“Il diario di Jane Sommers” – Doris Lessing

“Il diario di Jane Somers” è un romanzo sul mistero della vita e della morte che ha al suo centro l’essere umano assunto nella sua essenzialità. In esso vi è, prima di tutto, un’istanza fondamentale che sta nel rinnegare qualsiasi esorcizzazione della morte e qualsiasi rifiuto di quello che ad essa è connesso: deperimento, invecchiamento, fragilità, vulnerabilità, osservandone, al contrario, in modo impietoso il loro evolversi.

Ma il mistero che la Lessing esplora tocca il segreto stesso della vita umana e cioè: c’è una forza in noi che, a prescindere dal deperimento organico del nostro corpo, ci rende capaci di resistere alla morte, a secondo di quanto ci sentiamo più o meno pronti a morire?  In altre parole quanto conta l’istinto di conservazione e come si manifesta?

Il percorso che la Lessing compie in questa direzione si sviluppa a partire da uno scavo inesorabile e sistematico all’ interno della vita e all’ interno dell’interiorità di due donne: Jane Somers e Maudie Fowler osservate non solo in sé ma, prioritariamente, in ragione e all’ interno di quel rapporto inscindibile che le unirà. Operando per sottrazione, la Lessing le spoglia progressivamente di ogni difesa e pudore, così come di ogni ruolo e appartenenza sociale portandole e portandoci, prima di tutto, verso una presa di coscienza lucida e rigorosa, di quel bisogno di “legami forti” che dà senso e costituisce il senso stesso dell’esistenza.

Ma assumendo tali legami non in quanto mediati da vincoli quali quelli familiari, sociali, culturali la cui forza appare per la Lessing aleatoria, destinata per lo più a tramutarsi in forza costrittiva e in un insieme di dinamiche di potere, come concretamente accaduto anche nella vita di queste due donne, bensì in quanto fondati sul valore dell’intensità e del significato dello scambio relazionale in sé, depurato da ogni altra implicazione e basato su quel nutrimento profondo che è il bisogno di esistere per qualcuno.

In altre parole il gratificare e l’essere gratificati stando dentro relazioni che nascono perché rispondono a necessità reali e che saturano quel bisogno affettivo di dare/avere che rende l’esistenza sopportabile e degna di essere vissuta. L’azione prende le mosse da Jane Somers (J.) l’autrice del diario. J. è una donna alle soglie dei cinquanta, bella, elegante, di successo: è caporedattrice di una rivista di moda a larga diffusione. Estremamente attenta alla sua immagine, J. è sistematicamente e quasi orgogliosamente dedita a curare il suo “stile” che si adopera ad esaltare e a personalizzare rendendolo unico e ricercato. Ma J. è anche una donna intelligente e capace che si è fatta da sé e che ha fatto del suo successo professionale il centro della sua vita. La redazione di Lilith la rivista in cui è cresciuta professionalmente e in cui lavora da sempre è, di fatto, come lei stessa ammette, la sua “casa”.

J. è rimasta da poco vedova. Freddie, il marito, è morto di cancro e così come era avvenuto anni addietro per la madre, morta anch’essa di cancro, J. si rende conto di non avere, in entrambi i casi, veramente sofferto. Quei legami non erano mai stati per lei veramente forti. Il suo matrimonio non era stato “il tipo di matrimonio in cui si parla di cose vere” anzi dirà a questo proposito: “Non eravamo veramente sposati. Era piuttosto un matrimonio come tanti al giorno d’oggi. Vantaggioso per l’uno, o l’altro, o entrambi gli interessati. Per me Freddie era un vantaggio in più”.

Così come distante era sempre stata J. nei confronti della madre, lasciata “in carico” alla sorella Georgie che si era assunta tutti gli oneri connessi alle cure e all’ assistenza della madre pur avendo anche lei un marito ma anche quattro figli da tirar su, mentre J. se ne stava a Londra, a fare la sua vita, tenendosi alla larga dalla madre e dalla sorella e dai problemi che questa da sola si era trovata ad affrontare. Morto il marito J. si ritrova sostanzialmente sola. In pratica ha una sola amica Joyce, sua partner di lavoro, con cui condivide la direzione della rivista e così adesso “dopo il lavoro , se non ceno con Joyce per discutere di qualcosa, torno a casa con qualche contenitore di cibo già pronto…i weekend li passo da sola…Eppure non mi sento sola”, dirà.

Perché J. è, di fatto, una donna abituata a stare interiormente sola. Abituata a non dipendere dagli altri ma abituata anche a non avere nessuno che dipenda da lei. Un’indipendenza esistenziale in cui vive corazzata. Apparentemente del tutto indifferente a qualsiasi bisogno di relazioni significative sia con un eventuale altro uomo sia con eventuali altre persone. In sostanza chiusa dentro un rispecchiamento narcisistico che la rende emotivamente autosufficiente. In questo quadro si comprende bene il fatto che J. sia tesa, così come essa è, a rifuggire difensivamente dalle esperienze dolorose perché incapace di confrontarsi con il dolore in quanto tale, anestetizzata ormai da un rifiuto sistematico a guardare in faccia la realtà se questa è dolorosa. Così era verso la malattia e la morte e così era verso la vecchiaia: “No, no, non voglio, non posso, non voglio nemmeno sapere che esistono queste cose” dirà riferendosi a tutto questo.

In questo senso mai J. si era accorta, né aveva prestato attenzione a quella pletora di anziani anzi soprattutto di donne anziane che abitano nel suo quartiere, rimosse anch’ esse da quel suo sguardo disattento verso i segnali di precarietà o sofferenza provenienti dalla realtà. Senonché un giorno trovandosi in farmacia avviene, casualmente, un incontro fortuito con una di queste donne. Si tratta di Maudie Fowler (M.) una novantenne che quasi senza che J. riesca a rendersene conto riesce con una sorta di silenzioso magnetismo ad attrarla in casa sua. M. vive sola, in condizioni di estremo degrado, in un appartamento sporco e maltenuto e in un tremendo stato di incuria sia suo personale che di tutto quello che la circonda: “Era tutto così sudicio, squallido, triste, orribile” dirà J.

Il primo impatto per J. è quindi di forte repulsione, ma quando, dopo aver preso insieme una tazza (“sporca”) di tè ed essersi trattenuta un po’ con M. questa le dice: “Suppongo che non ci vedremo più”, J. senza sapere neanche lei, li per lì, il perché le risponderà: “Potremmo vederci, se vuole”, proprio quello che M. voleva sentirsi dire: “Oh, ma certo che voglio, certo che voglio” sarà infatti la risposta di M. E quell’ ”attimo di intimità” che si stabilisce tra le due donne diventerà fatale: J. viene infatti progressivamente e inesorabilmente risucchiata nell’ esistenza di M. La va a trovare in modo via via sempre più frequente e regolare e da un iniziale ruolo di compagnia, J. passa ben presto a svolgere un vero e proprio ruolo di assistenza e accudimento nei confronti di M..

Quest’ultima rifiuta infatti gli aiuti che pure la locale rete dei servizi pubblici le offrirebbe, perché M. non ammette di riconoscere e non vuole accettare di essere dipendente dagli altri. Con J. è diverso. J. non è una badante, in parte è anche questo, ma in realtà è molto più di questo per M.. J. è diventata un’amica, l’unica, la migliore amica di M.. Si sviluppa così, tra J. e M., una relazione via via sempre più intensa, non esente da scontri e conflitti per le impuntature scontrose e i “capricci” orgogliosi di M., ma in realtà per entrambe vitale, forte e indissolubile. M. ricostruisce, in lunghe narrazioni che fa a J., la sua vita, per lo più difficile, fatta di privazioni e lacerazioni, sacrifici e rinunce, dalla quale poco o niente ella ha avuto in termini di riconoscimenti e ricompense da parte degli altri, in primis da parte dei suoi parenti che l’hanno sostanzialmente abbandonata.

La presenza di J. nella vita di M. dà quindi a quest’ultima la possibilità di ritrovare e riscoprire il valore e la pienezza di un “legame forte” ormai da tempo smarrito: il piacere di voler bene a qualcuno da cui ci si sente voluti bene. Perché anche J. vivrà, nella relazione con M., un’esperienza nuova e inattesa, basata sull’ importanza dell’altro, sull’ accettazione libera e interiormente gratificante dell’avere qualcuno che dipende da lei ma da cui si sente anche dipendere nel momento in cui sente di essere importante per M..Ed anche la vita di J., il suo mondo, il suo stesso amato lavoro perderanno progressivamente di importanza e di significato. Avverrà infatti per J. una riformulazione delle sue scale di valori e il concetto di impegno si modificherà radicalmente nel suo vissuto. Non più connesso e identificato con la carriera ma legato ad una ricerca di senso e di appagamento interiore che la porterà al prevalere nella sua vita della sfera relazionale intesa nei modi e nelle dinamiche scoperte con M., tanto che J. inizierà a frequentare anche altre anziane del suo quartiere.

Ma “staccando” sempre di più dal lavoro e da quell’ ossessiva cura di sé che tanto la occupavano, questo si rivelerà per J. anche l’occasione per una riscoperta di sé, della possibilità di fare cose nuove e diverse: in primis il piacere della scrittura a cui si dedicherà intensamente, con una progressiva semplificazione quindi ma anche arricchimento della sua esistenza. A fronte, per contro, del personaggio di Joyce, stigmatizzato dalla Lessing, perché anche Joyce “lascerà”, tra l’altro in modo definitivo, il lavoro, in funzione anch’ essa di un legame, ma non determinato da una libera scelta come per J. bensì da una vera e propria coercizione, in questo caso familiare, avendo finito Joyce, in nome di una fittizia unità della famiglia, per seguire, negli Stati Uniti, il marito, lì chiamato per un incarico in un’università, il quale la ricatterà, affinché lei lo segua, minacciandola di andarci comunque ma con la sua amante con cui la tradiva dichiaratamente.

E Joyce abdicherà, rinunciando alla “sua” vita, in nome e in ragione dei figli, in relazione ai quali Joyce dirà a J., che la rimprovera sconcertata per la sua “debolezza”: “Ma non capisci? La mamma è stata catturata. E’ stata riportata a casa… Ora sanno che andrò con loro, si sentono più sicuri, ma sono terrorizzati…Si ritrovano un padre che per anni ha praticamente avuto una seconda famiglia. Di recente hanno dovuto accettare il fatto che i loro genitori stavano per divorziare. Adesso che la famiglia ha deciso di restare unita…” Ciò a sottolineare come tutti i legami familiari sono connotati dalla Lessing o come legami deboli, vedi quello tra J. e suo marito o come veri e propri legami basati sul potere e sul ricatto, come questo di Joyce e come quelli avuti nella sua vita da M., sia da bambina che da adulta come ella racconterà diffusamente a J.

Ma nel raccontarci e ricostruire la “conversione” di J., quello su cui lavora la Lessing è anche il superamento del concetto di indifferenza. Quell’ indifferenza che, come ha osservato Eugenio Borgna, “è davvero la malattia più crudele e inesorabile della vita psichica, e in essa siamo prigionieri di un deserto della speranza che non consente alcuna reale comunicazione, alcuna sincera relazione, con il mondo delle persone e delle cose. Nella indifferenza siamo immersi in una solitudine arida e pietrificata.”

Ma questo superamento dell’indifferenza a cui perviene J. comporterà, nel concreto del rapporto con M., un aumento costante e progressivo del carico di responsabilità e di impegno di J. e ciò in modo direttamente proporzionale al diminuire dell’autosufficienza di M. e all’ irrompere nella sua vita della malattia. La Lessing fa descrivere accuratamente a J., nel suo diario, la fatica, talora il ribrezzo che le cure fornite a M., soprattutto quelle in relazione all’ igiene personale di M., le produrranno, a sottolineare l’umana ripulsa, talora ai limiti dell’insopportabilità, che il “badare” comunque comporta, prezzo inevitabile, implicito in questo tipo di esperienza. Ma in cui convive anche sia un senso di pietas verso la oggettiva fragilità e vulnerabilità di M., verso la sua nudità come essere umano, sia un interrogarsi quasi sgomento sulle radici stesse della vita umana e sulla loro intrinseca e autonoma forza: “M. era gelata, era malata, era debole – ma sentivo qualcosa pulsare dentro di lei: la vita. Com’è tenace la vita. Non ci avevo mai pensato prima, non l’avevo mai recepita in quel modo, non come in quel momento, mentre lavavo Maudie Fowler.”

M. infatti, nonostante l’inesorabile esaurirsi della sua autonomia fisica, rivela uno strenuo, quasi forsennato attaccamento alla vita che la fa reagire, tener duro, contro tutto e contro tutti, ostinata ai limiti della superbia, non solo nel non voler accettare altri aiuti, più professionali, oltre quelli di J. ma, soprattutto, nel dare ad intendere che non ha nessuna voglia e nessuna intenzione di “morire”.Ma la natura altrettanto ostinatamente fa il suo corso e a M. viene diagnosticato un cancro allo stomaco. Inizia così la fase terminale della vita di M. e l’esperienza diretta con la morte, a cui anche J., questa volta, assisterà, a differenza del passato, da vicino. Un giorno J. aveva scritto nel suo diario: M. è “una vecchietta arrabbiata e indomita. E lo era davvero arrabbiata. All’ improvviso ho capito che tutta la sua vitalità risiede in quella rabbia”

Una rabbia quindi che è alla base dell’istinto vitale di M., quell’ aggressività latente che M., quando gli gira, è pronta a tirar fuori, che è il suo modo, fatto di dignità e amor proprio, per restare padrona il più possibile della sua vita e della sua voglia di vivere, sentendosi viva nel momento in cui, tramite quella sua aggressività, sente di essere capace di esprimere un’energia, perché, come ha detto la stessa Lessing, in un’intervista, “Il vero momento in cui si invecchia è quando si tirano i remi in barca.” E quella rabbia M. se la terrà addosso fino alla fine. Perché, nonostante tutte le evidenze e le previsioni di medici e infermiere che stanno intorno a M., in quella stanza d’ospedale, M. dà a tutti l’impressione di stare procrastinando la morte, la “sua” morte.

In questo senso J. annoterà sul suo diario: “è possibile che a stabilire il tempo, il ritmo della morte non sia il corpo, non sia quel tumore nello stomaco che aumenta il volume a ogni respiro, ma il bisogno della Maudie che non vuol morire di adattarsi – a che cosa? Chi può sapere quali enormi processi stiano avendo luogo là, dietro la testa ciondolante di Maudie, dietro quegli occhi cupi, accigliati. Io credo che Maudie morirà quando questi processi saranno giunti alla fine. Ecco perché non sosterrei mai l’eutanasia, o almeno, non senza infinite precauzioni. Il bisogno…delle persone più vicine e più care, è di vedere la fine delle sofferenze del malato, al più presto, perché è orribile assistere al lento processo della morte. Ma può darsi che sia molto meno orribile viverlo che osservarlo…noi non possiamo assolutamente sapere cosa le stia succedendo in realtà”

Ed è questo l’intimo mistero, quel mistero della vita e della morte di cui si diceva all’inizio, a cui la Lessing ci richiama. Il mistero dell’istinto di conservazione e di come lo manifestiamo: di che cosa accade dentro di noi, di come e di quando la nostra volontà, oltre che il nostro corpo, valica quel confine che c’è tra vita e morte. Ma questo non lo sapremo mai e naturalmente neanche a J. sarà dato saperlo in relazione a M., finché: “Maudie è morta ieri notte”. E dopo il funerale, quando J. avrà fatto rientro a casa, ella si sentirà addosso un’enorme rabbia. E, di fronte alla nipote che è lì con lei e gli dice “Purché tu sappia con chi sei arrabbiata”, sembrerà in realtà di vedere in J. quella stessa rabbia che c’era in M.

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