“Corrono voci” – Hugo Claus

Già Baudelaire ebbe a dire dei belgi: ”Non esser conformisti è il gran delitto”, ( Charles Baudelaire – Diari intimi – Oscar Mondadori – 1973 – pg.151) denudando, dal suo punto di vista, il male peggiore che lui ravvedeva fra i belgi e cioè il conformismo di facciata che vuole, come sua regola prima, che ad esso tutti si adeguino, rendendosi altresì conniventi con un ipocrita perbenismo che, del conformismo ha bisogno, per costituirsi come coscienza collettiva.

Ma quando la coscienza collettiva si forma in questo modo è, inesorabilmente, una cattiva coscienza. E, guarda caso, Hugo Claus fa iniziare “Corrono voci” con un motto di Baudelaire sui belgi: “La demarche des Belges, folle et lourde.” Ed è proprio su questo che ruota “Corrono voci” e cioè, mettere a nudo, svelare, anzi disvelare il cuore malato di una comunità per mostrarci che il male, quello vero, non è in chi ne è esplicito esecutore, il quale, in realtà, del male, in questi casi, ne è più che altro vittima, ma in chi lo crea, organizzandolo colpevolmente, dietro le quinte, non visto e insospettato: il potere, le istituzioni, pezzi dello Stato, ma soprattutto in chi lo evoca e lo suscita, alimentando sospetti e cupe illazioni, messe al bando e istinti di persecuzione: la gente, la comunità, la società e ciò col sistema da cui il titolo: attraverso cioè il fare “correre voci”.

E’ evidente infatti che laddove un elemento di disturbo inatteso e sgradito va ad intaccare un equilibrio sociale che si basa sul coltivare nascostamente le proprie miserie e morbosità private, salvo poi manifestare in pubblico un’adeguatezza sociale e morale inappuntabili, quell’ elemento di disturbo deve essere espulso in quanto, anche con la sua sola presenza, va ad incrinare, col suo essere eterogeneo al sistema e quindi imprevedibile, quell’ equilibrio fatto di apparenze omologanti ed univoche.

Così quando il giovane Renè Catrijsse riappare nella piccola cittadina di Alegem, in cui è nato e cresciuto non solo suscita lo sconcerto e la sorpresa dei genitori Alma e Dolf e del fratello Noel, ma, in pratica, di tutti i compaesani. Renè era in Congo, di lui non si avevano più notizie, era dato ormai per scomparso. Si trovava lì tra quelle feroci milizie paramilitari, definite eufemisticamente “contrattisti”, di fatto “mercenari di Stato”, mandati lì per difendere gli interessi di quel colonialismo belga senza scrupoli che nei ’60, ancora imperversava in Africa. Ma Renè è sempre stato sin da ragazzo un ribelle e un diverso: “Renè è sempre stato un vagabondo”, e adesso, tornato a casa, lo appare ancor di più: è pieno di orrende cicatrici sulla schiena, non parla con nessuno, la sua sola presenza appare già di per sé una minaccia.

Di lui, poco dopo la sua riapparizione, il padre dice: “Perché è sicuro che con lui ci aspetta qualche disgrazia”, insomma Renè appare, da subito un “maledetto”. E infatti poco dopo le disgrazie cominciano a fioccare, di cui la più grave è una strana epidemia che inizia a diffondersi tra gli abitanti di Alegem, nuocendo vittime e della quale non si riescono a individuare le cause, ma di cui si sospetta Renè, giacché è in coincidenza con il suo ritorno ad Alegem che l’epidemia si è diffusa. E, in tal senso, ecco il formarsi di una delle “voci che corrono”: “Il fatto grave è che sul nostro paese incombe una minaccia peggiore di quella che sono stati i nazisti allora e la causa dei nostri guai e Renè Castrijsse. Le autorità, con il commissario Blaute in testa, dicono di avere le prove scientifiche. Non ci resta quindi che tirare le conclusioni: il male va estirpato alla radice”.

Ne consegue che tutta la famiglia Castrijsse, negozianti di vini e liquori, finisce alla sbarra: “In ogni caso, possono dire addio al loro negozio…Se vogliono smaltire le scorte dovranno bersele” E, naturalmente, la calunnia dilaga: è l’occasione per sistemare un po’ di conti in sospeso: “<> Così iniziava l’articolo su “Het Belang van Waregem”. L’articolo era pieno di allusioni, insinuazioni, bugie…Una frase, soprattutto…e cioè questa: <>”

E così Renè in quanto untore e tutti i Castrijsse in quanto “nemici” sono ormai al bando. Claus, pur con uno stile pacato e descrittivo ma fortemente allusivo, ci svela sistematicamente e inesorabilmente il formarsi dell’isolamento sociale delle vittime e, nel contempo, la penetrazione del marciume, delle ambiguità e torbidità, delle avidità, delle oscenità, del falso moralismo, delle bassezze, delle prepotenze di tutti gli altri. Da quelli che più modestamente si limitano a girare la testa dall’altra parte a chi invece concorre attivamente a fare “correre le voci” , tra i quali, naturalmente, spiccano i notabili di Alegem laddove, ovviamente, sulle doppie vite di questi ultimi, che sono assai peggiori di quelle dei Castrijsse, non “corrono voci” di sorta.

L’epilogo, a metà tra Dostoevskij e Conrad, è già scritto sin dall’ inizio e quando Renè Castrijsse scomparirà di nuovo, questa volta per sempre, anche l’epidemia finirà, salvo scoprire che: “Nel laboratorio del professor Maerback è stato isolato un parassita costituito contemporaneamente da ciclospore di lamponi del Guatemala e batteri provenienti dalla fabbrica di latte di Alegem .“ Ma tutto sarà servito, soprattutto, a liquidare il “contrattista” Renè: “Il vicedirettore della Banca di Roselare ha dato la sua parola che per l’esecuzione dell’incarico avrebbe attinto al Fondo speciale per i contrattisti in Africa. Col che, ha aggiunto, ai presenti non sarebbe sfuggita l’ironia della situazione, visto che lo stesso fondo che era servito per reclutare quel preciso contrattista sarebbe servito anche per liquidarlo.”

Lungi dal voler essere un mero spaccato della società belga anni ’60, “Corrono voci” è una rigorosa prova letteraria, lucida e forte, sulle forme della violenza e dell’odio e su come nasce il germe della persecuzione. Intenso e palpitante a livello narrativo, “Corrono voci” è un testo iconoclastico e feroce, senza mediazioni e pudori, ma altresì pieno di umana pietas per tutti deboli e i perdenti che vi prendono parte. E, ancora una volta, Claus rivela, così come emergeva anche nell’ altro suo grande romanzo “La sofferenza del Belgio”, la sua profonda capacità di raccontare le crudeltà umane ma anche gli aspetti più dolenti della vita umana.

P.S. La frase originale di Baudelaire di cui Claus nel motto in realtà cita solo una parte era la seguente:

“La démarche des Belges, folle et lourde. Ils marchent en regardant derrière eux, et se cognent sans cesse.”
[Il passo dei Belgi, folle e pesante. Camminano guardandosi indietro, e sbattono senza sosta.]
Il che la dice ancora più lunga sull’ opinione di Baudelaire sui belgi.

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