“Parlamenti buffi” – Gianni Celati

“LE AVVENTURE DI GUIZZARDI”

“LA BANDA DEI SOSPIRI”

“LUNARIO DEL PARADISO”

“Parlamenti buffi” è un’edizione contenitore. In essa è infatti raccolta una trilogia costituita da tre racconti lunghi scritti da Celati negli anni ’70 che, se pur riconducibili ad un disegno unitario, da qui la scelta di pubblicarli insieme, tuttavia nacquero separatamente e furono pubblicati autonomamente. In tal senso essi vanno quindi considerati, a tutti gli effetti, come tre opere indipendenti. Tutti e tre questi racconti sono stati oggetto di ampi riconoscimenti e sono da considerarsi opere tra le più importanti dell’intero panorama della letteratura italiana del secondo ‘900.

Il primo di essi, in ordine cronologico, è “Le avventure di Guizzardi” del ‘72, vincitore quello stesso anno del Premio Bagutta, successivamente, nel ’74, apparve “La banda dei sospiri”, ed infine nel ’78 “Lunario del paradiso”. Questo volume è quindi, a suo modo, un piccolo tesoretto, giacché contiene tre differenti titoli, dando, nel contempo, la possibilità di leggerli come un insieme della poetica e della produzione di Celati di quel periodo. Dato però il valore autonomo che ciascun racconto possiede ho ritenuto di darne conto separatamente, anche perché ciascuno di essi suscita una tale ricchezza di suggestioni che merita di essere raccontato a sé. L’ordine dei commenti segue l’ordine di lettura dei racconti da me seguito.

“LE AVVENTURE DI GUIZZARDI”

“Le avventure di Guizzardi” è un vero e proprio capolavoro comico. In esso si narrano le dis/avventure di Danci Guizzardi, una figura giullaresca, le cui vicende si svolgono in una cornice e in un universo umano e materiale assolutamente demenziale, che rimanda sia a radici profonde della tradizione letteraria italiana: da Ruzante, a tutto il filone delle novelle sboccate, sino a Collodi e quindi a Pinocchio le cui atmosfere riecheggiano nel personaggio di Guizzardi, sia alle gags del cinema muto: della serie “oggi le comiche” e alla moderna narrazione per immagini propria del disegno animato.

Vi sono poi le vicende narrate in sé, che hanno un che di dantesco, nella misura in cui il povero Danci G. passa da una serie incredibile di situazioni disgraziate, dei veri e propri gironi deliranti, che fanno assumere alla sua “storia” un carattere epico, ma di un’epica non gloriosa ed altisonante, ma di un’epica che potremmo definire un’epica della sfiga e che fanno di Danci G. un personaggio senza redenzione. Perché, con una sorta di formula, si può dire che tema chiave de “Le avventure di Guizzardi” è “la costante ingiustizia”.

Danci G. subirà infatti nel corso delle sue peripezie le più svariate angherie e bastonature, non solo in senso fisico, dovendo districarsi in un vortice di vicende surreali, nelle quali viene quasi sempre “messo in mezzo”, suo malgrado, da una serie di odiosissimi personaggi, resi da Celati in forme grottescamente macchiettistiche, anche se, molti di essi, volendo, potrebbero essere facilmente rinvenibili nel nostro più comune quotidiano. Perché, anche questo va detto, epico e quotidiano sono due dimensioni apparentemente lontane ma che in Celati convivono armoniosamente e danno vita a un che di magico e favolistico. E’ come se in Celati l’epico venisse “abbassato” alla dimensione del quotidiano e il quotidiano trasposto in una sua dimensione epica.

Tutto questo è poi esaltato dal linguaggio e dalla sintassi adottata da Celati che operando una sorta di rivisitazione della letteratura farsesca e della commedia inventa una “parlata” desueta perché figlia dell’ “Italiano Volgare” e al tempo stesso innovativa perché fa comunque uso del nostro vocabolario corrente. Ma è soprattutto il periodare adoperato da Celati a rendere vivido questo effetto, a metà tra Commedia dell’Arte e un che di moderno e rutilante picaresco, si pensi, tra l’altro al fatto che nella punteggiatura sono completamente assenti le virgole. Ed evocando il picaresco non si può non dimenticare un altro rimando “forte” che suscitano le vicende di G., per quel di picaresco che vi è in esse, e cioè quel filone proprio della letteratura spagnola del ‘500 che fa capo al personaggio di Lazarillo de Tormes, figura prototipo del picaresco, con cui G. condivide la parte del vagabondo e un po’ furfante, nonché quella del reietto maltrattato. Ma la più bella definizione de “Le avventure di Guizzardi” l’ha data lo stesso Celati che con un’immagine di grande sintesi lo ha definito: «un libro di espurgazione delle malinconie attraverso il riso, come insegna Rabelais».

Detto ciò vale però, più di tutto, immergersi tra alcuni degli innumerevoli effetti esilaranti, sfrenati e pirotecnici che fuoriescono dalle rocambolesche avventure del G.

Si parte con gli orridi merciai Muccini, i due astiosi e avidi genitori del Piccioli, l’amico da cui G. va ospite che, “tramite onde devote” che essi captano e che ricevono direttamente dal Signore, traggono ispirazione per giustificare ogni loro tornaconto. Decisi a sbarazzarsi del G. che gli sta in casa, ma a loro non gliene viene niente, mandano “al Signore cinque domande: “Dobbiamo vedere sempre in casa nostra questo tanghero? Dobbiamo tenerlo senza essere pagati? Dobbiamo avere il suo vestito? Deve andar via subito? Deve essere nostro figlio da lui cariato?” Risposta: “Si al numero uno due le altre tutte no”. Al vecchio Muccini gli è scappata una grossa bestemmia di bocca: “Brutto Dio!” Non essendo soddisfatto di quel conteggio”. Non contenti i Muccini tentano di togliere di bocca al povero G. quell’unica polpetta che avendo il “piatto sempre vuoto” l’amico Piccioli gli aveva passato: “Immantinente come un uragano il vecchio Muccini me la rivoleva dicendo a Piccioli sul tono di maledire: “Se tu gliela dai non sei più figlio di me!” Indi allungava anche le mani non lavate a togliermela indietro con urli da squilibrato furibondo giungendo in breve alla minaccia: “Chiamo le guardie!” Se non la ridavo. Io sono diventato tutto rosso pur tenendola ben salda la polpetta a scanso delle sue zampe da preda. E quello non arrivandoci dunque a sottrarla si è messo a proporre: “Domandiamo al Signore se la devi tenere tu si o no”. E a parte diceva: “Così me la piglio indietro!” Dipoi fatta domanda con due segni di croce ha invocato la risposta circa la polpetta se a me potesse spettare per diritto senza pagamento. E la risposta era: “Si!” Senza ombra del dubbio in mio favore. Il vecchio Muccini ha uscito una bestemmia eccezionale dal dispetto poi esclamava: “Ma guarda un po’!”.

Finalmente i Muccini trovano l’occasione di disfarsi del G., grazie alla vedova Coniglio che, messi gli occhi sul povero Danci, se lo compra, al fine di sollazzarsi dispoticamente con lui: “quando per esempio di notte si fosse svegliata per chiedere “Cosa fai Danci?” Dovevo io saltare nel letto e rispondere con tono di nessun disturbo: “Dormo cara”. Altrimenti si inferociva come belva spaventosamente urlando: “Pidocchio io ti ammazzo!” Cioè: “Se non cambi!”

Nel caseggiato, dove vive la vedova Coniglio, G. è preso di mira dai condomini che, stabilito che egli “E’ indiano” in quanto uno di essi, il Verdura, essendo “reduce dall’Africa” afferma perentorio “Io me ne intendo!”, decidono di rivolgergli “solo quel motto che si rivolge a un indiano con voce ringhiosa: “Mammalucco!”. Le tragicomiche vessazioni a cui è sottoposto il G. in quella casa e da quei condomini non si contano finchè un giorno G. riesce a scappare e cammina cammina incontra per strada l’indovino Clò, così egli definendosi essendo, a sua detta, “legalmente riconosciuto dalla Madonna” ed avendo egli “la dote di preveggente su intercessione di Maria madre santa. La quale poi al Clò gli aveva già concesso le stigmate invisibili e tra poco tempo per il suo buon operare egli riceverà anche le stigmate visibili”. Con Clò il G. raggiunge l’ospedale a cui il Clò si reca per causa del seguente “ordine repentino” ricevuto mentre intento a montare la di lui moglie, “una voce” così gli detta: “Vai a ritirare tua madre dall’ ospedale portala con te se non vuoi che muoia bastonata dagli infermieri”. E, in effetti, in quell’ ospedale, che è in realtà una gabbia di matti, non solo gli infermieri sono usi picchiare a loro piacimento i ricoverati, ma si ha anche che: “Il professore primario!..Vuole tutte le donne!..E’ donneggiatore e ateo!”. Così impreca al cospetto di G. e del Clò, l’infermiere Tofanetto, essendo, per sua disgrazia, che il professore primario: “Vuole mia moglie tutte le mattine” cioè l’infermiera signora Tofanetto.

Senonché il G., a un certo punto, viene anche assunto nell’ ospedale, come sostituto del Pacchioni, un infermiere fatto scomparire, di nascosto, in quanto subissato di botte dal “gigantesco infermiere D’Ercole”, un cerbero lecchino del primario, essendo il Pacchioni colpevole di essersi messo a spiare i randez-vous del professore con le infermiere, ed essendo quindi necessario sostituirlo il Pacchioni, per non dare nell’ occhio che dall’ organico degli infermieri ne manca uno, nel caso di un’eventuale ispezione delle autorità.

Ma da quelle vesti di infermiere generico il G. – rottosi la testa a causa di una rovinosa caduta da uno sgabello su cui era salito per far pulizie, venendo proprio in quel mentre colpevolmente ma ingiustamente redarguito dai comandanti infermieri Sampietro Mormorini, che pur essendo due sono come un tutt’uno, con queste parole: “Cosa fai lì su? Non sai rispondere eh?…Fai il cretino in pubblico? Adesso stai fresco!” il cui solo spostamento d’aria, provocato da tali parole, causa la suddetta caduta – il G., si diceva, passerà di conseguenza ad indossare le vesti di degente.

Finchè a seguito di un’insurrezione generale di malati e malate contro gli infermieri aguzzini, durante la quale, tra l’altro, il D’Ercole viene buttato giù dalla finestra, insurrezione guidata da un degente: il Mantovani – personaggio a suo tempo conosciuto dal G. in casa della Coniglio ed anche detestato perché sciaquino – il G. scappa dall’ospedale insieme a questo Mantovani.

Questo Mantovani si butta “nel furto e ladrocinio di signori passanti” coinvolgendo ovviamente il G., ma con assai scarsa fortuna, senonché decidono di sottrarre le elemosine ad un cieco, il che all’ astutamente malevolo Mantovani riesce, a G. no. In quanto il cieco branca per un braccio il G., proprio mentre questi è nell’ atto di prendergli le elemosine, se lo porta a casa e lo chiude nel suo pollaio, con il seguente piano: il ”cieco costui possedeva due figlie Martina e Santina…Siccome mai aveva trovato nessun uomo da fidanzarle pur essendo quelle già in età pronta da un bel pezzo per il marito allora egli aveva l’idea di ingrassarmi bene per darmene poi una se non tutte e due in sposa. E questi due strani esseri di donna fuori dall’ usuale sotto tutti i punti e gli aspetti cioè Martina e Santina erano grasse spropositate come donna cannone di circo sia nel davanti sia nel didietro. Esse amavano venirmi sempre a guardare dentro la mia prigione dove stavo non senza fare a volte ma molto spesso occhi di triglia. Ossia cioè l’una nascostamente all’ altra perché la scegliessi lei nella domanda matrimoniale. Compito un po’ difficile tuttavia essendo precisamente uguali identiche da confondersi.”

Ma approfittando delle due vogliose ragazze che lo liberano per trastullarsi con lui, G. si ritrova di nuovo per strada. E così, dopo altre svariate avventure, sarà ancora per strada che il G. si ritroverà, suo unico destino, che mai fine ha e chiestosi: “chi fosse mai stato a volere il mio male perpetuo” e rispostosi “che non lo sapevo”, raggiunta una panchina e su di essa allungatosi, a “fantasma mattiniero in transito” confiderà: “Io sono un disgraziato”.

“LUNARIO DEL PARADISO”

“Gianni Celati…Finito il liceo, durante un campeggio estivo a Marina di Ravenna conosce una fanciulla tedesca che vuole a tutti i costi rivedere, così gli amici fanno una colletta per mandarlo ad Amburgo, dove rimane nove mesi grazie al denaro che gli invia suo fratello.” (Da la Voce “Gianni Celati” su “Wilkipedia”)

Da questo dato di realtà biografico prende le mosse “Lunario del paradiso”, come Celati stesso ce ne dà conto e conferma nell’incipit del Cap. III: “Dovete sapere che la giovane Antje l’avevo vista un giorno su una spiaggia italiana, e le ho subito detto: io voglio rivederti, se permetti io ti vengo a trovare…Vista una sola volta su una spiaggia italiana, vista la sua faccia, la guardo e subito dico: io ti vengo a trovare dovunque, anche in Germania, anche al Polo Nord, dovunque, dovunque!”

“Lunario del paradiso” è pertanto un racconto che ha come suo movente interno l’onda di un trasporto amoroso ed è percorso, in tutto il suo svolgersi, da questo giovanile sentimento d’amore che Giovanni, il protagonista, tenta di esaudire e coronare ma che, ahimè, nonostante i suoi pazienti, teneri, docili e al tempo stesso ostinati sforzi, non riuscirà ad appagare. Come un cavaliere partito alla conquista della sua bella, eroicamente pronto a tutto, sarà, purtroppo, malinconicamente costretto alla rinuncia e al ritiro dall’ agone amoroso, scoprendo che tra sogno e realtà c’è una bella differenza, costretto, come sarà, a misurarsi con una delle tipiche disillusioni giovanili, giacché la principessa-Antje a farsi salvare da lui non è che era poi così tanto interessata.

Questo elemento di trama consente di delineare una prima chiave di lettura di “Lunario del paradiso”, che è quella della scoperta del mondo. Il viaggio di Giovanni in Germania infatti non sarà solo consumato dal tentativo di conquista amorosa e dalle sue relative pene, ma si rivelerà, bensì, una continua avventura che, se pur tra alti e bassi, “terrà occupato” Giovanni sui più svariati fronti.Questo per dire che così come Giovanni scoprirà del mondo gli inattesi risvolti dell’amore, scoprirà anche tanti altri inattesi risvolti, carichi di quell’ imprevedibilità di cui è pieno il mondo.

Il viaggio di Giovanni diventerà quindi un viaggio di iniziazione durante il quale più che condursi Giovanni verrà condotto. Essendo, che più che le sue volontà saranno il caso, il fato, le coincidenze, le congiunzioni e, soprattutto, le volontà altrui a condurre Giovanni. E ciò tra eventi e incontri, sia belli che brutti, ma tutti aventi una cosa in comune: la sensazione di trovarsi come in un sogno e, per essere più precisi, sospesi come in un sogno: “l’uomo sarà sempre fatto di sogni…tu…credi che i sogni siano realtà…E’ la realtà che è un sogno”.

Perché questo è il vero e fondamentale carattere distintivo e impareggiabile di “Lunario del paradiso” e cioè la sua poeticità. La grandezza di Celati, in questo caso, sta nel fatto di essere riuscito a trasporre in una dimensione onirica e favolistica, leggera ed aerea, una vicenda diaristica, dove il resoconto e la cronaca si emancipano dalla loro dimensione descrittiva e si trasformano in una festa dell’immaginazione, in un gioco fantastico, carico di inventività e di contagioso divertimento, che rende ben presto la realtà, che pure c’è, un luogo della fantasia e non più del reale.

In tal senso un accostamento mi è sorto immediato ed è ad “Alice nel paese delle meraviglie”, perché Giovanni come una novella Alice, si incammina e si avventura per strade e luoghi a lui estranei e anche un po’ ostili, imbattendosi in personaggi, o scoprendo aspetti di questi personaggi che non sfigurerebbero per originalità, follia, inverosimiglianza, surrealismo e assurdità a quelli che Alice incontra nel suo paese delle meraviglie. Ma a differenza di Alice che viaggia in un mondo deliberatamente e programmaticamente fantastico, Giovanni viaggia in un mondo reale reso fantastico.

Per contro, come in Alice, Giovanni deve districarsi da solo tra le più svariate evenienze che si trova e che gli si parano lungo il suo peregrinare e girovagare: “Trappole e trappole, sembra inverosimile che ce ne siano tante di trappole al mondo, appena ti muovi. Magari qualcuno che non se n’è mai accorto pensa che esagero. Ma il mondo è tutto una trappola, è fatto così, c’è poco da dire.” Avendo, altresì, a che fare con una serie di persone che Celati trasforma in personaggi, esaltandone la loro apparente improbabilità e irrealtà, dando loro un alone ora di sfuggevolezza, ora di ambiguità, ora di mistero ora di magia, ma anche venandole di sottile umorismo e di graffiante senso del ridicolo. Insomma come dire non sempre le cose sono quello che sembrano.

E quindi come non far cenno ad alcune di queste figure fra il fatato e il grottesco. In primis il padre di Antje, il signor Schumacher, ex sergente nazista, rappresentante di lampadine, che “tira dentro” Giovanni nelle sue pratiche e nelle sue filosofie tutte basate sulle lampadine: “…perché la gente capirà che la luce è la ragione, e il mondo va verso la luce. Questo punto chiave della sua filosofia, come potete capire, era collegato al suo commercio di lampadine”.

Per non parlare delle sue teorie sulla non esistenza del paradiso: “Allora s’è seduto, e ha voluto spiegarmi per bene tutta la questione, secondo tre punti. Primo: Dio non esiste, è un’invenzione degli imbecilli. Secondo: il paradiso in cielo non esiste, perché in cielo non c’è niente. Terzo: dov’è allora il vero paradiso? Era una cosa che avrei voluto sapere anch’io, e gliela chiedo con una certa curiosità: dov’è il vero paradiso?…Mi fa, quasi con indifferenza: ma il paradiso è qui!…Si, insisteva Schumacher sempre con tono disinvolto, il paradiso è qui, nella casa, nella famiglia, nel cane anche. Ho visto che bella casa? che bella famiglia? che bel cane?”

Per non parlare delle “due bambine” che come moderne fatine si materializzano nella vita di Giovanni: “Due bambine con tuta blu da corridore…passavano di lì tutte le sere andando a fare il loro allenamento di corsa serale. Piccoline, all’incirca sui nove anni o dieci, ogni giorno passando mi salutavano. E saluta loro, saluta io, abbiamo fatto amicizia. Dunque loro venivano a sedersi sulla mia panchina e commentavano le notizie sul giornale. Politica sapevano tutto, sport tutto, ma più di tutto erano appassionate di delitti. Quando ce n’era uno nuovo e potevano parlarne, era una festa per quelle due bambine…Sempre allegre, quelle due…E mi tiravano per la mano, mi tiravano insieme per portarmi a casa loro…Abitavano sole in un grande appartamento…La questione era che i loro genitori erano andati a fare un viaggio in Italia, come Goethe…Da sole se la cavavano benissimo, non avevano bisogno di nessuno per campare. Non erano andate anche loro in Italia per via della scuola, perché loro ci tenevano a non perdere neanche un giorno di scuola:guai!…s’erano messe a far delle torte. E facevano torte complicate a due strati, con uno strato di sotto rosa e quello sopra verde o bianco o azzurro, contornato da ciliegine. Ne avevano fatte tante di torte, che avevano il frigorifero pieno e cercavano qualcuno per smaltirle: perciò mi invitavano a prendere il tè.” Ma le “due bambine” fatine, così tanto buone e generose, che aiuteranno in vari modi Giovanni: dandogli capi di vestiario del padre, offrendogli di stabilirsi in casa loro, vedendo Giovanni ormai insofferente di stare nella casa della famiglia di Antje, sono anche due perfette tedesche, ligie interpreti del rigorismo economico germanico: “…la stanza per ospiti, me la avrebbero affittata per trenta o cinquanta marchi. Anche quella a credito, come le scarpe…Vedendomi senza giacca…hanno proposto di affittarmi una giacca del loro padre. A credito, per un tanto alla settimana…ho accettato la proposta. Loro hanno preso in pegno l’orologio che avevo…ogni giorno mi davano un tanto per la sotterranea e un tanto per le sigarette come prestito. Tenevano un libro dei conti. Dopo il tè facevano i conti, conti sempre più lunghi di pagine e pagine. Io dovevo firmare delle ricevute, e loro ci mettevano sopra un timbro turchino con i loro nomi e un fiore a sei petali.”

E poi c’è il Tino, il “re dei magliari”: “Il Tino era uno con un’espressione della faccia tipo frigorifero…La sua casa era piena di letti. Dovunque letti; tutti i tipi di gente che vanno e vengono; italiani che non sanno dove sbarcare, tedeschi barboni, arabi persino; un miscuglio e una maraia di gente”

Ma il Tino non è un benefattore, bensì è uno squallido malavitoso, ma anche il Tino che è uno squallido malavitoso viene espurgato da Celati dei suoi aspetti minacciosi e reso come un’entità a suo modo innocua pur mantenendone tutta la perfidia e il cinismo: “Lui le donne le chiamava mabrucche, non so in che lingua. Diceva certe volte, come commento morale sulle donne: muy bagasse, muy bagasse. Parlava così, un gergo internazionale…Non aveva presente i libri di fiabe. Ma sua idea fissa sulle donne: tutte bagasse, non c’è interesse a innamorarsi, e mi spiega il perché:…se tu ti innamori d’una mabrucca, lei, che è bagassa, dopo va a fare il trikko-trakko con un altro, e allora tu cosa fai?…La devi ammazzare, dice lui, con la rivoltella o strozzarla, a piacimento. E dopo c’è la galera: vale dunque la pena?”

E così mentre il povero Giovanni tenta di sbarcare come può il suo “lunario” e cerca di capire cosa fare di sé, tutti gli altri sembra che sappiano perfettamente cosa fare di sé, muovendosi a loro piacimento sulla scena, tirando e mollando Giovanni a loro discrezione. Il disorientamento e la difficoltà di capirsi e di vedersi nel mondo che esprime, in modo stralunato e malinconico Giovanni, si scontra con tutti gli altri personaggi che sembrano tutti avere un loro posto e un loro ruolo, ma il cui senso effettivo di tale ruolo nonché la loro effettiva identità, spesso sfuggono.

E come in qualsiasi favola che si rispetti, alla fine vi sarà un coup de theatre e quei personaggi che tiravano e mollavano Giovanni di qui e di là, che apparivano e scomparivano in modi imprevisti e inattesi, o che sapevano cose di Giovanni che lui stesso si chiedeva come facessero a saperle, e che insomma non si riuscivano mai a mettere a fuoco fino in fondo, erano tutti partecipi di un disegno più grande di Giovanni nel quale, a sua insaputa, era stato “messo in mezzo”, o almeno così a lui verrà fatto credere, in quella lettera che si troverà fra le mani, mentre è già sul treno, di ritorno in Italia, magari sconfitto, ma reduce da una grande avventura, in quel suo lunario tedesco: “Di lune ne ho già contate un bel po’ nel mio lunario tedesco. E’ come quei lunari che aveva Antje, vecchie stampe: Kinderkalender, con disegni di fate e bambini, e poesie scritte a caratteri gotici che non capisco. Poi dentro c’era una favola per ogni mese. Quella di Pollicino e il gigante è febbraio; quella di Hansel e Gretel è aprile; la Bella Addormentata nel Bosco è giugno; agosto Cappuccetto Rosso, e così via.”

“LA BANDA DEI SOSPIRI”

“La banda dei sospiri” è il tripudio dell’esagerazione. In questo racconto Celati realizza un’altra invenzione geniale, creando, da un microcosmo familiare, intorno a cui ruota tutta la storia, un vero e proprio “mondo”.Un mondo fatto di personaggi esuberanti, straripanti, schizzatissimi, “tipicizzati” così bene, in questa loro eccessività, da diventare delle grandiose caricature.

Sia che ne facciano di cotte e di crude, sia che prorompano manescamente, sia che se ne inventino di tutti i colori o ne sappiano una più del diavolo, si ride di tutto e di tutti, e si finisce per non voler male a nessuno e a nutrire simpatia per tutti. Perché Celati, esagerandone caratteri e fissazioni, ossessioni e reazioni, imprese e comportamenti, li toglie dalla lavagna dei buoni e cattivi, li umanizza e li ricolloca in uno spassosissimo album di figurine, così da poterceli tenere lì incollati, avendo tutti in comune una cosa: l’eccentricità.

Raccontato con gli occhi e le parole del piccolo Garibaldi, il ragazzino protagonista, così chiamato perché corre sempre, “La banda dei sospiri” è il ritratto della sua famiglia e dei suoi familiari, nonché di coloro che con la sua famiglia hanno a che fare. Tutto si svolge in un piccolo paese, nell’Italia degli anni ’50, tra le difficoltà della vita quotidiana, giacchè la famiglia di Garibaldi non naviga certo nell’oro e le sregolatezze e le mattane di tutti coloro che orbitano nella vita del piccolo Garibaldi.

Dal padre soprannominato Federico Barbarossa, che fa il guardiano notturno, eternamente “incazzato” con tutti, a partire dalla madre che l’ha messo al mondo, capace di scenate pazzesche, con contorno di legnate a moglie e figli ma che, come dice Garibaldi, in fondo era un uomo onesto il problema era che aveva questa tara; al fratello, esistenzialmente tormentato, aspirante romanziere, che si autodenomina prima Michele Strogoff, poi Capitan Nemo, infine Phileas Fogg, a seconda, ovviamente, del libro di avventure in lettura in quel periodo e che ammorba il povero Garibaldi con tutta una serie di ansie e fissazioni, salvo poi chiamarlo Venerdì e dirgli che lui Garibaldi non capisce niente perché non ha mai preso un libro in mano; alla povera madre, provetta e abilissima sarta con un esclusivo giro di ricche clienti che frequentano la casa per la curiosità, anche un po’ guardona, di figli e marito, la quale si sbatte di lavoro e si spreme nella sopportazione delle ricorrenti buriane familiari.

Ma anche all’ ”esterno” della famiglia c’è una galleria di personaggi maiuscoli. Da Veronica Lake, detta così per il ciuffo sull’ occhio, come la mitica attrice americana, bionda lavorante della madre, che eccita le voglie di tutti i componenti maschi della famiglia, a suo fratello soprannominato Alan Ledd, ladro e rubacuori, ricercato dalla polizia, di cui si scoprirà che la sorella “Veronica” era complice, ma troppo tardi, essendo un mattino all’ improvviso partita su due piedi per il Venezuela, ahimè, con la refurtiva del fratello in valigia, nello sconcerto di tutta la famiglia.

A sua volta Garibaldi ha il suo “giro” della scuola in cui spicca il ripetente Veleno che fa da “educatore” dei suoi compagni più piccoli, insegnando loro a farsi i manichetti, perché così lo si tiene allenato per quando si sarà grandi, stabilendo, a tal fine, la regola di almeno cinque manichetti al giorno, tutti i giorni, con tanto di interrogazione di verifica mattutina per accertarsi dell’avvenuto adempimento. Per non parlare dei perfidi zii paterni: lo zio magro e suo fratello Orso Nero che si rubano le cose a vicenda pur lavorando insieme, con lo zio magro che finirà disperso nelle campagne circostanti, alla ricerca della famosa pignatta contenente l’eredità, in monete d’oro, del nonno di Garibaldi, trafugata dalla vecchina, entrata nella vita del nonno, poco prima della sua morte.

E, infine Garibaldi stesso che ama definirsi “predone nomade”, che ce l’ha a morte con De Gasperi e i preti e si proclama comunista, gli piace tutto ciò che è immagini: fumetti, cinema, è espertissimo di parolacce e si dà arie “da grande” consigliando al cugino dalla testa rossa di toccare il formoso sedere della madre di questi, giacché al cugino il sedere della madre lo attira da morire, beccandosi poi, il cugino, come ovvio, dalla madre, un micidiale schiaffone. Finchè Garibaldi espulso dalla scuola si mette a lavorare, prima fa una fallimentare esperienza come garzone di un fornaio che lo licenzia perché si mangiava tutti i “culetti” dei panini che portava a domicilio dei clienti, con la ovvia irritazione di questi ultimi, poi diventa aiutante garzone dello zio calzolaio e vaga per le strade “come un viaggiatore incantato” con le scatole di scarpe da consegnare alle clienti.

E così tra grandi litigi e grandi rappacificazioni, grandi infatuamenti e grandi delusioni, grandi proclami e grandi ritirate, ora dell’uno ora dell’altro, scorre la vita di Garibaldi e di tutti gli altri. Tra sogni e disincanti, illusioni e crude realtà, perché “la vita è come un’ anguilla che bisogna saperla prendere.”

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