“I pesci non chiudono gli occhi” – Erri De Luca

Ho dovuto leggere questo libro “per forza”, tanto che non avevo intenzione di tenerlo in libreria né, tanto meno, di recensirlo ma, quando l’ho finito, ho sentito il dovere, la necessità di farlo. Non avevo mai letto De Luca, né ero interessato a farlo, adesso che l’ho letto il mio disinteresse si è mantenuto e rafforzato.

Non ho niente contro De Luca. Ognuno è libero di scrivere quello che vuole, come vuole. Non voglio fare qui il solito discorso sul potere del mercato, e sulla persuasione più o meno occulta del marketing editoriale, che ha ovviamente la sua parte. La domanda, nuda e cruda, è: perché De Luca e i suoi libri hanno successo tra il pubblico dei lettori, che cosa porta ad amare questo scrittore e questo tipo di scrittura. Perché, dopo tutto quello che abbiamo alle spalle, cioè l’eredità gigantesca del ‘900, anche italiano, sia in senso storico e ovviamente, qui, soprattutto dal punto di vista letterario, uno si aspetterebbe che chi scrive oggi e chi legge oggi, ne dovrebbe tener conto. E invece sembra che le cose non stiano così.

La  grande poetessa polacca Wislawa Szymborska conclude una delle sue più belle poesie: “Il cielo” con questi due versi:
“Miei segni particolari:
incanto e disperazione”
(W. Szymborska – Vista con granello di sabbia – Adelphi – 1998 – pg. 184)
Ebbene, è in questa sintesi, in questa sorta di ossimoro, il senso e l’eredità con cui si dovrebbero fare i conti. In questo contrasto, in questa opposizione c’è la consapevolezza che non possiamo non fare i conti con il mistero della vita da una parte e con le ferite e la finitezza della vita dall’ altra. E’ in questa eredità e in questo solco, che è fatto di meraviglia e di dolore che ci si dovrebbe incamminare, senza perderlo di vista.

E invece che cosa succede in questo libro e immagino nei libri di De Luca in generale. Tutto nella scrittura di De Luca è bonificato, è pacificato, è anestetizzato, si anestetizzato, perché questa scrittura non fa sentire dolore, non fa soffrire, non turba, non ti esalta e non ti butta giù, non ti fa arrabbiare e non ti fa sognare, non è cattiva, non è scorretta, non sovverte, non produce ferite e non entra nelle ferite, non è misteriosa e non parla di misteri, non ti lascia a bocca aperta, non ti mostra meraviglie, non si interroga e non ti interroga, non svela e non ti svela, insomma è una scrittura che non fa male….a nessuno. Una scrittura in cui non c’è né incanto né disperazione.

E allora quindi, il successo di De Luca è forse solo questo che l’incanto che tutti vorrebbero penetrare e la disperazione che tutti viviamo De Luca non li dà e non li promette e questa è una grande consolazione. La finta poesia della prosa di De Luca con quel suo lento incedere monologante rassicura, ingloba, incorpora tutto e tutti, senza traumi, ma anche senza fremiti. Perché non crea crepe, difficoltà, dubbi, scarti, ansie, domande, aspettative. Non costringe a guardare né fuori di sé, né dentro di sé. Non si viene sfiorati né dalla metafisica, né dagli orrori. Perché quello forse di cui una gran parte si “accontenta” è avere delle consolazioni e De Luca, nel bene e nel male, è uno scrittore consolatorio.

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