“Trilogia della città di K.” – Agota Kristof

Contestualmente alla pubblicazione di alcune delle poesie di Agota Kristof contenute nella raccolta “Chiodi” presentate nell’articolo che precede, pubblico, qui di seguito, una libera riduzione di alcuni articoli apparsi su “Repubblica” del 28.7.2011, per commemorare la morte della Kristof , che hanno ad oggetto quel capolavoro di crudele, commovente, impenetrabile, purissima bellezza che è la “Trilogia della città di K.”, il suo capolavoro.

 

“Nessuno può dire di aver letto un racconto o un romanzo di Agota Kristof senza restarne in qualche modo toccato o persino ferito…La fuga, l’esistenza da esule, la condizione operaia hanno segnato lo stile della Kristof, quella sua scarnificazione delle frasi, con la sintassi ridotta al minimo, semplice e proprio per questo diretta e ineludibile. E poi le storie, le trame, i personaggi, se così si possono chiamare gli strani attori dei suoi racconti spesso intenti a fare e a farsi del male come se fosse la cosa più naturale del mondo. Dunque una scrittura usata come una materia viva e la voglia di raccontare un incubo come se fosse la pura normalità…Però c’è una ragione più profonda alle spalle dei libri di Agota Kristof. Il racconto spietato di un mondo che ha perduto il proprio senso e dunque va avanti alla cieca lasciando che accada tutto ciò che può accadere senza tentare di impedirlo.

La “Trilogia della città di K.”, il suo capolavoro, scandisce storie in cui tutto è uguale a tutto. I due gemelli, Lucas e Klaus sono, non solo nel nome, una sola persona e dunque nel proseguire del mondo non c’è salvezza possibile. E’ inevitabile pensare a questo punto al capostipite di una lettura del mondo senza speranza, e cioè Franz Kafka. Solo che Kafka ha uno spiccatissimo senso del comico e le sue costruzioni, sebbene portino il lettore dentro labirinti senza uscita, hanno sempre un che di fortemente paradossale. Nella Kristof invece il paradosso non c’è più, c’è solo il silenzio e l’insensatezza…La Kristof appartiene dunque al filone più nobile della letteratura novecentesca: diciamo quella dei “non conciliati” che soffrono nello scrivere le pene di un’esistenza alternativa forse peggiori di quella vera. Come Bernhard, come Coetzee, tanto per fare due nomi. Così, in modo indimenticabile, Agota Kristof ha scrutato il mondo da un abisso e lo ha inevitabilmente condannato”

( Paolo Mauri – “Agota Kristof. Addio alla grande esule ungherese. Scrisse un solo libro: è un capolavoro.” )

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Dora Szekeres: “ Alcuni scrittori dicono di scrivere sempre lo stesso libro. Sempre il medesimo…”

Agota Kristof: “Beh,si, in un certo senso questo è vero, perché quando scrissi il mio primo libro intitolato “Il grande quaderno” non pensavo che sarei andata avanti. Che potessi andare avanti. E invece non sono riuscita a fermarmi. Non sono riuscita a lasciare i gemelli da soli, benché avessi provato a scrivere anche di altro. Ma non mi veniva in mente niente. Soltanto i gemelli, sempre loro: i gemelli. E così dovetti scrivere un secondo libro, “La prova”. Pensando che non bastasse, alla fine ne ho scritto ancora un altro, “La terza menzogna” perché non riuscivo a scrivere di altro”

(Da un’ intervista rilasciata da A. Kristof a D. Szekeres redattrice del sito “Hungarian Literature On Line”)

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Lucas e Klaus, i due gemelli ferocemente uniti e ferocemente divisi, sono due ragazzini cresciuti in un paese dilaniato dalla guerra e dall’occupazione nemica, un paese senza nome, astratto come una terra dove regna solo il dolore. Klaus e Lucas sanno che possono resistere solo se saranno più forti di ogni sofferenza, sanno che per reggere l’urto brutale dell’orrore, della violenza, dell’insensatezza dovranno diventare dei piccoli samurai.

Il tema di fondo è tipicamente novecentesco, ma ribaltato: qui nessuno si fa minimo nell’abulia, nell’indifferenza, nel timore che ruba l’anima. Qui ci si tempra nella disciplina spontanea, si diventa duri come l’ acciaio, impietosi con se stessi, capaci di sopportare pesi e prove, di rinunciare a tutto pur di crescere. Lucas è il maestro di Klaus e Klaus lo è di Lucas: sono due e si controllano, si incoraggiano, si giudicano, sono due e sembrano uno, come se una sola volontà abitasse due corpi. E leggendo il dubbio cresce, diventa quasi un sospetto: ma davvero esistono i due gemelli, davvero questa entità si sdoppia, o forse si tratta di una sola potentissima mente che si rispecchia per rafforzarsi, per perfezionarsi ?… Non c’è alcun psicologismo, siamo immediatamente dalla parte del mito, della favola primaria, nera e archetipica. Da una parte c’è il mondo…e dall’altra parte c’è un’innocenza che non può cedere, che per conservarsi deve diventare crudelissima.

Tutto accade in virtù di una lingua scabra ed elementare, elusiva per semplicità e chiarezza. Se si comincia a leggere, si entra in un bosco di pietra, in un labirinto…Così sono i libri di Agota Kristof: implacabili manuali di sopravvivenza psichica, inviti alla sottrazione per trovare la densità della vita, storie di santi moderni che vagano nel deserto, si nutrono di nulla e pensano in silenzio a qualcosa che dia senso a tutto questo dolore.”

(Marco Lodoli – “Quando la purezza per salvarsi diventa crudele”)

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