“Fiabe russe proibite” – Aleksandr Nikolaevic Afanas’ev

Credo che in vita mia non ho mai riso tanto leggendo un libro. Perché questa è la cosa più oscena, scurrile, sboccata ma, nello stesso tempo, la più esilarante, la più comica, la più caustica che abbia mai letto

La lievità della fiaba, la saggezza popolare, le demistificazioni della morale e delle “buone maniere”, la grande tradizione contadina russa al servizio di fiche, culi, cazzi e coglioni, (ops! volevo dire sonagli giacché è così che nelle fiabe son chiamati) che costellano in una gamma e in una varietà di situazioni e di “applicazioni”: le più diverse e fantasiose, praticamente quasi tutte le fiabe.A riprova, ne basta citare alcuni titoli: la IX “La fica e il culo”, la XVI “Il cazzo caldo”, la XXI “Il raccolto dei cazzi”, la LVI “Il soldato dorme, ma il cazzo lavora”

Che questo profluvio di sconcezze non sia un caso, né un fenomeno di cultura bassa o marginale, ma sia qualcosa di radicato nell’ anima popolare russa ce lo dice già Dostoevskij.
“Dostoevskij ha scritto in proposito: <<Il nostro popolo non è dissoluto, ma addirittura molto casto, benché sia senza dubbio il popolo che dice più sconcezze al mondo; e su questo contrasto vale davvero la pena di riflettere almeno un poco>>” (Introduzione ). E, in effetti, dopo aver riso a crepapelle, tra cosce di giovani ragazze e di donne mature che si aprono ogni due per tre, membri turgidi protagonisti di erezioni continue e immediate, che mai una volta incorrono nel rischio di far cilecca, il tutto descritto in modo esplicito e più che piccante, si sente il bisogno di tirare il fiato e di raccapezzarsi in tutta questa sarabanda erotica.

E sono in tal senso di grande utilità gli apparati di cui è corredato il volume. In primis la bella introduzione del mitografo e semiologo russo Boris A. Uspenskij – “Le fiabe proibite di Aleksandr N. Afanas’ev”, che ci spiega le origini e il senso di queste fiabe, da un punto di vista storico-culturale, folklorico e rituale. Nonché la postfazione – “Aleksandr N. Afanas’ev e la censura russa” – che ci consente di acquisire un bel inquadramento della figura di Aleksandr N. Afanas’ev, il cui profilo di studioso e la cui opera si potrebbero sintetizzare con queste parole: “…questo studioso che, al dire di un amico, era “frugale, perfino in modo esagerato, quanto alle comodità esterne della vita”, e spendeva ogni suo avere non certo nelle godurie di questo mondo, ma nell’ acquisto di libri, si trovò a rivestire i panni, che certo poco gli si addicono, del compilatore di una raccolta di fiabe attualmente schedata nelle varie sezioni proibite (Enfer a Parigi, Dirty Books a Londra, Delta a Washington) delle pubbliche biblioteche” .  Infine “Le note comparative” attribuite al folclorista siciliano Giuseppe Pitrè, che nel 1883, sulla rivista francese Kryptadia, che era una pubblicazione annuale di folclore erotico, pubblicò un commento in francese sulle Fiabe russe proibite, fornendo un approfondito quadro comparativo delle analogie terminologiche e tipologiche fra le fiabe erotiche russe e le novelle e fiabe erotiche provenienti soprattutto da Italia e Francia. Letto tutto questo mi è però rimasto un interrogativo. Ma perché si ride così tanto leggendo queste fiabe?

Ebbene, penso che lungi dal cadere nel facile gioco degli equivoci e dei doppi sensi, queste fiabe hanno la loro forza “divertente” nella velocità con cui viene raccontata la “storia”. L’azione è infatti, il più delle volte, fulminante e si arriva in quattro e quattr’ otto al dunque. Tempo e spazio si accorciano inesorabilmente e si giunge, in poche battute, alla conclusione mettendo a nudo lo scopo ultimo a cui la fiaba mira, che è quello di dissacrare, sbeffeggiare, irridere, mariti, mogli, figli, braccianti, soldati, contadini, piuttosto che il pope, la popessa (la moglie del pope) o le popine (le figlie del pope). E’ quindi la vorticosità dell’azione e i ribaltamenti repentini fra vittime e artefici degli atti erotici, essendovi spesso nella stessa storia il passare da una parte all’ altra dello stesso attore, a massimizzare l’ilarità e il parossismo.In altre parole è il ritmo, il segreto del comico in queste fiabe.

C’è, ovviamente, un contesto fatto di quella crudezza materiale e popolare tipica delle campagne, dove queste storie sono ambientate e dove mangiare, bere e scopare erano gli unici piaceri della vita, comportamenti questi che ricorrono, quasi sempre, contestualmente tra di loro. Comportamenti primordiali che rimandano a retaggi di un mondo pagano e quindi, come tale, implicitamente anticlericale. “Così, a testi indecenti, erotici viene conferito un orientamento anticlericale e, nel contempo, i racconti che deridono i popi vengono immediatamente associati ai racconti di contenuto indecente. Per capire questo fenomeno occorre considerare che i testi di ambedue i generi appartengono alla sfera dell’ anticomportamento, ossia del comportamento rovesciato, all’incontrario, di un comportamento che infrange consapevolmente le norme sociali accettate.…Essendo contrapposto in maniera antitetica al comportamento normativo da un punto di vista cristiano, l’ anticomportamento, che si esprime nel rifiuto consapevole delle norme accettate, contribuisce alla conservazione dei riti pagani tradizionali” ( Introduzione)

Non è quindi la testimonianza di un mondo bucolico e pastorale che traspare da queste fiabe, bensì di una cultura contadina che reagisce in modo impulsivo e compulsivo all’ indottrinamento e alla regolazione sociale, facendosi beffe oltre che con le classiche armi della furbizia e della scaltrezza contadina, anche con il sesso, delle ipocrisie e delle apparenze di facciata connesse ai costumi moralmente accettati.

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