“Fratelli” – Carmelo Samonà

Due fratelli, di cui uno malato, di una malattia senza nome, vivono, da anni, in una grande casa, isolati e da soli, immersi in un astratto presente. In quello spazio, rarefatto e privo di identità, in cui si dilata e si rinchiude la loro presenza, si rinnova un’ostinata quanto sfuggente reciproca ricerca dell’altro, da entrambi messa in atto attraverso una trama di elaborati rituali fatti con il tramite di un loro personale alfabeto della comunicazione e volti ad alimentare la loro insidiosa quanto inscindibile relazione.

Dietro il complesso gioco di asimmetrie fra il fratello sano nonché io narrante che assiste quello malato venendo a sua volta attratto da quest’ultimo nel suo mondo, si anima e si svolge, all’interno di “Fratelli”, una partita che oltrepassa la pura e semplice durezza di quella dinamica e si avventura in modo avvincente in un universo narrativo che sconvolge i confini e gli steccati che delimitano il sano dal malato, la normalità dalla follia e installa di fronte a noi l’intima opposizione e l’intima complicità di due esseri umani, l’uno di fronte all’altro, in relazione tra loro. In un’intervista, interrogato sul senso di questa sua opera, Carmelo Samonà ebbe a dire: “Non fu mia intenzione scrivere un’opera edificante nel senso della “malattia mentale” o della cosiddetta “nuova psichiatria”. “Fratelli” è semplicemente una storia, il racconto di un’esperienza di coppia in una situazione di malattia, vissuta in chiave fantastica. Se c’è un interesse in quel libro è nella testimonianza di una situazione umana in quanto racconto”. Il nucleo centrale di “Fratelli”, coerentemente alle intenzioni chiaramente espresse da Samonà, è quindi concentrato nell’esplorazione di quella interna tensione che agisce i rapporti umani e nei rapporti umani, immaginata in una situazione limite che si fa “spazio” narrativo che delimita e crea un “mondo”.

Da quella situazione, tendenzialmente priva di possibilità espressive, in cui è proprio l’abbandono delle regole e delle forme del linguaggio che unisce e separa i due protagonisti, prende quindi vita quel “mondo”, fatto di una straordinaria densità e intensità emotiva, dove l’invenzione narrativa si rende capace di dire le continue invenzioni e reinvenzioni a cui quella relazione conduce e obbliga. E’ un tessuto inesausto fatto di cuciture e strappi, di silenziose epifanie e di sorde lacerazioni, di avvicinamenti e fughe, di bisogno dell’ altro e di paura dell’altro. Perché in quella relazione così estrema si consuma la messa in scena di quel desiderato e, al tempo stesso, temuto incontro con l’”altro da sé” che è il mistero che ogni relazione porta con sé, in cui il desiderio di abbandonarsi ad essa ne è l’anelito e la catastrofe di essere in essa abbandonati la sua paura, e la cui sintesi è in quelle parole che invitano ma anche ansiosamente chiedono: “Cercami, – Cercami di nuovo, – anche se mi hai trovato”, sillabate dal fratello malato.

Attraverso il resoconto di quella quotidianità imprevedibile quanto uguale che il fratello sano redige per cercare di dare e darsi una residua razionalità, nell’illusoria possibilità di sottrarsi “alla lotta e, dunque, di controllarla da fuori” – laddove sarà egli a doversi adattare a quella lotta, da essa risucchiato e catturato – veniamo, a nostra volta, portati dentro quella fitta partitura di azioni e reazioni in un alternarsi di ricomposizioni e frantumazioni in cui mai nulla si sedimenta e tutto si amplifica. Le traiettorie spezzate dei loro spostamenti, le gerarchie negli echi dei loro silenzi, i segreti nascosti nei loro gesti, gli sguardi che surrogano le parole non dette, i contatti incerti e intermittenti dei loro corpi, il loro ritrovarsi e perdersi di continuo, l’infaticabile lavorio delle loro mediazioni, ci scorrono di fronte come tessere di un mosaico eternamente sconnesso eppure eternamente in movimento. Dapprima in quell’andirivieni di “viaggi” immaginari che essi inscenano. Traslocando nella finzione e distraendo così la malattia che, come un corpo estraneo “occupa” il fratello malato, la relazione si riempie di giochi della fantasia, teatralizzandosi, con la casa e i suoi infiniti labirinti di stanze che si trasformano in spazio scenico. E così l’impossibilità di trovare l’altro nella realtà diventa possibile in un linguaggio finzionale che li ingaggia entrambi e li ricongiunge liberando attimi di felicità.

Ma, all’uscita dal gioco, fa seguito il ripristinarsi della precarietà per la labilità e l’ opacità che la lingua e i gesti della normalità destano, con il loro portato fatto di laceranti fallimenti. Se infatti il fratello sano si affanna nel tentativo di tenere insieme le tessere di quel mosaico, il fratello malato si rinserra in quella sua elusiva e obliqua presenza, facendosi capriccioso tiranno e insieme evanescente oppositore. A suo modo forte nella e della sua debolezza, che lo rende capace di irridere gli sforzi del fratello. Il quale, a sua volta, lo osserva, lo studia, ne cerca di penetrare le logiche ma invano perché il solipsismo nel quale egli vive induce solo interrogazioni che non hanno risposta e che rimandano a “verità alternative”, laddove egli svuota la realtà e ne crea un’altra che inficia con i suoi sottintesi quella del fratello sano. L’inevitabile conflitto si carica di pulsioni aggressive e di perentori rifiuti in cui l’uno si fa inesorabile nemico dell’altro, in un continuo sovvertimento di ruoli fra persecutore e vittima per quella destabilizzazione insita negli spostamenti obbligati verso la “diversità” dell’uno e gli estranianti smarrimenti che ogni segnale di diversità intorno a lui provoca nell’altro.

Ma quella reciproca difesa della propria integrità non ha alcuna possibilità di risolversi sul piano meramente “linguistico” perché le lingue che vigono tra loro sono basate su codici intrinsecamente differenti. Ed è sempre e solo fuoriuscendo da quel piano che si può ritrovare un affratellamento, perché vivere nella scissione è dolorosissimo e l’istinto di ritrovarsi è più forte di quello di perdersi. La ricerca dell’altro si fa perciò ricerca di percorsi liberatori attraverso i quali ristabilire la fusione e restaurare la pace prima di tutto con se stessi. E in quei momenti mentre l’uno si separa “con parole adeguate, dal personaggio nemico che affermo di avere allontanato da me” nell’altro “La sua morsa, lentamente, si scioglie, lo sguardo si distende, e ci sdraiamo per terra vicini, restando immersi a lungo in un grande silenzio” e così “ci ritroviamo spesso affiancati, entrambi vittoriosi di antagonisti che erano in noi” E’ quindi in quell’abbraccio simbolico che ci si può finalmente abbandonare e abbandonandosi ritrovarsi con sé e con l’altro.

Quello stesso abbraccio condiviso con quella donna conosciuta in una di quelle loro passeggiate con cui si conducono in quei giardini che sono proiezione e prolungamento della casa, così come la città ne è un’ effimera controfigura. E in quell’habitat a loro estraneo in cui si muovono da estranei dove “una geometria di relazioni insidiose, immensamente plurale, si sovrappone all’umile geometria della nostra coppia e in breve tempo la annienta” avviene quell’incontro in cui un terzo, un intermediario, appunto quella donna, si insinua nella coppia, stabilendovisi e in tal modo, con il cui solo esistere, ne snatura gli assetti. Nel resoconto ella si fa incarnazione di “una felicità breve ma intensa” giacché quella donna era capace non solo di realizzare quell’abbraccio ma di unificare con esso tutti i suoi linguaggi: “Ho motivo di credere che la donna non avesse, come le avevo io, due lingue diverse destinate alternativamente a mio fratello ed a me, ma una sola;…così mobile e onnivalente che fungeva da molte lingue, o almeno spiegava una potenza pari a quella delle nostre due lingue sommate;…e quando sembrava esaurita ogni scorta di segni figurati o vocali ricorrendo all’abbraccio. L’abbraccio era il segno infimo e anche supremo di questa lingua, ed era ricco di sinonimi e di sottospecie e varianti”. Ma quella donna capace con la sua plurima oblatività di sciogliere il conflitto e ricomporre l’unità vive ormai di residue messe a fuoco in contrasto allo sfuocarsi a cui la memoria è soggetta.

Impalpabile nell’apparire lo è anche nell’evocazione che abbiamo del suo dileguarsi, dilatata in un indistinto passato di cui rimane “il desiderio di cosa remotamente posseduta e goduta”. L’incanto di quell’abbraccio vittorioso nella lotta col disordine, con tutto il disordine del mondo, non può che essere e rimanere un desiderio. La ricerca dell’altro e il conflitto che ne deriva è un moto destinato a perpetuarsi, un territorio da conquistare e riconquistare continuamente ma impossibile da pacificare per sempre. E l’aspirazione di trovare la chiave per conoscere e capire il fratello è destinata a fallire così come quella di afferrare la chiave per stabilire un qualche tipo di rapporto col mondo. “Fratelli” è per questo un romanzo fatto di attese e sulla condizione dell’attesa, entrambe le quali non hanno fine e non possono averla. Da qui lo sprigionarsi di quel senso di tempo immobile, di metafisica senza mondo. “Fratelli” è uno dei più bei romanzi del nostro Novecento, così come Samonà è stato uno dei nostri più grandi scrittori, entrambi, oggi, colpevolmente dimenticati. Un romanzo di una intima e struggente bellezza, fatta da quelle sue infinite sfumature, rese da una prosa eterea e poetica, capace di produrre una inverosimile poliedricità introspettiva che è la continua presa di coscienza di un senso delle cose inesorabilmente destinato a sfuggire.

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