“Supplemento alla psychopathia sexualis” – Albert Caraco

Al di là delle sue tematiche, questo libro contiene intuizioni geniali, visioni estremamente contemporanee e numerosissimi momenti di divertimento sopraffino che, oltre a fare pensare, risultano estremamente esilaranti, in presenza infine di punte di vera letteratura. Detto questo entriamo nel merito.

A fronte di una perversa e spesso malsana immoralità, si realizza, in quest’opera, non solo una raffinata operazione intellettuale, ma si definisce una demistificazione, potentissima, della “morale” occidentale contemporanea, nonché una devastazione lucidissima, pervasa da una sublime, incontenibile ironia, delle più turpi manifestazioni dell’ipocrisia collettiva, del socialmente accettato, del, infine, comune senso del pudore. In una parola della repressione sessuale elevata, tout – court, ad archetipo delle “costrizioni culturali” operanti nella società.

L’oggettiva funzione di dominio e di controllo sociale che svolgono le istituzioni deputate a fondare la “morale” dominante, in primis la Chiesa e tramite essa la dottrina cattolica, nonché la famiglia, vista come luogo di produzione e riproduzione di istanze di castrazione, con quel che ne consegue di deviazioni nei comportamenti, è “svelata” inesorabilmente e sistematicamente da Caraco che, come un entomologo, dell’inespresso e del non detto, ma, molte volte, dell’immaginato, del desiderato ed anche del praticato, descrive “casi”, per la precisione 211 casi di devianze sessuali o attinenti alla sessualità ovviamente “immaginarie” ma, in molti casi, terribilmente prossime al vero.

Laddove l’apparente gratuità di fatti e descrizioni narrate “porta” regolarmente e direi persino rigorosamente a dimostrarci lo scarto “abissale” tra ciò che ci viene detto di essere e ciò che siamo, tra ciò che ci viene detto di pensare e ciò che la nostra mente è capace di pensare, tra ciò che ci viene detto di fare e ciò che potremmo essere capaci di fare.

E tanto più Caraco procede su questa strada, tanto più si dilata ed appare la “violenza” che le norme della regolazione sociale producono, assai più delle apparenti violenze che gli “psicopatici sessuali” di Caraco producono. Ma Caraco è inesorabile e non si ferma davanti a niente e a nessuno, aggredisce tutte le “visioni morali”, che vogliono affermare un punto di vista dominante.

Quella del femminismo; quella del sapere scientifico e, in particolare, quella del sapere medico attinente la materia; quella del dominio del maschile sul femminile; quella dei cristiani di sinistra; quella che afferma la superiorità dell’orgasmo vaginale rispetto all’ orgasmo clitorideo; la cultura ispanico-cattolica: coacervo per Caraco delle “forme” più abiette (si tenga presente che Caraco negli anni in cui era in corso il secondo conflitto mondiale visse con la famiglia in Argentina e Uruguay e lì, in quel periodo, scrisse poesie e testi ispirati al cattolicesimo); quella che legittima con motivazioni ideologico-religiose l’uso di pratiche “violente” sugli organi genitali femminili, e tutto ciò lo fa percorrendo coraggiosamente e sfacciatamente tutti i terreni più impervi attinenti la sessualità lungo l’asse che va dal sessualmente codificato, alla diversità più comune: omosessualità, alle prime condizioni rientranti nel concetto di cura: frigidità, impotenza, ma anche: complesso di castrazione, complesso di Elettra, complesso di Edipo, narcisismo, ossessioni e fantasie, per sfociare in quelle comunemente definite “aberrazioni sessuali”: incesto, maniaci, masochismo, metamorfosi sessuali, mutilazioni, necrofilia, ninfomania, pedofilia, polluzioni volontarie, polluzioni infantili indotte, prossenitismo, sadismo, società segrete, zoofilia.

Trasversalmente a tutto ciò vi è poi la rassegna delle pratiche: passatempi, pornografia, giochi pericolosi, case chiuse, oggetti utili e poi infine la gamma dei sistemi socialmente investiti del problema: pastori di anime, sessuologia e medicina, sistemi educativi. Ma il tutto è affrontato e sviluppato con uno stile palesemente parodistico. Caraco ribalta, sovverte, scardina, con dei veri e propri salti mortali concettuali, il senso comune delle cose, il pensiero “dominante”. Ci fa afferrare, in poche righe, di cui, molte volte, la descrizione del “caso” è composta, un senso recondito che spunta dietro quello apparente e palese. Profondamente pervaso ed intriso di sensibilità e tratti propri della tradizione culturale e letteraria francese, Caraco, nella forma e per il ricorrente uso del paradosso ricorda molto Queneau, per i modi e i toni iconoclastici Celine, per le esplicitazioni il marchese De Sade, a cui di suo aggiunge un che di metafisico e surreale

Riporto in conclusione il “caso” 141 non per qualche sua trasgressività particolare, ma perché in esso si rispecchia bene il pensiero di Caraco, costituendone in tal senso una sorta di “manifesto” che esprime una pulsione di liberazione a cui, per contro, in tutto il “Supplemento”, si contrappongono evidenti pulsioni nihilistiche.

“Un tale è uscito da una famiglia che ha dei saldi principi, non ricorda di aver mai perso la messa di domenica né la comunione a Pasqua, la madre è beghina, il padre ha un’amante, a differenza della moglie che è per giunta frigida. In un paese cattolico una famiglia simile formava un tempo l’armatura dell’ordine, un ordine in cui il marito non era mai l’amico della moglie, e il prete si incaricava di consolare la sposa, e il marito di consolare l’amante. Si ammetterà che un individuo sensibile e ragionevole, provenendo da ambienti simili, non può non essere anticlericale, è un effetto nato dalla riflessione dell’evidenza stessa e sull’ impossibilità in cui ci si trovava allora di incontrare fanciulle oneste che non fossero potenzialmente megere. La Chiesa è riuscita nei secoli dei secoli a fare miliardi e miliardi di infelici, ed è per questo che i sessuologi sono i vendicatori della specie. Il tale ha meditato l’opera di Freud, e poiché appartiene ad una famiglia che ha dei principi, ne ha afferrato il senso e i sottintesi, non ha avuto bisogno della famosa lettera in cui Freud, toltasi la maschera, ha finito con il professare l’odio per la Chiesa, ha capito quel che Jung aveva certamente subdorato, per rompere infine con il maestro. Quel tale vorrebbe che i preti fossero sposati, e il più presto possibile, e anche vescovi, arcivescovi e cardinali, vorrebbe che il papa avesse la sua papessa e che ogni convento ospitasse sia uomini che donne, così da procreare tanti fraticelli e monachine, teme i maschi solitari e le femmine sia frigide che pulzelle: sono mostri, che attendono il momento di manifestarsi, e preferibilmente nell’ orrore. E’ convinto che tutte le fornificazioni assommate siano meno funeste delle virtù militanti, in cui la buona causa funge da pretesto onorevole per il dispiegarsi delle nostre passioni inconfessabili. Non aggiunge altro, si dichiara ateo, il Baal della Chiesa lo colma di disgusto, avrebbe preferito divinità itifalliche* e preti fatti a loro somiglianza”. 

* itifallico, che attiene all’enorme simulacro in legno di un fallo eretto (itifallo) che, nella Grecia antica, durante le feste in onore di Dioniso conosciute come falloforie o fallagogie, era portato in processione tra canti e danze (Fonte: Wilkipedia)

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