“I semidei” – James Stephens

“All’inizio de “I semidei” (1914) assistiamo ad una burlesca epifania. Tre angeli scendono in un campo con <<le loro seriche vesti scarlatte e di porpora e d’oro, altissime corone, e ali variopinte e scintillanti>>. Non sono venuti a visitare i re o i santi o i saggi della terra, ma due vagabondi irlandesi seduti attorno a un braciere acceso, che mangiano pane e rape.

I due vagabondi ignorano le leggi della religione e della morale. Hanno una sola occupazione. Come gli uccelli, i pesci e i lupi vanno incessantemente a caccia di cibo. Fuori dal bene e dal male e da ogni cultura….

Appena discesi in terra, malgrado la loro dignità celeste, i tre angeli provano una simpatia profondissima per i tre vagabondi, perché vivono come loro al di fuori di quelle povere rappresentazioni terrene, che sono il bene, il male e i pregiudizi sociali. Insieme, intraprendono un lungo viaggio attraverso l’Irlanda.

Dormono nei fienili, nei granai, nelle stalle, sui pavimenti in terra battuta delle chiese, e si procurano il cibo cacciando e rubando. Presto il gruppo si amplia. Attratti da quell’incantevole vento di santità, di follia e di vagabondaggio, si aggregano cantastorie, venditori di cesti e di felci, stagnini, mandriani – tutti coloro che non credono in nulla di certo, che non posseggono nulla di stabile, nemmeno il regno dei cieli, e vivono immersi nel presente e nel qui.

Questo lungo viaggio, fantastico, burlesco e melodioso, realistico e paradossale, che odora di birra, di cielo e di rape, – è una delle grandi invenzioni poetiche della letteratura inglese moderna”

(Libera riduzione di un articolo di Pietro Citati apparso su Repubblica del 15.11.1991)

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