“Sillabe di seta” – Emily Dickinson

Nella poesia della Dickinson (D.) vi è, come tratto peculiare, la Delicatezza.  Una Delicatezza dei modi e dei toni attraverso cui ella veicola, anche impietosamente, il suo opposto: la Durezza che è sempre insita nella sua poesia come peraltro lo era nella sua vita. Una Durezza mai ostentata, denunciata, praticata, ma intrinsecamente presente nelle cose, in quanto conseguenza dell’ irraggiungibilità che le cose stesse avevano per la D. 

Se una lunga tradizione critica ha dato della poesia della D. una lettura di tipo confessionale e intimista, “chiusa” in un solipsimo autoreferenziale, risulta oggi sempre più diffusa una visione che va oltre e coglie la carica dissacrante, ribelle, blasfema, modernamente esistenzialista, intransigente nel modo di porre la questione della “fatica di vivere”, che la sua poesia esprime. Se sulla D. ha “pesato” erroneamente una collocazione romantica, al contrario, lungi da ogni sentimentalismo, conta mettere in luce il ruolo centrale che gioca, nel suo processo creativo, il forte “potere” della sua mente, che come un vortice instancabile alimentava il suo istinto creativo.

“Volevano che stessi “ferma” –

Ferma! Fossero riusciti a spiare –
E vedere il mio Cervello – in movimento continuo –
Tanto valeva confinare un Uccello
Per Tradimento – nel Pascolo Cintato –“
( Da 613 )

In questo senso, andando ancora oltre potremmo dire che la D. “sposta” tutta la sua fisicità dal suo corpo alla sua mente, espellendo la corporeità del corpo e dal corpo e ricollocandola in un suo immaginario peraltro altamente erotizzato e sensualizzato.

“Possedere un Corpo, mi fa paura –
E anche un’Anima –
Possesso precario – profondo –
Patrimonio obbligatorio –“
(Da 1090)

“Notti selvagge – Notti selvagge!
Fossi io con te
Notti selvagge sarebbero
La nostra passione

Inutili – i venti –
A un cuore ormai in porto –
Non serve la bussola –
Non serve la mappa –

Remare nell’Eden –
Il mare!
Potessi almeno ormeggiare – stanotte –
In te”
( Pgg. 207/208)

Il Desiderio è come il Seme
Si dibatte nella Terra,
Crede che se si darà da fare
Alla fine lo troveranno

L’Ora e il Clima –
Circostanze entrambe sconosciute,
Quanto lavoro – quanta costanza
Prima di poter vedere il Sole
(1255)

Se quindi la D. non era esente da consapevolezze pulsionali ed emotive tuttavia esse, in lei, venivano “liberate” tramite l’atto poetico guidato dalla “cognizione” delle sue fantasie. Questo per dire e ribadire come la D. vivesse in un “suo mondo”. Un mondo creato dalla sua mente in cui tutto, persino gli istinti appunto, prendevano forma e si animavano, anche impetuosamente, ma “solo” attraverso la parola scritta prodotta dai suoi pensieri.
Se questa centralità del “cognitivo” può essere vista come un limite della D. donna, per converso ha finito per esaltare la D. poetessa, consentendole di esprimere una tale molteplicità di visioni e percezioni che appaiono incredibili a fronte della povertà, per non dire assenza, di relazioni sociali, di esperienze di vita vissuta, di approcci “intimi”, di scambi intellettuali significativi, da lei praticati.

Fatte salve le letture da lei coltivate sin da piccola e su cui si formò: Shakespare, Blake, l’Apocalisse, la Bibbia, ma anche Dickens, Walter Scott, Poe, solo per citare quelle principali. Quindi significativamente molto più vicina alla cultura e alla letteratura europea che a quella americana, tenuto conto che i suoi contemporanei erano Hawthorne, Whitman, Melville con i quali la D. non ebbe alcun rapporto.
Letture che furono l’unico vero grande amore agito oltre alla scrittura:

“Tornare ai miei libri-
Un piacere – alla fine di stanche Giornate –
Rende quasi cara l’Astinenza –
E il Dolore – dimenticato – si fa Lode –“
(Da 604)

Una iperproduzione immaginativa quindi capace, da sola, di inventare e creare una “realtà” che, proprio perché libera dal contatto con il “reale”, diventa una creazione a sé stante. La sua sensibilità accentuata dal suo autoisolamento la porta quindi a “elaborare” una sua “visione del mondo” che, riprendendo un famoso verso di un’altra grande poetessa W. Szymborska si può sintetizzare in : “incanto e disperazione”.

“Quello che fai – Incanto –
Essere tua schiava – un Gioco dolce –
La Prigione – Piacere –
E la Condanna – Consacrazione –
Purchè Tu e Io – ci si incontri –

Dove non sei – Desolazione –
Nonostante il fluire degli Incensi Preziosi –
Quello che non fai – Disperazione –
Fosse anche Gabriele – che mi elogia – mio Signore –“
( Da 725)

Perché su un sostrato di reali sofferenze, rinunce, abdicazioni, esili, esclusioni ed autoesclusioni la D., lungi dall’ esprimere una mera estetica del mal di vivere, costruisce una grandiosa poetica basata su Amore e Dolore.

“ Due i Lasciti di cui – mio Signore –
Mi nominasti erede – uno di Amore
Che soddisferebbe un Padre Celeste
Gliene fosse fatta offerta –

Uno di Dolore i cui Confini –
Si stendono capienti come il Mare –
Tra l’Eternità e il Tempo –
La tua Consapevolezza – e Me –“
(644)

E, in questo contesto, si inscrive la sua capacità di esprimere lo smarrimento che è talmente disarmante da lasciare attoniti.

“D’un tratto, su una strada si aprì una Porta –
Io – smarrita – passavo davanti –
Si spalancò per un istante – uno Squarcio:
Calore – Ricchezza – Compagnia.

Un attimo e la Porta si chiuse – E io –
Smarrita – io che passavo davanti –

Mi smarrii due volte – ma più per il contrasto –
Che portava alla luce la mia infelicità –“
(953)

“Non esiste Silenzio al Mondo – silenzioso
Quanto quello subito – che se detto
Lascerebbe la Natura sgomenta
E il Mondo preda dell’ossessione.”
(1004)

“Come Scope di acciaio
Il Vento e la Neve
Avevano spazzato la Strada dell’Inverno –
La Casa sprangata
Deboli Messaggeri di Calore
Venivano dal Sole –
Là dove avevano volteggiato
Gli Uccelli – il Silenzio legò
Il suo lento – possente Destriero
L’unica ancora a giocare era la Mela
Al riparo – giù in Cantina.”
( 1252)

Ed è, salendo ad un livello ancora più alto, questo avere sempre ben chiare davanti a sé la Vita e la Morte e i loro relativi misteri che rende la D. astrale.
Penetrare il mistero non per svelarlo ma per sfiorarne l’abissale profondità e inesplorabilità.

“La Vita non è che Vita! E così è la Morte!
E la Delizia, Delizia e il Respiro, Respiro!
Certo, e se perdo,
Un dono, se non altro, conoscere il peggio!
E la Sconfitta, nessun senso, se non la Sconfitta,
Che può succedere di più desolante!”
(Da 172)

“Credo che Vivere – potrebbe essere Felicità Assoluta
Per chi ha il coraggio di provarci –
Ma è al di là delle mie forze immaginarlo –
Al di là delle mie labbra – riconoscerlo -“

( Da 646)

E infine arrivò, ma la Morte più svelta
Aveva occupato la Casa –
Disposto i suoi Arredi sbiaditi
E la sua Pace metallica –

Oh quanto puntuale, fedele fu il Gelo
Lo fosse stato altrettanto l’Amore
Il Piacere avrebbe irrobustito le sbarre del Cancello
E gli avrebbe impedito di entrare
(Da 1230)

A suo modo si potrebbe definire la D. una mistica ma senza misticismo né, tanto meno, trasporti religiosi, la sua angoscia è intellettuale non religiosa. Anzi da questo punto di vista una vera iconoclasta:

“E sospiro perché mi manca il Paradiso –
Certo non il Paradiso che concede Dio – “
(Da 636)

“Dio, si sa, è un Dio geloso –
Non sopporta che noi
Più che con Lui si preferisca
Giocare tra di noi.”
(1719)

Ma in realtà questo irridere il sacro pur nella consapevolezza del mistero che nel sacro si inscrive è un’operazione di depurazione del mistero dalla sacralità, per coglierne a pieno l’essenzialità. E, in questo, la D. esprime un altro aspetto della sua natura quello metafisico che attraversa tanta parte della sua poetica.

“C’è un Vuoto – nel Dolore –
E non esiste memoria
Di quando sia cominciato – o se mai
Ci sia stato un giorno – senza –

Oltre a se stesso – non ha Futuro –
Nel suo Infinito è racchiuso
Il suo Passato – conscio soltanto
Di nuove Ere – di Dolore”

(630)

“Il Cervello pesa esattamente come Dio –
Infatti – sollevali Libbra a Libbra –
La differenza – se ci sarà –
La stessa tra Sillaba e Suono –“
( Da 632)

“Fa che il mio primo Pensiero ti riguardi
Nella Luce tiepida del mattino –
E così il mio primo Timore, per evitare
Che l’Ignoto ti risucchi nella notte –“
(1218)

“E’ il silenzio che incute terrore.
In una Voce – il Riscatto –
Ma il Silenzio è l’Infinito.
E non possiede un volto”
(1251)

Ma penetrandola ancora di più, potremmo dire che la D. è come se si fosse fermata “per tutta la vita” sull’orlo delle cose: sia che esse fossero inferni/baratri o paradisi/cieli e abbia guardato quotidianamente da quest’orlo, portandoci con le sue visioni e con le sue parole a provare il Tormento che il silenzio, la solitudine, la mancanza, la privazione producono, ma anche l’Estasi che il silenzio, la solitudine, la mancanza, la privazione producono

“Ogni istante di estasi
Lo si paga in angoscia
In lancinante, perfetta armonia
Con l’estasi.

Per ogni ora d’amore
Amare miserie per anni –
Pochi centesimi strappati a fatica –
E Scrigni che traboccano Lacrime!”
(125)

“Sottraetemi tutto, tranne l’Estasi,
E allora sarò più ricca di Tutti-
Non mi si addice abitare in tanto splendore
Se alla mia Porta attendono in squallida miseria,
Coloro che molto più di me possiedono –“
(1640)

In questo senso, apoditticamente, si potrebbe definire la poesia della D. come una poesia della mutilazione, intesa come una grande metafora dell’impossibilità di vivere che, assunta come condizione irresolubile dell’esistenza, può solo essere detta e declinata in tutte le gamme che scorrono fra il Buio della Notte e la Luce del Giorno, attraverso la Poesia, unica, estrema, assoluta risorsa che la D. si concede e che alla D. è concessa, in quanto unica, estrema, assoluta risorsa che è concessa all’ uomo, al di fuori della quale vi è solo il Nulla:
“…sprofondare nel buio della notte vorrà semplicemente dire raggiungere il bordo della “conoscenza”, mai penetrarla e incontrarla davvero, dal momento che quell’ incontro impossibile coinciderebbe con la morte ( “I Felt a Funeral in my Brain”, n. 280 1861). Eternamente lontana, l’alba è quel punto, nello spazio e nel tempo, irraggiungibile, in cui si coniugano per Emily Dickinson sapere dell’anima e del corpo, esperienza religiosa e sessuale, “metafisica” estasi dell’intelletto e dei sensi…”
(Barbara Lanati – Appendice)

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