“Le parole perdute di Amelia Lynd” – Nicola Gardini

Senza alcuna pretenziosità e senza autocompiacimenti, né istanze consolatorie, autoreferenzialità o incessanti affabulazioni, Nicola Gardini ci narra, in modi delicati e leggeri, una storia a suo modo semplice eppure intensa e coinvolgente, carica di sentimenti ma senza sentimentalismi, piena di risvolti che esprimono il valore della dignità e del rispetto per le persone e, più in generale, il valore stesso della vita.

“Le parole perdute di Amelia Lynd” è una sorta di favola realista che, nel piccolo microcosmo in cui è ambientata, quel condominio di Via Icaro 15 a Milano, concentra uno spaccato di varia umanità tanto reale quanto immaginario per quel senso di mondo a sé, quasi sospeso in una sua dimensione fantastica, con cui è narrato.

Il condominio è abitato da una pletora di condomini odiosi e protervi, pronti ad ostentare sempre il peggio di sé che è fatto di bassezze e meschinità, piccolezze e stupidità, invidie e cattiverie, prepotenze e assurdità. Con costoro convive, conducendo una sua personale, oscura e quotidiana lotta, Elvira, la portinaia o, meglio, la custode come lei ama definirsi, la quale è il crocevia e il parafulmine degli intestini conflitti condominiali ma che, soprattutto, di quei condomini è la vittima. Essendo essi sempre pronti a pretendere e a richiedere, ma mai disponibili a riconoscere a Elvira la sua abnegazione e il valore di quello che ella fa per loro e per il buon funzionamento dello stabile, venendo considerato tutto quello che fa dovuto. In altre parole privandola del riconoscimento della sua dignità come persona.

A raccontarci tutto questo è Chino che ha tredici anni, è il figlio (unico) di Elvira ed è il protagonista di tutti gli avvenimenti narrati, soprattutto di quelli che sono il cuore della storia e che avranno per la vita di Chino un’importanza e un’influenza decisive.Avviene infatti che la velenosa e ristretta vita condominiale viene scossa dall’ arrivo nel palazzo di Amelia Lynd (A.L.)un’anziana e misteriosa signora, fine e un po’ altera, colta e riservata, persona sobria e anticonformista, niente a che vedere insomma con quel “pollaio” che sono i condomini di Via Icaro 15.

Ma se da questi ultimi A.L. verrà ben presto, com’era facile attendersi, messa al bando, per Chino e per la sua vita l’arrivo di A.L. si rivelerà un vero e proprio evento. Egli inizia a frequentarla e ben presto ne diviene affascinato, suscitando, in tal senso, qualche gelosia in Elvira, sua madre. Ma A. gli fa dei discorsi mai sentiti prima. Gli parla di libri e di letteratura, del senso nascosto delle parole e dei loro significati, gli apre gli occhi su la retorica e le falsità che ci circondano e poi l’inglese, di cui A. L. è madrelingua, che Chino scopre e a cui si appassiona grazie ad A.

In queste pagine “Le parole perdute di Amelia Lynd” tocca punte di grande passione e tenerezza, vuoi per l’intensità quasi commovente con cui è descritto il rapporto tra A. e Chino, pur nell’asciuttezza della prosa e dei dialoghi, vuoi per le riflessioni sulle cose, sulla letteratura e sul mondo che A. fa a Chino al quale, talora, gliene sfugge il senso ma di cui intuisce sempre l’intima bellezza e profondità.

Vi sono, da questo punto di vista, qua e là delle vere e proprie perle quando, per esempio, A. chiede a Chino di definire la parola god, con una frase, un sinonimo o un esempio, perché A. aborrisce che si traducano le parole. Ebbene Chino racconta: “Rimasi muto” ed A. invece che risentirsene fu “Soddisfatta più che se avessi dato una risposta, lei prese il mio silenzio per una prova inconfutabile dell’inesistenza di Dio” e, a tal proposito, sempre su god, A. aggiungerà: “God, un mio amico lo considerava the shortest and ugliest of our monosyllabes. Per me significa qualcosa solo se letto al contrario…”

Oppure quando, a proposito de le “Ultime lettere di Jacopo Ortis”, A. le definisce “uno dei pochi romanzi italiani che valesse davvero la pena di leggere” perché è “una tirata contro le false fedi” e non certo quel “manifesto del patriottismo nazionale”, come in classe lo aveva definito la professoressa di Chino, la professoressa Salma, nome che, con un tocco di graffiante ironia, dà tutto il senso della tombalità della cultura scolastica e di quelle false fedi contro cui A.L. lottava da sempre: “ ” Lies!” inveiva contro le finte verità inculcate dai “commessi”, termine generico con cui lei indicava in una volta i politici, gli insegnanti e i preti. “Menzogne” ”

Ma A.L. è, con tutta evidenza, una diversa e come tale ne paga il prezzo. Dirà infatti a un certo punto a Chino: “Sono sempre stata strana, fin da piccola. E infelice. A very unhappy girl….La gente non sa che farsene di una come me. Per le mie idee mi sono ritrovata spesso sola. Non parlo della solitudine volontaria…Io parlo dell’altra solitudine, quella che non scegli e che minaccia il tuo giardino come un deserto. E’ l’abbandono…”

E A. stanca di abbandoni, stanca di vivere, prima si isola staccando da sé Chino, poi compirà un tragico e definitivo gesto. Ma Chino reggerà a tutto questo perché aveva già ricevuto da A. una grande eredità, fatta di senso, di affetto e di parole, tutte cose che ormai vivevano in lui, sentendosi come destinato a prendere il testimone di A., fortificato dal suo ricordo. Anche perché l’eredità di A. era stata per Chino foriera di vere e proprie scelte: A. aveva fatto scegliere a Chino il classico, intervenendo personalmente sui suoi perplessi genitori e gli aveva restituito il suo vero nome, togliendoli quel soprannome di Chino, che lei definiva “literally depressing” – perché “Chino era il lavoratore dei campi. Chino era il capo del vecchio o di chi aveva appena ricevuto una brutta notizia” – e chiamandolo col suo vero nome che era Luca “che, pur avendo un’altra etimologia, assomigliava a luck. “Luca”, ripeteva, “Il figlio della Fortuna” “

La scomparsa di A. rinforzerà anche il legame tra Luca e la madre la quale con affetto e intelligenza aveva capito il valore di A. e il legame tra lei e il figlio, il quale, da qui in poi, la sosterrà e le sarà particolarmente vicino con tutto il suo affetto. Ed anche Elvira come A. rivelerà una sua grandezza, risultando alla fine una figura, pur nella sua modesta estrazione popolare, di grande spessore umano e morale.

L’epopea delle vicissitudini di Elvira nel condominio avrà infatti un epilogo in cui anch’essa darà dignità alla sua diversità di persona umile ma non umiliata e, soprattutto, a differenza delle miserie dei “suoi” condomini, assolutamente incapace di umiliare gli altri, anzi buona e generosa, pur nella lucida e disincantata consapevolezza che la vita era un inferno e che gli altri di noi se ne fregano. In un finale carico di orgoglio e di ritrovato senso di rispetto di sé e della sua libertà, si emanciperà definitivamente dal condominio di Via Icaro 15 e da quel rapporto di odio ma anche di legame che aveva con quei condomini che resteranno, alla fine, solo loro sempre e comunque uguali a se stessi.

Ma ci sarebbe da dire anche della figura di Paride il padre di Luca, raccontato forse ancor di più nelle vesti di marito di Elvira. Capace di slanci, ma anche ben ritratto nel suo sostanziale egoismo e maschilismo se pur con toni talora caricaturali che ne stemperano l’immagine. E poi di Ippolito, il figlio di A. che apparirà dopo la morte della madre e ne occuperà l’appartamento. Figura anch’essa bella e dolente, ricca e fragile come era stata la madre, a cui Luca si legherà ma da cui anche Elvira sarà attratta per la sua diversità dagli altri uomini, anche da suo marito. Ippolito è una persona non solo colta e interessante, ma anche gentile e delicata, che ascolta e presta attenzione ad Elvira.

Ma al di là del fatto che Ippolito si rivelerà essere omosessuale anche Ippolito scomparirà da Via Icaro 15, in questo caso in viaggio per il mondo, vittima anche lui degli spregevoli condomini che non si faranno scrupoli a mettergli a fuoco l’appartamento per manifestargli tutta la loro avversità per la sua diversità. E in quell’  incendio andranno perse anche le parole di A.L., quelle parole a cui A. aveva lavorato per anni, per raccoglierle in un dizionario e a cui il figlio adesso si stava dedicando, aiutato da Luca, per tentare di realizzare quello che non era riuscito alla madre. Ma in quell’ appartamento in cui era scomparsa A. adesso scomparivano definitivamente anche le sue parole: le parole perdute di Amelia Lynd.

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