“La spiaggia” – Cesare Pavese

“La spiaggia” fu pubblicato nel ’42 e fu scritto da Pavese nello stesso periodo in cui scrisse “La bella estate” il primo dei tre “romanzi”, raccolti e pubblicati nel ’49, sotto l’omonimo titolo de “La bella estate”, che valse a Pavese nel ’50 la vittoria del Premio Strega.

L’interesse e l’importanza de “La spiaggia” sta quindi, in primo luogo, nell’ essere coevo nonché vicino per ispirazione e stile ad una delle opere tra le più importanti di Pavese, quel “La bella estate” che se pur pubblicato molti anni dopo in realtà risale appunto ai primi anni ’40. Questa comunanza ha indotto a collocare a pieno titolo “La spiaggia” in uno dei filoni fondamentali della poetica di Pavese, rappresentandone anzi un significativo punto di partenza.

In tal senso volendo cogliere ne “La spiaggia” un comune denominatore che rimanda al “mondo” di Pavese possiamo trovarlo nel modo, tipico di Pavese, di porre la questione della solitudine. Non nel senso “elementare” di una condizione di isolata e ripiegata individualità ma anzi proprio come condizione che si genera nella pienezza della vita vissuta e praticata all’ interno di reti e rapporti, sociali e relazionali, significativi. Ma è proprio l’essere parte di tali contesti che rivela, in modo ancor più evidente, l’impossibilità dei protagonisti di viversi fino in fondo per ciò che essi sono e vorrebbero essere, mostrandoci una sostanziale loro inadeguatezza fra sé e la vita. E’ in questo scarto e in questa distanza che si genera la solitudine, come irresolubile possibilità di condividere questa inadeguatezza che resta, in tal senso, un vissuto e un ‘esperienza inevitabilmente solitaria.

E’, in altre parole, una questione di asimmetrie che Pavese introduce sottilmente ma, al tempo stesso lucidamente in tutti i personaggi, condannandoli, pur nell’ apparente socialità e reciproca intimità con cui sono raccontati, a portarsi dentro questa irresolutezza di parti di sé che resteranno sempre scisse e separate, sia rispetto a se stessi, sia rispetto agli altri per quanto intimi essi siano.L’azione ne “La spiaggia” si svolge in un contesto espressione di una società borghese opulenta, occupata a divertirsi su quelle spiagge della Riviera ligure in cui “La spiaggia” è ambientato.

Nelle vite dei personaggi nulla produce reali difficoltà o incrinature, tutto si svolge in modo leggero, quasi come fosse in fondo solo un gioco, in uno scorrere indolente tra spiaggia, mare, uscite in macchina, bevute, passeggiate, reciproche visite, chiacchere, tante chiacchere, ma nelle quali il non detto è assai più di quello che viene effettivamente detto. Perché finchè si tratta di giocare a fingere e a rappresentarsi, ad alimentare il proprio personaggio, ad indurre piccole gelosie e supposti tradimenti, ad evocare l’idea dell’amore tutto scorre placido e indolente, ma quando si legge bene tra le righe si scorge che la realtà, quella vera che ognuno si porta dentro, è ben altra.

Il personaggio emblema, in questo senso, è quello di Doro, l’amico dell’io narrante il quale, nel racconto, non ha nome ma che rimanda, con tutta evidenza, a Pavese stesso.Quest’io narrante che ha, a tutti gli effetti, un ruolo da protagonista ed è il motore dell’azione, memore degli inviti ricevuti in passato da Doro di andare in vacanza al mare presso di lui, ospite nella sua villa in Riviera, venuta l’estate, decide di contattarlo per sapere se quell’ invito è ancora valido. Doro gli risponderà ma in un modo inatteso, dicendogli: “Non muoverti, vengo io”. Doro infatti, lasciata la villa al mare e la moglie Clelia, una benestante borghese nel cui ambiente Doro si era trapiantato, “O dovrei dire piuttosto ch’era l’ambiente della moglie che aveva riconosciuto in lui il suo uomo” decide di raggiungere il vecchio amico per fare da soli, insieme, una gita per i luoghi della loro adolescenza: “Voglio scappare nei miei paesi” dirà Doro: riferimento da cui, unito al successivo “le colline di Doro”, trapelano le Langhe e le amate colline di Pavese.

Doro, in altre parole, decide di compiere in compagnia dell’amico di ora e soprattutto di allora un “ritorno” un vero e proprio “nostos” nei luoghi natii. Ma non per farvi rientro e restarvi come Ulisse, ma come fuga nel passato, a sancire la perdita di quel passato che l’attuale vita, integrata e borghese e soprattutto adulta ha ormai determinato.“Doro che a Genova si era trovato moglie e azienda tutto insieme” se avesse potuto sarebbe rimasto in quei luoghi a fare il pittore, cosa che in modo solitario e appartato gli vedremo fare anche in vacanza, ultimo cordone ombelicale con quel passato.

Qui siamo già nel pieno di uno dei temi fondamentali dell’opera e della poetica di Pavese, quello mitografico. E cioè l’ irrisolto e irresolubile contrasto tra libertà e creatività che appartengono alla dimensione mitica della gioventù e delle origini e l’età adulta con le sue connotazioni sociali e con i suoi vincoli che, estirpando la dimensione mitica, ne decreta la lontananza, la diversità e la nostalgia. Ed è in questa ferita e in questo solco che si genera inevitabile e irrimediabile la solitudine con il suo contorno di senso di abbandono e di estraniamento.

“La spiaggia” nella sua struttura si può quindi leggere come contrasto fra il capitolo in cui si narra della gita-fuga di Doro e dell’io narrante fra le colline della felicità perduta e tutto il resto del racconto dove si narra di quella vita in spiaggia, compulsivamente piena e rutilante eppure, in fondo, così autoreferenziale e anestetizzata. Perché i sentimenti, quelli veri, non si possono dire, perché sono indicibili, essendo solo noi, solitariamente con noi stessi, che sappiamo della loro esistenza. E allora anche quel latente e sottile conflitto tra Doro e Clelia che l’io narrante, mentre è loro ospite, cerca di far emergere, subdorando un qualche litigio e che né Doro, né Clelia espliciteranno mai, in realtà non è causato da alcun litigio ma è un ulteriore sintomo dell’impossibilità di appartenersi del tutto e del fatto che ognuno si porta dentro pezzi di sé incondivisibili.

Perché anche la mondana e borghese Clelia ha la sua dimensione inavvicinabile che rimanda alle origini e ciò in quel suo fare il bagno sempre da sola, senza nessuno vicino, perché per Pavese il fondamento mitico, originario, prescinde da questioni di ambiente e di classe. Ma se questa può essere la chiave di lettura strutturale vi è ne “La spiaggia” anche una chiave di lettura in senso narrativo. Ed è quella dell’amore come sconfitta.

Tutti i personaggi vivono in modo dichiarato o meno, in modo manifesto o meno quella loro vacanza e quel loro condursi, internamente mossi da una tensione e da una attenzione per l’amore e per le cose d’amore che accentra su di sé tutte le energie e le volontà. Ma questa pulsione verso l’amore, motore inesausto in perenne attività, non ha mai soluzione, perché nessuno riesce a trovare davvero l’amore al punto che viene da chiedersi alla fine, ma dov’è l’amore, qual’ è la sua vera natura, o forse che dell’amore, in fondo, quello che resta e si vive sono solo le sue delusioni?  Una perenne ricerca che anche quando giunge a un suo compiersi è prima o poi destinata a smarrirsi o comunque a diventar altro.

Pavese, insomma, evidenzia già in questo racconto tutta la sua sensibilità e la sua lucida fermezza nel dare e nel dire il senso della perdita per le cose e per la loro impossibilità a resistere nella nostra esistenza, come quando, nel finale, farà dire all’ io narrante: :”nulla è più inabitabile di un luogo dove si è stati felici. Capivo perché Doro un bel giorno aveva preso il treno per tornare fra le colline, e la mattina dopo era tornato al suo destino.”

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