“Il viceré di Ouidah” – Bruce Chatwin

C’è stato uno scrittore e c’è stato un libro a cui sono stato e sono molto affezionato perché quello scrittore e quel libro hanno prodotto su di me, “in quel momento della mia vita”, una grande influenza e mi hanno profondamente coinvolto ed appassionato. Quello scrittore è Bruce Chatwin e il libro “Il viceré di Ouidah”.

“In quel momento”, che non era solo il mio ma che accomunava molti di quella  generazione, pochi scrittori hanno saputo cogliere e raccontare così bene come Chatwin un “sentimento” diffuso che conteneva ed esprimeva bisogni esistenziali e culturali, tensioni interiori, ideali. Quella che – riprendendo un felice titolo dato ad una sua raccolta di scritti e di saggi uscita postuma – si può definire come un’ ”Anatomia dell’irrequietezza”. Al punto da rappresentare, lui e i suoi libri, un “modello” di riferimento, un esempio in cui ci si poteva riconoscere.

Chatwin con il suo “nomadismo” che era il tema e la cifra dei suoi libri non solo raccontava il mondo ma, in realtà raccontava “un mondo”, facendo così diventare letteratura quello che per molti altri si sarebbe ridotto a “resoconto” storico – antropologico – geografico, come appunto sarebbe potuto accadere per un libro come “Il viceré di Ouidah”. Il “nomadismo” per Chatwin non era quindi un “oggetto di ricerca” ma un registro della sensibilità, qualcosa che corrispondeva al passo della sua vita ma anche al passo di quei tempi. Ben lontano dall’essere uno scrittore di viaggi, Chatwin faceva però del viaggio il “luogo e il tempo” del suo narrare, la precondizione che permetteva l’accensione della fantasia.

Dava così dignità, valore e ricchezza e suscitava fascino, incanto, senso della scoperta e dell’avventura a chi e in chi, come me, in quegli anni, elaborava vie di fuga, cercava risposte al senso di non appartenenza, sentiva attrazione per il lontano, il diverso, l’altro. Senza però che questo si traducesse in una fuga dal mondo, in una compiaciuta ricerca del periferico e del marginale in quanto tali. Chatwin non solo trasmetteva l’idea che il mondo fisico è molto più grande del mondo in cui viviamo e in cui ci identifichiamo ma, soprattutto, che oltre al mondo fisico vi è un altro mondo fatto di visioni, percezioni, vissuti ed evocazioni assai più grande, misterioso ed inafferrabile di quello che conosciamo e concepiamo.

Chatwin, a suo modo, è stato – utilizzando una categoria e un termine contemporanei – un anticipatore della globalizzazione perché ci ha messo in relazione con mondi diversi sia in senso geografico che culturale, ma anche un nemico della globalizzazione perché le lontananze e le diversità di quei mondi le rispettava e le esaltava nei suoi libri, lungi dal volerle uniformare e omologare sotto le insegne di una “cultura dominante” come oggi la globalizzazione, quella vera, fa. Ma Chatwin è stato anche un vero romanziere perché ha saputo raccontare in modo avvincente storie di personaggi e vicende umane tenendole assolutamente in primo piano nella loro individualità e singolarità, ma sapendo incastonarle sullo sfondo di realtà e eventi che appartengono alla storia umana e di cui riusciva a darcene l’eco e la profondità.

Narrativamente l’esito è stato quella sua capacità di fondere una base narrativa fattuale con un impressionismo molto accentuato fatto di esotismi, divagazioni di tipo fantastico, evocazioni mitiche, atmosfere, ricostruzioni di avvenimenti e luoghi reali fatta in modo tale da ricollocarli in una dimensione immaginaria, creando quindi intorno ad essi un alone conturbante e pieno di suggestioni. E “Il viceré di Ouidah” ne è un esempio perfetto in quanto storia romanzesca e romanzata di uno schiavista brasiliano nell’ex Dahomey, l’attuale Benin. Dove sullo sfondo di avvenimenti reali e storici legati allo schiavismo si inscrive la vicenda di Francisco Manoel Da Silva che, nel 1812, a ventisette anni, lascia il “Sertao, l’arida terra di allevamenti di bestiame del Nord-Est brasiliano” per cercare fortuna in Africa dove diventerà il celebre negriero Dom Francisco da Silva.

Ma, di questo libro, quando lo lessi, quello che fu per me affascinante e fulminante e di cui resto tuttora debitore a Chatwin è la sua capacità di raccontare l’ Africa, la vera protagonista de “Il viceré di Ouidah”. Quella sua capacità di trasmetterne in primo luogo la sua fisicità, di darne quel senso di corporeità senza mediazioni mentali, di esprimerne tutta l’istintualità e, se si vuole, anche la brutalità. Dove l’uomo è parte della natura anzi è esso stesso natura, ma lungi dall’essere il “buon selvaggio”, esprime piuttosto una sorta di “lato oscuro della forza”. Dove quel fondo di follia insito nella natura umana qui non ha pudori e reticenze a manifestarsi e a venire a galla, soprattutto nelle sue manifestazioni più grottesche e appariscenti, anche per effetto del convivere del primordiale e dell’ancestrale con le contaminazioni prodotte dalla civilizzazione, con tutto quello che di cerimoniale e di cerimonioso vi si accompagna.

Echi di “Cuore di tenebra” ma portati dentro una narrazione che ha l’andamento di un sogno, e che in tal modo restituisce i colori e tutta quella parte fatta di indolenza, di imperscrutabilità e di imprevedibilità proprie dell’ Africa. Ebbene quel libro mi portò letteralmente in Africa. Mi condusse, insieme ad altre spinte, ad andarci realmente e ad andare proprio nei luoghi di cui in esso si parla, tra cui ovviamente Ouidah.

E lì trovai una realtà ancora impregnata di quelle atmosfere che Chatwin aveva ricreato e descritto. I simboli di quel mondo erano ancora tutti lì: i residui coloniali, il forte portoghese che era stato dimora di Dom Francisco, la spiaggia e la laguna circostante dove venivano ammucchiati gli schiavi, la vastità a perdita d’occhio dell’Oceano, sapendo che dall’altra parte c’è quel Brasile da cui Francisco Manoel arrivò e in cui, a loro volta, gli schiavi venivano portati.

E poi quell’impressione di trovarsi dentro una grande e ininterrotta cerimonia per tutto ciò che dovunque capitasse di essere ti accadeva intorno, con la sensazione ricorrente che dai tempi in cui lì visse Dom Francisco da Silva nulla fosse davvero cambiato. Un mondo ai confini del mondo che sembrava ancora preda di una sua magia inesorabilmente estranea a chi a quel mondo non apparteneva. E in quel suo mischiare reale e immaginario che Chatwin aveva fatto in questo libro non solo aveva evidenziato le sue qualità di scrittore ma aveva colto qualcosa che lì si respirava nell’aria, come se nelle cose reali vivesse anche un che di irreale. Dopo quel libro ho letto ancora altri libri di Chatwin.

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