“La passeggiata da Rostock a Siracusa” – Friedrich Christian Delius

“A metà della sua vita, nell’estate del 1981, il cameriere Paul Gompitz (P.G.) di Rostock decide di partire per Siracusa, nell’isola di Sicilia…con l’intenzione sempre che l’impresa riesca, di ritornare in ogni caso a Rostock.” Egli vuole fare quel viaggio, da Rostock a Siracusa, attraverso l’Italia, fatto da Johann Seume, scrittore suo conterraneo che ne riportò il resoconto in quel suo libro “Passeggiata fino a Siracusa nell’anno 1802” che P.G. “ha letto ai tempi di scuola e non lo ha mai dimenticato.”

P.G. non ha mai viaggiato fuori dalla Repubblica Democratica Tedesca (RDT) in cui è nato, cresciuto e vive. Le sue avventure sono state fino a quel momento, “solo” intellettuali, sebbene come intellettuale, quale egli è, sia un “fallito”. E, dopo aver fatto prima il commesso, poi la guida turistica, adesso fa il cameriere stagionale sui traghetti da turismo lungo la costa del Baltico. P.G avrebbe sempre voluto fare l’uomo di mare, cioè navigare ma le sue domande non sono mai state accolte e adesso sentendo raccontare dai suoi colleghi che hanno avuto trascorsi da naviganti le loro avventure gli si è “risvegliato quel suo sogno giovanile, di andare via per una volta verso il vasto mondo occidentale” e così gli è venuto in mente di andare “lì dove da sempre volevo andare, a Siracusa come Saume e nessuno deve saperlo, neanche Helga”, sua moglie.

Ora uno potrebbe dire ma perché farlo di nascosto. P.G. non vuole mica “fuggire” dalla RDT, non è un traditore, né ha motivazioni politico-ideologiche, tanto che ha tutta l’intenzione, fatto il suo viaggio, di ritornare. E poi, in fondo, nonostante l’onnipotente Stasi che incombe su tutto, nonostante la mancanza di libertà, lui nella RDT ci vive anche bene, non se ne lamenta più di tanto, né è attratto dal “modello” occidentale, non vuole insomma cambiare la RDT con la RFT. P.G. vuole “solo” viaggiare, vedere il mondo, fare quello che generazioni di tedeschi, prima di lui, hanno fatto, andare verso quello che Goethe chiamava il “paese dei limoni”, andare al Sud, e quale miglior Sud se non Siracusa e così, da quel momento, “Non passa giorno in cui Gompitz non pensi a Siracusa”. Ma poter fare una cosa del genere nella RDT, per uno come Gompitz è pressoché impossibile perché egli “non è né un funzionario, né un accademico, né un artista, uno sportivo o un marinaio, dunque senza alcuna possibilità di oltrepassare il muro con tutti i permessi del caso. Ha parenti? No, non ha parenti stretti all’ovest da esibire e fino alla pensione ci sono ancora venticinque anni”. Perché nulla è più vietato nella RDT che oltrepassare il confine se non se ne ha il permesso, anche se le motivazioni sono innocenti e innocue come quelle di P.G. Insomma è un vero tabù e il solo pensare di farlo è visto con sospetto, ti può creare un mucchio di problemi, quindi nulla deve trapelare di quel suo progetto. Né in merito alle residue vie legali che P.G. è intenzionato a intraprendere – perché, in fondo, lui sarebbe ben contento di poter fare tutto alla luce del sole – né, tanto meno, a quelle illegali e comunque entrambe, “sia la via legale che quella illegale le devi preparare, anche se ci vogliono anni.”

“La passeggiata da Rostock a Siracusa” è un piccolo-grande libro che racconta una piccola-grande storia perché la folle idea di P.G. e l’ostinazione con cui la metterà in pratica avranno una incredibile forza dirompente, facendo venire a galla, prima di tutto, un personaggio straordinario. Da quel piccolo uomo che era stato fino ad allora P.G. si rivelerà in realtà capace di superare difficoltà e pericoli innumerevoli e inimmaginabili, da lasciare chiunque esterrefatto. Ma quello che sconcerta di più – e qui emerge la grande capacità narrativa, nel rendere tale aspetto, di Friedrich Christian Delius, consacrato ormai come uno dei massimi scrittori tedeschi contemporanei – è la assoluta naturalezza e pacatezza, candida eppure lucidissima con cui P.G. affronterà quei pericoli e quelle difficoltà e ciò per ben 7 anni, tanti quanti gliene saranno necessari per realizzare il suo progetto e sempre, costantemente, vivendo tutto ciò assolutamente da solo con se stesso. Delius, prendendo spunto da un fatto realmente accaduto, riesce, senza mai avere cadute di tensione narrativa, a dipanare la vita di P.G. che si svolgerà, per tutti quegli anni, in un perenne “imparare facendo” che lo porterà a sviluppare conoscenze, competenze, strategie, tecniche, soluzioni su cose a lui prima del tutto sconosciute. Ma anche a mettere a punto e trovare astuzie, stratagemmi, alternative, invenzioni, precauzioni, furbizie, improvvisazioni che lo porteranno a salvarsi e a salvare il suo progetto più di una volta e a rilanciarlo continuamente.

P. G. praticamente metterà in atto quella frase-chiave: “Chi si affatica sempre a tendere più oltre”, tratta dal Faust di Goethe che Delius fa citare a Gompitz, la quale esprime tutta la natura dello spirito tedesco, di cui la vicenda di Gompitz ce ne da la versione di costruzione positiva del proprio elevarsi nel mondo. E tutto ciò è reso ancora più evidente dal perenne sottotono di Gompitz, da quel suo non manifestare mai alcun delirio di potenza, mantenendosi invece, solo e sempre, cocciutamente fedele al suo progetto, con un spirito di adattamento alla situazione e alle situazioni che non viene mai meno e conservando, in ogni circostanza, il rispetto per se stesso, senza mai umiliarsi né farsi umiliare da nessuno, rivelandosi anzi molto più “creativo” dei suoi avversari. Delius contrappunta perfettamente il rapporto tra la vicenda individuale e la realtà in cui Gompitz è costretto a muoversi. Su un sottofondo di perenne suspense, la narrazione, nel rendere la miriade di assurdità e di mosse e contromosse con cui Gompitz dovrà fare i conti, finisce per assumere un gustoso risvolto comico, veicolando un senso di disarmante epicità e facendo di P.G. un personaggio dai tratti picareschi. E in quel suo lottare contro tutti Gompitz mette a nudo le miserie, l’oppressione, l’ottusità dominanti nell’Est ma anche le contraddizioni, l’indifferenza, l’utilitarismo presenti nell’Ovest, scardinando le regole e gli schemi dell’una e dell’altra parte.

Accertatosi che la via legale è senza speranze, P. G. metterà in pratica quel suo “atto di disperazione”. Dopo un apprendistato meticoloso di anni durante i quali si ingegnerà nel diventare un provetto velista, perché è così, in barca a vela, che Gompitz “uscirà” dalla RDT – quasi un risarcimento del destino rispetto alla sua mancata vita di uomo di mare – finalmente arriva il gran giorno e prende il largo. Facendosi beffe della guardia costiera veleggerà, in piena notte, lungo quelle coste del Baltico che conosce e ha studiato a menadito, inoltrandosi in mare aperto e raggiungendo il giorno dopo, nello stupore di chi lo vede attraccare, le coste danesi. Nel frattempo ha pensato a tutto: ha guadagnato e messo da parte, nascondendolo in luoghi e in modi a dir poco incredibili, il denaro necessario per il viaggio; lo ha trasferito all’ovest, assieme al bagaglio, architettando soluzioni rocambolesche; ha predisposto “iniziative diplomatiche” sia con le autorità dell’ovest che con quelle dell’est per assicurarsi una visibilità ufficiale che lo tuteli rispetto a quanto gli potrebbe accadere; ha stilato un dettagliato itinerario attraverso la Germania e poi, naturalmente, attraverso l’Italia, con meta finale Siracusa, così come un itinerario ha anche il ritorno; ha stabilito infine che egli si tratterrà “fuori” un anno, dal giugno ’88, data del suo arrivo all’ovest, al luglio ’89 data prevista del rientro a Rostock.

Ma, nell’altra Germania, l’accoglienza, superato l’iniziale sgomento misto ad ammirazione per quello che ha fatto, diventa via via più fredda e distante. P.G. appare, ben presto, un personaggio ingombrante, nessuno se ne vuole davvero occupare. E’ libero di fare quello che vuole, lì non ha restrizioni di sorta ma che si arrangi. Nessuno capisce veramente il senso della sua impresa, né si rende davvero conto di che cosa ha dovuto superare per realizzarla. La sua spartana artigianalità, il suo non essere mosso da grandi ideali, quella sua fissazione “turistico-culturale” e, soprattutto, quella sua intenzione di “tornare” nella RDT lo rendono anomalo, un diverso, poco spendibile e non riconducibile ai classici canoni del “fuggitivo” dal blocco dell’Est. Ma nulla scoraggia P.G. nella realizzazione della “prima decisione completamente libera” della sua vita, per la quale ha anche calcolato il prezzo che potrebbe pagare dato che gli potrebbe costare due anni di galera ma “ne vale la pena” dice. Lasciato a se stesso si procura un po’ di lavori occasionali per mantenersi finché è nella RFT, perché “I 5000 DM che ha mandato di nascosto all’ovest sono riservati all’Italia”. Ma ben presto P.G. comincia a provare una intensa sensazione di solitudine: “Ha cercato la libertà e si trova adesso prigioniero di una solitudine più grande che nel periodo dei preparativi”, la nuova realtà non è come se l’era immaginata. E se questo è solo un amaro disincanto, gli arriva nel frattempo una notizia che lo stordisce: “Helga soffre terribilmente per l’inganno, la fuga e il soggiorno precario di Paul, è ridotta a un fascio di nervi, si teme quasi per la sua vita”. Scosso P.G. “modifica tutti i suoi progetti”. Decide che “Il viaggio non può durare più di 6 settimane. Invece che a luglio del 1989 vuole essere a Rostock già in Ottobre”.

Così “Il 6 settembre sale su un Intercity verso il sud, mosso dalla paura per Helga e felice nell’attesa gioiosa di essere presto ripagato dalle fatiche di sette anni.” L’inizio del viaggio è entusiasmante, “quando vicino a Monfalcone vede il Mediterraneo, esprime la sua gioia con due frasi: Non stai sognando! Ce l’hai fatta veramente”. E, “Già dopo un giorno sente che l’Italia lo trasforma…Improvvisamente…Egli è ciò che non è mai stato, molto semplicemente un “Tedesco””. Tutto lo affascina e lo colpisce e ne fa ampi resoconti a Helga e agli amici, a cui invia di continuo lettere. Visita Venezia e, visti i prezzi dei menù, ne trae la massima che “vince nella lotta per la sopravvivenza non chi divora le cose più raffinate, quanto chi riesce ad aver bisogno di meno e ad adattarsi al meglio nelle situazioni di carenza”.

Soggiorna a Terni perché “Qui hanno sostato tutti i grandi viaggiatori tedeschi in Italia, prima che la metropoli Roma colpisse il loro animo, Herder, Goethe, Saume, Schinkel, Mommsen, Nietzsche”, e qui riceve, per la prima volta, ciò che nessuno fino ad allora gli aveva dato un “sensibile ed affettuoso riconoscimento”. Il titolare del modesto ristorante in cui si reca ha lavorato in Germania, parlano in tedesco e, sentito da P.G. cosa ha rischiato per venire in Italia, gli offre un Campari e gli manifesta tutta la sua fierezza di italiano per ciò che ha fatto, suscitando altrettanta fierezza in P.G. per quel riconoscimento che lo commuove: “questo Gianni è la prima persona che sa apprezzare la sua impresa”. Va a Roma con in mente le riproduzioni di Tischbein viste da bambino alla Galleria di Dresda e la pianta antica della città ricopiata da un’enciclopedia con cui si orienta ma, la città, lo disorienta. Il traffico, la confusione, l’afa, i rumori, la sporcizia, i gruppi intruppati di fedeli diretti a S. Pietro lo fanno sentire un estraneo, “Sempre più freneticamente cerca di reprimere la sensazione di solitudine, sempre più profondamente si rinchiude nella nostalgia di Helga…la città eterna diventa per lui un incubo…decide di lasciare Roma entro 24 ore e di terminare il viaggio in Italia al più presto possibile” Il che certo non è molto in sintonia con un viaggio da sogno, con quel “viaggio di studio e pellegrinaggio” tanto agognato.

“Da Napoli passa soltanto perché è troppo sporco, ma fa una sosta a Taormina. La gita sull’Etna costa 70 marchi, ma si chiede: Quando andrai di nuovo sull’ Etna?” Siracusa adesso è davvero vicina e, infatti “Il 26.9.88 scrive: “Cara Helga! Da due giorni sono giunto alla meta del mio viaggio, a Siracusa.” Nella lettera le parla di ciò che ha preceduto l’arrivo a Siracusa e cioè di Catania dove “a causa della siccità qui la sporcizia non puzza…il paese profuma nonostante la sporcizia”, e di “Augusta, in un ampio golfo”, la quale è “in sé piccola e difficile da trovare nella carta geografica” e in cui “si susseguono strutture del porto, raffinerie, industrie e navi di tutti i paesi”. Poi riferisce del suo arrivo a Siracusa: “Sono solo le 8.30 ma il caldo è quasi insopportabile, sono felice di trovare ombra e refrigerio nel profondo baratro delle stradine”.

La città lo affascina, resta incantato dalla “sua ricchezza di forme architettoniche”, ammira il Teatro Greco, si rammarica solo per gli impianti elettrici e le condutture d’ acqua installate “in maniera così approssimativa”. Familiarizza con i gestori dei ristoranti che frequenta, da questi calorosamente ricambiato. Ad uno dà pure consigli su come attirare la clientela tedesca, racconta la sua storia e ciò gli attira l’attenzione dei clienti presenti nel locale: “Li lusinga il fatto che un Iperboreo delle vicinanze del circolo polare per la propria città metta a repentaglio la propria vita”. Sul più bello nel locale si sparge la voce “di uno “Sciopero nazionale” di 72 ore”, P.G decide di ripartire, trova però il tempo di mandare una cartolina di Siracusa a tutti anche al funzionario “della rappresentanza della RDT a Bonn” nella quale lo aggiorna su i suoi spostamenti: “Sono alla meta finale del mio viaggio. Tanti cari saluti da Siracusa”. Risale lo stivale.

“Negli anni Cinquanta ha visto il film “La certosa di Parma”, poi ha letto il romanzo di Stendhal, perciò Parma fa parte delle città che considera un “must””. Ma la visita non lo ripaga, nella realtà le cose non corrispondono con quello che ha letto e visto. In compenso lo colpiscono l’ampio cartello pubblicitario “Birra alla spina – originale tedesca” che l’inorgoglisce e gli toglie un po’ di quel complesso di inferiorità che hanno i tedeschi dell’Est educati a imparare dagli altri, in primis dal grande fratello Russo e a non avere niente da insegnare, mentre “qui nella meravigliosa Italia…sanno apprezzare l’arte tedesca della birra” e poi una festa popolare del PCI che “gli ricorda la simpatica, rozza atmosfera di lavoro che conosce dai tempi di gioventù a Dresda e che da tempo è stata rovinata dai rituali di partito e dimenticata”.

Ma sarà a Mantova che vivrà il suo momento più bello. “Mantova è sempre stata un luogo delle sue nostalgie e dei suoi desideri, fin da quando aveva visto una versione cinematografica del “Rigoletto”…Come Parma, anche Mantova gli appare un luogo ideale italiano, anche se non così perfetto come la Toscana”

E’ il primo pomeriggio, fa caldo, non c’è in giro nessuno, P.G. è nella “vasta piazza davanti al Palazzo ducale”, all’improvviso risuonano nell’aria le note dell’opera di Verdi. Provengono da un bar e a P.G. fanno un effetto fortissimo perché quelle note sono arrivate “al momento giusto…si sente felice: Lì qualcuno indovina i tuoi pensieri!…Tu stai davanti al portale storico del castello dei duchi di Mantova, e appositamente per te viene suonata l’ouverture! I minacciosi colpi di timpano, i forti e quasi disarmonici suoni dell’orchestra, tutti i veloci movimenti insistenti lo commuovono tanto da fargli venire le lacrime, si difende contro le lacrime, con il capo chinato si copre il viso con la mano e quando guarda di nuovo su, il barista sta davanti alla porta, saluta facendo un discreto inchino e sparisce nel suo negozio, come se non lo volesse disturbare nel suo raccoglimento. Anche se è una comunissima messa in scena per turisti, Paul osa pensare, nella sua profonda commozione, questo mantovano lo ha fatto appositamente per te, tutto il meraviglioso teatro è stato messo in scena solo per te, il cameriere di Rostock!. Per lui è come se, con le poche lacrime, andasse via da lui un po’ del peso di decenni, come se questi sette anni non avesse lavorato inutilmente, come se avesse rischiato la vita, mentito a moglie e amici, ingannato lo stato onnipotente per vivere questi tre minuti a Mantova, come se questo momento fosse la sua massima ricompensa, come se solo in questo momento cadessero i più alti dei molti confini, contro i quali si è scontrato, disperato o arrogante, stanco o paziente. Si vergogna troppo adesso di ringraziare il barista con gli occhi umidi e bere un espresso e un bicchiere d’acqua. Ammutolito dalla musica, non si vuole imbarcare nella conversazione attesa. Si salva su una panchina all’ombra. Gli occhi si asciugano, ma non supera questo evento. Sei tanto debole che questo paio di movimenti di Verdi improvvisamente ti circondano di gioia!…dopo questi minuti l’Italia non ha più grandi momenti da offrire…il 7 ottobre passa il Brennero e scrive da Innsbruck agli amici: “Adesso l’Italia è alle mie spalle. Adesso sono un viaggiatore dell’Italia. Dovrebbe essere la normalità, per molti è banalità, per me è stata la punta massima della mia vita fino a questo momento”…Nel primo pomeriggio del 19 ottobre il nostro eroe sale sul treno interzonale Amburgo-Lubecca-Rostock…Verso le 15 il treno si ferma al passaggio di confine di Herenburg. Rumore di tacchi di stivali in corridoio come una briosa melodia patriottica. Paul Gompitz porge il suo documento al primo dei grigi compagni. “Ah, signor Gompitz, è di nuovo qui? Allora mi segua!””

2 thoughts on ““La passeggiata da Rostock a Siracusa” – Friedrich Christian Delius

    • ilcollezionistadiletture 22 ottobre 2016 / 6:42

      Grazie a te. Il libro è edito da Sellerio e ti confermo che è davvero bello…avvincente, divertente e commovente. Buona giornata e grazie di nuovo.

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