“Il Golem” – Isaac Bashevis Singer

In quel suo magico libro che è “Praga magica, il capolavoro di Ripellino [in cui] narra, anzi rivive la metropoli boema dell’età di Rodolfo II, degli alchimisti, del Quartiere ebraico, del Golem”, (A. M. Ripellino – “Praga magica” – Einaudi – 1973 – Premessa), egli, a proposito del Golem, scrive: “Che cos’è un Golem? Un uomo artificiale, d’argilla…il servo Golem è un personaggio chiave di Praga magica. Il vocabolo ebraico “golem”…indica un rudimento, un germoglio, un embrione…”golem” implica dunque qualcosa di incompiuto, di ruvido, di embrionale…Dal significato di “imperfetto” e di “grossolano” è breve il passo a quello di omaccio balordo e goffissimo…Le numerose varianti [del “golem”] presentano tutte il muto fantoccio di mota come un servitore torvo e tardissimo…[con] una statura ben confacente a un gigante…” (p.157 cit.).

Ebbene questi primi elementi definitori del “golem”, così come descritti da Ripellino, trovano riscontri ne “Il Golem” di I.B. Singer consentendoci, attraverso la lettura di questa sua “versione”, di ripercorrere quelli che erano gli elementi costitutivi e fondativi della leggenda del “golem” e quelle che furono le “motivazioni” che ebbe la sua invenzione. “Versioni” successive, tra cui la più nota è quella de “Il Golem” di Mayrinck, si sono infatti distaccate dal canone originario, finendo per reinventare l’immagine del “golem” così come lo stesso Ripellino puntualizza: “Il Golem di Gustav Mayrink(1915) ha in fondo ben poco in comune con lo smisurato spauracchio…Non è un manichino d’argilla, ma una sembianza sfuggente, nebbiosa, enigmatica” (p.174 cit).

In questo suo “Golem” Singer invece, muovendosi nel solco della tradizione, ci introduce da subito nel mondo e nel contesto di questa leggenda in cui la dimensione fantastica si intreccia con quella storica. Siamo “nell’antica città di Praga”, racconta Singer, al tempo dell’ “Imperatore Rodolfo II”, quindi tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600, avendo egli regnato tra il 1576 e il 1611 e “nonostante [Rodolfo II] fosse un uomo erudito, era intollerante con chiunque non professasse la fede cattolica. Perseguitò i Protestanti e ancor più gli Ebrei accusati di usare sangue cristiano per impastare le mazzot, il pane non lievitato della Pasqua.”

Ed è da qui che prende le mosse la leggenda della creazione del “golem” praghese come ci spiega, a sua volta, Ripellino: “Ma quali caratteri contraddistinguono il Golem praghese? Le leggende legittimano la sua creazione con la necessità di difendere i contumacissimi ebrei dai progrom che i cristiani scatenavano contro di loro, accusandoli di omicidio rituale” (p.166 cit.). Infatti, racconta Singer, “tutte le volte che un bambino cristiano scompariva, i nemici degli Ebrei erano pronti a dire ch’era stato ucciso per procurarsi il sangue per le mazzot”. E Ripellino ci svela come queste accuse venissero create ad arte e qual’era, in tale contesto, il ruolo del Golem: “Il Golem si rivela un soccorritore del tante volte malmenato rione ebraico…va in giro di notte per le sue viuzze sghimbesce vigilando che qualche paltoniere [sinonimo di mascalzone] non occulti nelle case ebraiche cadaveri di bambini cristiani. Una notte ha sorpreso il beccaio cattolico Havlicek, mentre introduceva nella dimora del ricco Mordechaj Maisl, suo creditore, la salma dissepolta di un bimbo nascosto nell’epa di un porco sgozzato” (p.166 cit.)

E, in Singer, la vicenda da lui raccontata, se pur diversa nel suo svolgimento, ha lo stesso intento fraudolento e persecutorio giacché anche nel suo “Golem” accade che un incolpevole ebreo, il mite banchiere Reb Polner, viene accusato di avere rapito la piccola Hanke, figlia del Conte Bratislawski, “per ucciderla e usare il suo sangue per le mazzot”. In realtà il Conte usando due testimoni, da lui assoldati per accusare Reb Polser, si era voluto vendicare del fatto che questi non aveva voluto concedergli un prestito per far fronte agli ingenti debiti che egli aveva contratto, avendo perduto tutti i suoi averi al gioco ed essendo ormai del tutto insolvente. Da qui il diabolico piano del Conte: nascondere e fare scomparire la figlia per impossessarsi dell’ingente eredità in gioielli che era stata a lei personalmente lasciata dalla madre defunta e di cui il Conte intende impadronirsi per pagare i suoi debiti, facendo ricadere sul povero banchiere la colpa della scomparsa di Hanke con l’accusa di volerne fare oggetto dell’orrendo omicidio rituale.

E mentre Reb Polser viene gettato in carcere dall’inquisitore perchè confessi quel delitto che si ostina a negare, entra qui in scena il “golem” che, come sottolinea Ripellino, viene “Foggiato per compiti protettivi” (p.166 cit.).  Una notte – racconta Singer – appare infatti a Rabbi Leib, l’allora rabbino di Praga, un misterioso sconosciuto, come avvolto da un alone di santità e siccome il rabbino pensa possa trattarsi di “uno di quei Trentasei Giusti nascosti anche a se stessi”, onorato da tale privilegio, si sente indotto a confessargli la sua angoscia, non solo per la sorte di Reb Polser, ma di tutta la comunità ebraica praghese su cui rischia di ricadere, a causa di quei fatti, un’ennesima persecuzione. E lo sconosciuto, che sa di quelle tribolazioni, dice solennemente a Rabbi Leib: “Fate un golem e lui vi salverà”.

Ora abbiamo qui due evidenze e cioè che quella del “golem” è una saga tipicamente ebraica e che la creazione e gestione del “golem” è un compito affidato dalla tradizione in prima persona al rabbi, così come, per altro, ci viene detto da Ripellino: “il Golem praghese viene manovrato dal rabbi” (p.166 cit.). E infatti Rabbi Leib riceve dal misterioso sconosciuto, prima che questi scompaia nel nulla, le prescrizioni per la creazione del “golem” il quale: dovrà essere fatto “Con l’argilla”, “avrà inciso sulla sua fronte uno dei nomi di Dio”, “Si chiamerà Joseph” e andrà adoperato “solo per aiutare gli Ebrei”.

E così Rabbi Leib, “impastando l’argilla come se fosse pane…Per tutta la giornata si diede da fare e, quando fu l’ora della preghiera serale, sul pavimento giaceva un’immensa forma umana con una testa enorme, larghe spalle e mani e piedi smisurati – un gigante di argilla”. Poi incise sulla fronte “l’intero Nome Sacro che l’ ospite gli aveva suggerito, ossia VERITA’, che in ebraico si dice EMET. Siccome però MET vuol dire MORTO, Rabbi Leib, aveva omesso la prima lettera, affinché il golem non potesse muoversi prima di indossare degli abiti”.

Ora questa attivazione del “golem” attraverso l’incisione del Nome Sacro sulla fronte in realtà non appartiene alla tradizione praghese bensì a quella polacca alla quale, date le origini di Singer, è presumibile che egli, in questo caso, abbia attinto. Il motivo dello Emet è infatti un motivo polacco ci fa presente Ripellino (p.169 cit.), essendo, egli aggiunge, che la “saga polacca imperniata su rabbi Elijahu di Chelm”, a cui è attribuita la creazione del primo “golem”, precede quella praghese, sebbene poi questa l’abbia scalzata per fama e importanza.

Animato finalmente il “Golem” con l’incisione della prima lettera sulla fronte, Rabbi Leib gli affida il compito per cui è stato creato: trovare la piccola Hanke e presentarsi in tribunale, il giorno del processo a Reb Polser, con la bambina così da discolpare il banchiere. Il gigante, come tradizione vuole, si mostra del tutto ubbidiente e, se pur a monosillabi, esprime il suo assenso. Già da questo aspetto del proferire parola cogliamo come in questo suo “Golem” Singer introduce un che di umano che distanzia il suo personaggio dal clichè del “golem” “muto fantoccio di mota torvo e tardissimo” di cui si diceva all’inizio. Singer nella sua “versione” sebbene escluda, come di regola, che il “golem” abbia un’anima, tuttavia fa dire a Rabbi Leib che egli possedeva “la nefesh, lo spirito che fa vivere gli animali superiori”, inserendosi, in tal modo, in un filone che anche Ripellino richiama, precisando però come la presenza della “Nefesch…l’anima vegetativa” nel <>, sia condivisa solo da “alcuni mistici”. (p.157 cit.).

Singer presupponendo per il suo ”Golem” il possesso di uno spirito vitale non solo gli consente l’ uso della parola ma ne fa trapelare una sua umanità tanto da far dire a Rabbi Leib che negli occhi del “Golem aveva visto lo stesso smarrimento [che hanno gli] occhi dei neonati e perfino gli occhi degli animali”, provando per lui “una specie di compassione”. Arrivato il giorno del processo accade tutto così come Rabbi Leib aveva previsto: “D’ improvviso il portone sprangato del tribunale si spalancò e un gigante dalla faccia di argilla giallastra si precipitò dentro reggendo una bambina tra le braccia. La bambina piangeva. Il gigante la depose vicino al banco dei testimoni e se ne andò immediatamente”. L’ odioso piano del Conte viene quindi smascherato, egli è arrestato, l’ebreo liberato e i pericoli per la comunità degli Ebrei scongiurati.

Raggiunto lo scopo per il quale il “golem” era stato creato, Rabbi Leib, così come gli era stato prescritto, si predispone a farlo scomparire il che, nella versione di Singer, avverrà attraverso l’ablazione dell’intero Nome Sacro, sebbene Ripellino richiami, per tali circostanze, un diverso canone: “se ha sulla fronte il vocabolo Emet, si cancella la prima lettera, in modo che resti soltanto Met(ossia: morte), e il fantoccio si affloscia e ritorna ammasso molle” (p.158 cit.). Singer, invece, farà usare pure lui tale modalità a Rabbi Leib, ma questi la adopererà solo per “addormentare” temporaneamente il suo “Golem”, quando gli occorrerà occultarne la presenza o, come abbiamo visto, prima di dar seguito alla sua effettiva attivazione.

Ma le cose, riguardo all’ “eliminazione” del “Golem”, prenderanno una piega diversa dalla “regola”. Rabbi Leib, infatti, acconsentendo ad una richiesta della moglie che, come “tutta la città di Praga e [come] tutta la Boemia” era venuta a conoscenza dell’esistenza del “Golem”, si renderà disponibile a permetterne un utilizzo diverso da quello unico ed esclusivo per il quale era stato creato, contravvenendo così alla prescrizione ricevuta. E per disseppellire un antico e prezioso tesoro il quale si diceva giacesse sotto quell’enorme roccia che c’era nel giardino della casa del rabbino e che la moglie sperava di recuperare per destinarlo ai poveri, Rabbi Leib, convinto da questo argomento, ordina al “Golem” “di rimuovere la roccia per dissotterrare l’ oro nascosto”. Ma il “Golem” inaspettatamente si rifiuterà, incapace di dire il perché. E lì Rabbi Leib comprende che avendo infranto “le regole della magia”, se pur a fin di bene, aveva ormai perso il controllo del “Golem”, evidenziando, il riferimento fatto da Singer alla “magia”, tutto il misto di sacro, di occultistico, di cabbalistico e di rituale proprio della tradizione golemica praghese, che aleggia anche in questa “storia”.

Richiestogli infatti dal rabbino di abbassare la testa affinché gli potesse elidere il Nome Sacro il “Golem Joseph” vi si oppone, impedendo a Rabbi Leib di avvicinarsi alla sua fronte. Il “Golem” inizierà, goffo e maldestro, ad aggirarsi per la casa del rabbino “come un bambini troppo cresciuto: ansioso di rendersi utile”, in realtà combinando “pasticci” di ogni sorta ma svelando però, nel contempo, caratteri sempre più umani: “Rabbi Leib si accorse che il golem diventava tutti i giorni più umano: starnutiva, sbadigliava, rideva, piangeva.” La vicenda, a questo punto, assume il carattere di una fiaba amara ma anche toccante. Il “Golem Joseph”, infatti, tenderà a manifestare sentimenti e reazioni, ad avere vita propria, ad essere invaso dalla malinconia, a sentirsi solo e diverso. Egli finirà per avere quasi una coscienza di sé e un anelito alla vita che lo porterà a difendersi da quel pericolo, che intuisce essere per lui mortale, di vedersi cancellato dalla fronte il Nome Sacro. Ma egli resterà un essere incontrollato e incontrollabile, impossibile da ricondurre ad un comportamento umano. E nonostante le bravate e le pazzie che combinerà per tutta Praga resterà un essere indifeso, destinato come egli è a scomparire.

Tradito dall’amore per Miriam, la giovane serva di Rabbi Leib, di cui si invaghisce, la quale – pur restia ad “uccidere” il “Golem” verso cui prova un’affettuosa tenerezza – aiuterà il rabbino nel suo intento di sopirlo per sempre; e tradito da un’ umana debolezza come quella per il vino di cui a un certo punto si ubriacherà sprofondando in un sonno profondo, Rabbi Leib riuscirà finalmente a cancellargli il Nome Sacro dalla fronte e “Il golem emise un ultimo profondo sospiro e giacque senza vita”.

Se quindi in questo “Golem” di Singer ritroviamo il principio dell’intervento divino attraverso il “golem” a protezione della comunità e il principio della severità del Dio nel pretendere l’utilizzo esclusivo del “golem” ai fini da lui stabiliti, sono altresì presenti, se pur in forme più “sentimentali”, la deriva “pazzoide” del “golem”, nonché quella derivante dalla rivolta contro il suo creatore che Ripellino inscrive nei canoni del ciclo praghese: “Il ciclo praghese dilata il motivo dell’improvvisa demenza del corpo di creta, che minaccia sfacelo, non solo per la comunità degli ebrei, ma anche per Praga e l’intero universo…Ma la Golemlegende di Praga accenna diagonalmente anche il tema della rivolta del manichino contro il proprio creatore: rivolta della forza bruta contro l’ingegno o del servo contro il padrone” ( p.168 cit.).

In conclusione Singer ci lascia, alla fine di questa sua “ storia”, che ha il tono e l’incedere di una favola, lontana da cupezze espressionistiche e ambientazioni orrifiche, con un messaggio di umana speranza: “Dedico questo libro ai perseguitati e agli oppressi di ogni luogo, vecchi e giovani, Ebrei e Gentili, nonostante tutto con la speranza che il tempo delle false accuse e dei giudizi distorti un giorno cessi” e con un suo auspicio sulla forza dell’amore che ha il sapore di una parabola: “Forse l’amore ha più potere di un Nome Sacro. L’amore, una volta inciso nel cuore, non può più essere cancellato. Vive per sempre.”

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