“Come mio fratello” – Uwe Timm

“Essere sollevato in aria…la prima immagine che mi si è impressa nella mente – con la quale comincia per me la consapevolezza di me stesso, la memoria: dal giardino entro in cucina dove ci sono gli adulti, mia madre, mio padre, mia sorella…e poi sbuca fuori lui, il fratello, e mi solleva in alto.” Quel ricordo di sé – quell’immagine fondativa della sua memoria – è, per Uwe Timm, intimamente connesso al ricordo del fratello che ha in quel momento 19 anni, 16 anni più di lui. Pochi mesi dopo il fratello, ferito gravemente in Ucraina, dove si trova con la divisione scelta Totenkapf delle Waffen-SS, nelle quali si era arruolato volontario a 18 anni, morirà. E’ il 16 Ottobre 1943.

L’ingresso lapidario della morte, della morte del fratello, nella scrittura, fa di quella scrittura una lapide. E ciò opponendo al testo della lettera, indirizzata dal fratello ai genitori, pochi giorni prima, quando seppur già amputato delle gambe prefigura un suo imminente rientro in Germania, la realtà impassibile della notizia della morte.

Le lettere e il diario tenuto dal fratello durante la sua permanenza sul fronte russo saranno il materiale vivo da cui Uwe Timm partirà per risalire il flusso dei ricordi che investirà se stesso e tutte le figure della sua famiglia. E, a partire da quelle figure e da come esse erano state dentro quanto accaduto loro e intorno a loro, risalirà la genesi collettiva che ha reso possibile tutto quello che sarebbe poi accaduto, interrogandosi sulla natura e sull’anima di quella genesi. “Come mio fratello” è un testo di un’impressionante densità emotiva, che condensa piani distinti, ma che mantiene sempre fortissima quella densità che risuona e fa da trama dentro la scrittura dove il richiamo degli affetti e i soprassalti della coscienza la alimentano senza interruzioni.

Per tentare di renderne la sua articolazione e pluralità può essere utile fare riferimento al lavoro di altri tre grandi scrittori tedeschi che la lettura di “Come mio fratello” evoca. Mi riferisco al lavoro sulla memoria e sulla “ferita oscura” (P. Citati), in quanto tedesco, presente in tutta l’opera di Winfried Sebald; alla elaborazione, attraverso la scrittura, del lutto derivante da una “ferita privata” come quella vissuta e raccontata da Peter Handke in relazione al suicidio di sua madre in “Infelicità senza desideri” e alla lezione stilistica di Uwe Johnson, cioè quel narrare non sequenziale e non temporalmente lineare applicato alla narrazione biografica. Qui queste tre dimensioni si fondono in un unico oggetto narrativo che interseca – facendo avanti e indietro, fra ricordi vicini e lontani, fra guerra e dopoguerra – la tragedia privata che, dalla morte del fratello si allunga sugli altri membri della famiglia, facendo di Uwe Timm il custode testamentario del lutto e dei lutti della sua famiglia, con il faticoso e al tempo stesso lucido sforzo di analizzare le cause, i motivi, le ragioni, in una continua osmosi tra quel personale, privato universo familiare e l’universo in cui quei fatti si sono prodotti.

E tutto con un tono che trattiene costantemente il dolore ma non lo nega mai, se lo porta dentro e addosso, ineliminabile, ma lo affronta, trovando sempre un fondo affettivo su cui depositarlo, anche quando Timm non si può esimere dalla severità del giudizio, fermo in quella sua libertà raggiunta di non “mostrare riguardi nei confronti di nulla e di nessuno.” Perché l’essere riuscito ad arrivare a scrivere su suo fratello è una conquista di fronte ai “blocchi” che lo avevano colto nei tentativi precedenti. Entrare fino in fondo in quella vicenda fa paura, suscita angoscia, anche perché significa inesorabilmente parlare della sua famiglia, dei suoi genitori, dei loro legami, della loro vita, della loro memoria. E infatti ciò che libererà Uwe Timm sarà la morte della sorella, “l’ultima che aveva conosciuto” il fratello. Questo gli permetterà di farsi finalmente testimone senza i condizionamenti di prima e così tentare di dare risposta a quella domanda che incubava dentro di lui: come è stato possibile diventare, essere “come mio fratello”. E la risposta è di una disarmante semplicità. Nessuno è stato costretto, neanche suo fratello, tutti hanno agito in modo convinto e consapevole, fieri di ciò che erano e facevano.

La diversità, l’essere diversi, il diverso, rispetto al sentire comune non c’erano e non era neanche immaginabile che ci potessero essere. Dice Timm del fratello: “…si era dunque arruolato volontariamente non l’aveva convinto il padre. Ma non ce n’era stato bisogno. Era stata solo la realizzazione silenziosa di quel che il padre desiderava, in sintonia con la società.” Perché la socializzazione del figlio coincide con la socializzazione della famiglia del figlio, cioè con la “Volksgemeinschaft, la “comunità di popolo.””, in cui “L’uomo superiore…Era l’elemento coesivo di quell’ideologia di dominatori. Il mito del sangue e l’essere tedeschi bastavano, e non importava se si era volenterosi o pigri, intelligenti o stupidi, comunque si apparteneva al popolo dominatore” con il corollario della “fissazione militaresca e della disciplina mortale dei tedeschi.” E di tutto ciò Karl-Heinz, il fratello, è il “modello”, è “il ragazzo coraggioso e che obbedisce”, così come definito dal padre, che lo idolatra: “passava molto tempo con il padre” e lo investe del ruolo di perpetuatore della discendenza, secondo una linea patrilineare-maschile che emargina da subito la figlia primogenita e ripropone le scelte del padre anche lui volontario in guerra durante la prima guerra. La conseguenza è la spoliazione dai propri sentimenti individuali, soppressi in nome dei sentimenti collettivi prescritti socialmente, l’annullamento del singolo nella collettivizzazione accettata di una soggettività di massa.

Dice Timm parlando di Karl-Heinz: “Spogliato di una propria storia e della possibilità di provare sentimenti personali, resta solo la riduzione al dominio di sé: al valore.” Ciò porta alla disumanizzazione del nemico, negato di ogni prerogativa umana. Scrive Karl-Heinz nel suo diario: “Donec, testa di ponte sul Donec. A 75 metri Ivan fuma una sigaretta, un bel boccone per la mia mitragliatrice.”, così come, per i nemici civili e per le loro sofferenze c’è la più assoluta indifferenza. Mentre, invece, nelle sue lettere ai genitori Karl-Heinz si rivolge loro in modo caldo e premuroso, non si dimentica di Uwe, si affligge alla notizia del bombardamento di Amburgo, la sua città, la loro città e per le condizioni in cui versa la popolazione. Gli altri sono per principio inferiori e ciò ne riduce il loro valore. Ma quell’abbandono del sé nel noi che si verificò nella generazione che fece il nazismo determinò un gigantesco processo di deresponsabilizzazione, liberatorio per i singoli e, soprattutto, decolpevolizzante.

Durante e dopo la guerra quella generazione agì un’ altrettanto collettiva autoassoluzione, negando la colpa, per Timm, più grave: di avere allontanato lo sguardo.”…mio padre, mio fratello avrebbero dovuto sapere, secondo il significato della parola “sapere”, racchiuso nella radice dell’antico alto tedesco “wizzan”, cioè “scorgere”, “vedere”. Non hanno saputo perché non volevano sapere, perché hanno allontanato lo sguardo….Quasi tutti hanno guardato altrove e sono rimasti zitti quando i vicini di casa ebrei venivano presi e semplicemente sparivano, e la maggioranza ha continuato a star zitta anche dopo la guerra, quando si è saputo dove erano scomparsi gli scomparsi. In quel silenzio Primo Levi vede la colpa più profonda dei tedeschi.” Quella generazione per Timm è storicamente e soggettivamente colpevole e ha continuato ad esserlo senza mai assumersi alcuna responsabilità: “Mio padre non sapeva ammettere in sé il dolore, solo la rabbia, una rabbia che tuttavia, siccome per lui valore, dovere e tradizione erano eterni, non si rivolgeva contro le cause ma contro i dilettanti dell’esercito, contro gli imboscati, i traditori. Era l’argomento di conversazione con gli altri commilitoni…Cercavano spiegazioni sul perché la guerra era stata persa.”

La questione della responsabilità, dell’assumersi ognuno un pezzo di quella responsabilità che è collettiva ma è anche individuale è la questione cruciale che pone e si pone Uwe Timm. Squarciando il velo dietro a cui tutti si sono nascosti durante e dopo la guerra ciò che si svela è che non solo tutti hanno allontanato da sé una qualche propria responsabilità, ma hanno allontanato da sé l’idea stessa del principio di responsabilità. Un negazionismo non derivante da un revisionismo ma dalla negazione di cercare di dare un senso a quella tragedia per non dovere ammettere il fallimento di un’intera generazione. Tanto più per quegli uomini che nel viverla quella tragedia, in quanto suoi disciplinati esecutori, l’hanno al tempo stesso subita. Perché Timm è questo quello che ci dice: quella tragedia non ha risparmiato nessuno. Non ha risparmiato suo fratello, né ha risparmiato suo padre: “Una volta ho visto mio padre in piedi davanti al camino, le mani dietro la schiena, tese verso il calore. Piangeva. Non l’avevo mai visto piangere. Un ragazzo non piange. Non era solo un pianto per il figlio morto, era qualcosa di inarticolato che si scioglieva in lacrime. Nel suo star lì a piangere era presente qualcosa dell’orrore del ricordo, una disperazione abissale senza autocommiserazione, un dolore indicibile, e a ogni mia domanda si limitava a scuotere la testa.”

Bagliori di umanità sopravvissuti a tutto, che restituiscono una dignità e, a suo modo, un perdono. Una pietas quale può essere quella di in figlio e quella di un fratello il quale come aggrappandosi a quella sua stessa pietas chiude “Come mio fratello” con le parole con cui Karl-Heize interrompe il suo diario, parole che Uwe Timm ripete più volte nel libro, quasi esse rimbombassero dentro di lui, chiedendosi con una segreta speranza che cosa volesse dire suo fratello con queste parole: “Qui chiudo il mio diario perché trovo assurdo fare un resoconto delle cose terribili che a volte succedono.”

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