“Fuga senza fine” – Joseph Roth

FUGA SENZA FINE: dal disperso come eroe, all’ eroe disperso.

Franz Tunda non esiste, è il suo destino che esiste. Non la sua volontà agisce e lo porta ad errare bensì la sua passività e nullità. Franz Tunda per esistere non deve esistere e quindi solo il suo destino può esistere per lui. Questo, Franz Tunda lo sa

“Tunda…si trovò una sera seduto in un treno che andava verso l’ Occidente e GLI PAREVA DI NON VIAGGIARE DI SUA SPONTANEA VOLONTA’. ERA ANDATA COME TUTTO ANDAVA NELLA SUA VITA, come va il più delle volte, e per le cose più importanti, anche nella vita degli altri, i quali sono indotti da un’attività più rumorosa e più consapevole a credere nella spontaneità delle proprie decisioni e azioni. Dimenticano soltanto I PASSI DEL DESTINO AL DI SOPRA DEL LORO INTENSO AGITARSI.” 

Franz Tunda non esiste perché Franz Tunda non appartiene a niente e a nessuno, l’unica cosa che gli appartiene è il suo non appartenere.

“Era il 27 agosto 1926, alle quattro del pomeriggio, i negozi erano affollati, nei magazzini le donne facevano ressa, nelle case di moda le mannequins giravano su se stesse, nelle pasticcerie chiacchieravano gli sfaccendati, nelle fabbriche sibilavano gli ingranaggi, lungo le rive della Senna si spidocchiavano i mendicanti, nel Bois de Boulogne le coppie di innamorati si baciavano, nei giardini i bambini andavano in giostra. A quell’ ora il mio amico FRANZ TUNDA, trentadue anni, sano e vivace, un uomo giovane, forte, dai molti talenti, era nella piazza davanti alla Madelaine, nel cuore della capitale del mondo, e NON SAPEVA COSA DOVESSE FARE. NON AVEVA NESSUNA PROFESSIONE, NESSUN AMORE, NESSUN DESIDERIO, NESSUNA SPERANZA, NESSUNA AMBIZIONE E NEMMENO EGOISMO. SUPERFLUO COME LUI NON C’ERA NESSUNO AL MONDO.” 

Franz Tunda non esiste perché Franz Tunda è un eroe del non esistere, perché Franz Tunda è un eroe del diniego.

“Gli eroi di Joseph Roth soggiornano, randagi e caparbi, alla periferia della vita; in essi, nella loro fuga intrepida ed errabonda, i lettori italiani…hanno riconosciuto, negli ultimi anni, una parabola del loro destino e della loro lotta per la sopravvivenza. Il grande successo di Roth, superiore alle qualità letterarie dello scrittore, è dovuto all’ odissea che egli si ostina a raccontare, a quella resistenza che i suoi eroi transfughi e sbandati oppongono al meccanismo che vuole esautorarli. L’esule o il reduce rothiano in FUGA SENZA FINE(1) si pone ai margini della storia e dell’esistenza, per difendere dall’ ingranaggio dell’identico un estremo residuo di irriducibile individualità, qualcosa di inconfondibilmente suo. L’entusiasmo… per Roth, che la suggestiva ma non eccezionale arte rothiana non basta da sola a spiegare, rivela l’intensità con la quale è oggi sentita l’esigenza di resistere all’ espropriazione totale, minacciata – o, secondo gli apologeti, promessa – del nichilismo compiuto, col suo universale valore di scambio.

Pur di sottrarsi a quest’ultimo, l’eroe del diniego si rifiuta a qualsiasi contatto, alla vita stessa; come Odisseo, cerca di non essere nessuno, per salvare dalla presa del potere qualcosa di proprio, una vita sua: inappariscente, nascosta, marginale, ma sua. L’eroe del diniego si ricusa alla prostituzione generalizzata; per sfuggirle, deve rendersi inutilizzabile a qualsiasi impiego sociale, non concedersi ad alcuna comunicazione e ad alcun contatto, trasformarsi in un residuo negativo, in un materiale di scarto che non si possa impiegare né riciclare: se non vuole essere alienato e convertibile nel processo dello scambio, deve reificarsi, farsi irraggiungibile e impenetrabile come un oggetto, assomigliare a quei vuoti, a quei momenti di pura negatività che nessuna totalità, nessuna costruzione positiva possono integrare.

L’eroe del diniego assoluto non può essere veramente un eroe, l’attivo protagonista di una storia; è un’anima morta, è come il Cicikov di Gogol’, che non può assumere alcuna funzione positiva. Si rifugia nella debolezza, nella disfatta, nell’ ombra; la sua posizione ideale – come quella kafkiana del declassato o come quella di Oblomov – è il giacere, lo stare disteso e inattivo, la regressione anarchica e infantile di chi rinuncia alla dignità eretta ed umanistica dell’homo sapiens, per non venire identificato e reclutato nei ranghi del Weltgeist, ossia uniformato nei ranghi dell’identico.” (Claudio Magris – “La nuova innocenza” in “L’anello di Clarisse” – Einaudi Tascabili – 1999 – pgg.384,385)

  1. Nel testo originale di Magris, “fuga senza fine” è scritto in minuscolo e non si riferisce quindi in modo diretto al racconto di Roth, la scelta del maiuscolo pertanto è mia.

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