi per un totale di circa 1500 pagine. L’opera di Jahnn, che qui ci si presenta, è di rabbrividente bellezza. Perchè lo choc irrazionale che irrompe in queste storie è fortissimo. Al tempo stesso, una prosa spezzata da una vertiginosa quanto incalzante brevità del fraseggio, smaschera con un’armonia spietata ma purissima la sgomentante violenza di quelle cose indicibili che accadono. La verità in queste storie è sempre terribile “perchè dimostra quanto poco possiamo su di noi e quanto sia prestabilito il nostro cammino”( da “La storia dei due gemelli”).

Vi è in Jahnn una grandiosa consapevolezza di una impossibile salvazione nella coscienza dell’immenso bisogno di salvazione che il mondo e gli uomini hanno. Le sue storie hanno una potenza evocativa fantastica che rimanda a un primordiale che si perde su uno sfondo mitico prereligioso dominato da istinti di attrazione che si congiungono con pulsioni di morte. E’ quell’innaturale di cui Jahnn rivela la forza incontrollabile in quanto anch’esso natura. Il mondo di Jahnn è attraversato da un eros perturbante e promiscuo fino al punto di radicarsi fra consanguinei e consimili. Ma la natura perturbante di questo eros non nasce dal paesaggio interiore dei soggetti, non ha valenze psichiche, ma si produce come conseguenza di forze esterne al soggetto che lo riportano alla condizione di natura e lo immettono in un flusso non dissimile da quello dei cicli vita-morte. “I paesaggi interiori delle persone non si differenziano molto uno dall’altro; la maggior parte si limita a dare ordine alla natura arandola” (da “Un signore sceglie il suo servo”).

Tutto questo per dire che il mondo di Jahnn rimanda ad una dimensione cosmica sovraindividuale in cui forze che prescindono dall’uomo ma di cui l’uomo è parte agiscono sull’uomo. Ma la metafisica di Jahnn non è solo la consapevolezza di una eternità infinita e circolare ma è, assai più radicalmente, la coscienza di un mistero “senza Dio” verso il quale proiettarsi per ritornare utopicamente ad esso, con tutta l’evocazione del conflitto tragico che il mistero della vita produce, per tentare una reintegrazione dell’umano con le sue origini. Una ricerca del sacro nei suoi albori abissali ma senza trascendenza se non quella tutta materiale dei corpi, della carne e del sangue. Una profanazione deliberata del tabù come purificazione dalla disumanizzazione prodotta dalle stratificazioni dell’homo sapiens. In altre parole un grandioso tentativo di ricomposizione di un’unità perduta, che è la vera origine di tutto il dolore, quell’urlo silenzioso che proviene dalle viscere del mondo e che rimbomba perenne e inalterato dentro la vita.

Da qui nasce la terribilità di queste storie in cui ciò che atterrisce, atterrisce perché sconosciuto come ciò che vive dentro la morte e dopo la morte. C’è una potenza selvaggia e distruttiva che si alimenta e si riproduce della sua propria vita inesauribile e di fronte alla quale si è non soli ma “solissimi” come il protagonista di “Un fanciullo che piange” o come afferma uno dei personaggi de “Il tuffatore” quando dice: “Le preghiere, amico mio, sono come le lacrime, ma non mutano la sorte; non trovano nessun destinatario. O meglio, il destinatario le ignora. Le affonda nella polvere del suo archivio senza fine. Siamo nella solitudine e non sappiamo nulla. Non abbiamo testimonianza di noi stessi.” I protagonisti delle storie di Jahnn si muovono all’interno di un orizzonte che è plurimo geograficamente ma è uno concettualmente in quanto scorre fra quello di un Nord cupo ed arcaico che rimanda alle saghe nordiche abitate dalle oscure potenze della natura, imprevedibili come i suoi elementi o invisibili come le sue proiezioni magiche ma, in entrambi i casi, funeste; un mondo ellenistico-orientale ferino e tentatore abitato dalla bellezza sensuale e seducente di schiavi e di negri dai corpi levigati, ma non per questo immuni da aggressioni fatali che il destino e la natura (in Jahnn entità compenetrate e non dissimili) riservano loro, giacché, inesorabilmente “Dalla eiaculazione del padre, alla putrefazione, questo è il nostro cammino” (da “Il tuffatore”), fino ad ambientazioni “civilizzate” dove le scabrosità di Jahnn denudano quell’eros apparentemente immorale, in realtà desiderato e gioioso, nonostante e a dispetto del perpetrarsi della scissione.

Perché, come afferma Ferruccio Masini nel suo ricchissimo saggio che compendia il testo, “…l’arte di Jahnn cresce sul campo dell’Eros. Trasferito dal dominio delle emozioni cosmiche e delle percezioni primordiali,…il principio dell’Eros acquista uno spessore non meramente mitico. Diventa cioè la rivolta contro gli steccati della morale” che non è solo la morale sessuofobica puritano borghese ma è l’idea stessa di un senso morale delle cose e nelle cose come Jahnn fa dire al personaggio di Ajax von Uchri, nel racconto “Un signore sceglie il suo servo”: “Non c’è nessun nesso” disse Ajax von Uchri, “ la morale è un elemento decorativo. Vengono uccise migliaia di persone tutti i giorni, sulle strade, nelle miniere, nelle fabbriche, miserabili che muoiono di fame o vanno in rovina; periscono a centinaia di migliaia perché è giunta la loro ora. Chi riflette sulle disgrazie trae conclusioni errate. Il corso degli eventi segue leggi spietate ma non ha una morale. Le religioni e le nazioni che sono state complici di milioni di assassinii declinano secoli dopo, e non perché subiscano vendetta per i loro crimini. I vendicatori sono altri, a loro volta già da annoverare tra i criminali”.

Il nichilismo deflagrante di Jahnn illumina inesorabile e sistematico le dinamiche dell’annientamento ma senza compiacimento né pathos in cui rifugiarsi. E tuttavia c’è un’umanità profondissima nello scandire l’angoscia, nella tormentata consapevolezza dello scarto fra desiderio e suo appagamento, fra possesso e perdita, fra pieno e vuoto. Perché l’arte di Jahnn è anche l’arte di una tensione fortissima e in perpetuo moto fra sé e l’altro, nella ricerca dell’altro e nella ricerca di sé nell’altro. Questo prelude e fa parte di quella ricerca di un ritorno all’unità, che in Jahnn diventa tentativo di superamento anche del conflitto tra Eros e Thanatos. Come afferma Andrea Raos nella sua postfazione, “Temi ricorrenti di questi racconti sono la scomparsa della persona amata e i mille modi per evitarla, rallentarla, congelarla in un attimo senza tempo.” In questo modo, Amore e Morte diventano a loro modo inseparabili, perché “L’animale non conosce la morte, semmai il morire. Solo noi siamo maledetti…Lei non vuole riconoscere la vita estesa.” dice Ajax von Uchri al suo interlocutore.

C’è in Jahnn una ricerca di assoluto che si infrange contro il mistero di quell’assoluto, ma nel fare questo svela il suo volto più bello: quello dell’autentico, nel suo sforzo immane di penetrare il non detto e il non dicibile della storia degli uomini e della loro misera volontà di potenza. E, in questo senso, le sue immaginose rapsodie epiche hanno la forza evocativa e tragica di un coro greco, riportandoci ad una ancestralità dalla quale siamo fuggiti terrorizzati senza essercene liberati ma solo illusoriamente dimenticati. Nell’apparente disumanità delle storie di Jahnn si sente, al contrario, tutta la ferita indelebile dell’umano a cui egli dà la parola, aprendo uno squarcio su quel “non familiare” che nessuno osa guardare.

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