“Atget’s Paris” – Andreas Krase

Nelle foto di Atget vi è un senso di distacco e di sospensione. Un che di etereo e di impalpabile. Su primi piani scarni, anonimi, spogli, inanimati, che fanno da cornice, come se in essi il fotografo vi si nascondesse, si stagliano, in lontananza, edifici monumentali, muri che si elevano impersonali come fondali messi lì a chiudere lo spazio e la visione, chiese gotiche che si intravedono algide emanare il mistero di antiche vestigia, traiettorie di strade che si incuneano serpeggianti fino a scomparire.

Nella stessa logica il Moulin Rouge è parte di un incantato eclettismo, visto e collocato in un’immagine assolutamente favolistica e surreale. “E’ interessante notare, che quasi tutte queste immagini sono vuote. (….) I luoghi non sono semplicemente solitari, ma carenti di atmosfera: la città sembra vuota come un alloggio che non ha ancora trovato un inquilino. In opere come queste, la fotografia surrealista intravede il salutare mutamento per il quale uomo e ambiente circostante divengono estranei l’uno all’ altro…! (Da “Piccola storia della fotografia” – Walter Benjamin – 1931)

Ma gli uomini “espulsi” dai luoghi sono “fissati” nella serie dei “Venditori ambulanti a Parigi”. Ma non perché uomini, ma perché figure o meglio figurine. Ripresi per ciò che essi rappresentano e per la rappresentazione che ce ne possiamo fare. Nel fermo immagine l’evocazione delle storie che i loro mestieri suggeriscono. Astrazioni cariche di leggerezza che inducono le loro essenze più che i loro esseri: “ L’apprendista pasticciere, la fioraia, il canestraio e l’arrotino posarono davanti al suo obiettivo, non come individui, ma come rappresentanti della propria professione” ( Da “Archivio di sguardi, inventario di oggetti. La Parigi di Eugene Atget” – Andreas Krase )

Ma è implicito in questo che nelle foto di Atget vi è un’evidente istanza narrativa: “…una scopa appoggiata a un muro, un carretto vuoto, o singoli passanti in posa. Indizi di questo genere costituiscono, per chi osserva le foto, inviti ad immaginare la realtà che si cela dietro le immagini, e a leggere, così, la testimonianza fotografica come narrazione.” ( Da “Archivio di sguardi, inventario di oggetti. La Parigi di Eugene Atget” – cit. )

Ma è sempre quel senso di profondità, di gallerie, di prospettive inquadrate da archi che colpisce in Atget.  Quell’ essere proiettati, con lo sguardo, in un punto lontano e irraggiungibile, forse inesistente, a cui protendiamo inutilmente la vista: “Il modo in cui l’occhio viene attirato nella profondità dell’immagine, la parvenza di cristallizzazione che produce talvolta la convergenza delle linee all’ interno dell’immagine stessa, la distinzione netta dei livelli spaziali furono tutti elementi costanti del suo approccio fotografico…”( “Da Archivio di sguardi, inventario di oggetti. La Parigi di Eugene Atget” – cit.)

L’eclettismo dei manufatti, esplicito o implicito che esso sia, si alterna con la geometricità delle linee e delle curve, ma tutto sempre depositato su un piano di irrealtà quasi metafisico. Ad accentuare ciò, spesso, è come se banchi di nebbia, anzi velature vaporose baluginassero perennemente nelle foto di Atget. La fissità silenziosa degli oggetti li emancipa dalla loro materialità e li trasforma in nature “morte”: quadri, pitture, ora surreali ora figurative: “…le sue riproduzioni sono state interpretate come segno tangibile di una passione interamente risolta nella creazione di un’esatta percezione dello spazio pittorico, uno sguardo intransigente che tiene in scarso conto la perfezione tecnica…..Un critico anonimo, che scriveva sulla rivista  “Art et Critique” raccomandava sardonicamente agli artisti di recarsi al numero cinque di Rue de la Pitiè, dove essi avrebbero potuto acquistare immagini dal fotografo Atget, piuttosto che continuare a pagare modelli” ( Da “Archivio di sguardi, inventario di oggetti. La Parigi di Eugene Atget” – cit. )

Ma nelle foto di Atget vi è anche un’evidente ispirazione architettonica data dalla capacità di inquadrare spazi, ambienti, luoghi, interni ed esterni con uno spiccato senso formale delle proporzioni e degli equilibri, non disgiunto però da una costante sensibilità estetica che si esprime nella teatralità e scenograficità di molte sue immagini. La sua opera pur spaziando su una vastissima serie di soggetti e temi, ha una sua costante e intrinseca armonia fatta di movimento e sinuosità a livello estetico e capacità di prendere le mosse dal reale per andare oltre ad esso e fornircene una versione diversa a livello contenutistico. Come per esempio nel caso degli oggetti quotidiani che nelle sue foto finiscono per sembrare animati di vita propria come nelle bellissime foto della serie “Veicoli a Parigi” o in quelle “Interni parigini” e “Mestieri, negozi e vetrine” considerate, queste ultime, dei piccoli esempi surrealisti, per il teatro dell’assurdo che in alcune di esse (la serie dei manichini per esempio) vi appare, così come , peraltro, nel ciclo delle “Fiere”. Infine non manca nell’opera di Atget il senso sia sociale ed umano, sia estetico e visivo del declino, del disfacimento, della fine delle cose, di cui proprio la sua fotografia ci rende testimonianza

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