“Soggiorno in una casa di campagna” – Winfried Sebald

Per quella che è sin qui la mia esperienza di lettore di Sebald (“Austerlitz”;”Moments musicaux”; “Soggiorno in una casa di campagna”) ho sempre costante, ogniqualvolta lo leggo, il ricorrere di un’impressione e cioè di essere portato in un mondo fatto di presenze fantasmatiche, di essenze eteree e sospese.

E’ come trovarsi partecipi di un’esperienza di dislocazione con la quale si viene condotti in un altrove nel quale ci si sente fuori dal tempo e dallo spazio pur restando dentro il mondo e la Storia. Così facendo Sebald riesce a sprigionare un ammaliante effetto di catturamento perché dà vita e visibilità a cose di per sé inappariscenti. Egli ci parla di eventi, fatti, persone, circostanze, luoghi con un rigore documentale ineccepibile, frutto di una conoscenza inappuntabile, saldamente ancorata al dato di cronaca o a quello storico.

Eppure noi non siamo chiamati in causa in quanto destinatari di un mero contenuto informativo. Bensì, attraverso un sapiente lavoro di evocazioni e connessioni, immagini e riflessioni, ricordi e interrogazioni, ipotesi e suggestioni che Sebald intesse, siamo indotti a percepire, dietro tutto quello di cui ci parla, un che di insondabile e di profondo che oltrepassa le facoltà intellettuali e rimanda a una dimensione che sovrasta e trascende le cose. E’ come se le cose, così come dette ed evocate da Sebald, apparissero al nostro fianco e ci osservassero. E, mutuate dai legami di affetto e di comune sentire che Sebald nutre per quelle cose, in forza di una sorta di transitività, anche noi ne divenissimo partecipi al punto che “quasi sentiamo il narratore posarci la mano sul braccio”, per usare una sua espressione.

Questo trasportare le cose da un piano all’ altro ha, nel caso di “Soggiorno in una casa di campagna”, la sua prima evidenza nella natura stessa di questo libro. Perché se nelle motivazioni e nell’impianto esso è da considerarsi una collezione di saggi brevi scritti per rendere omaggio a scrittori verso cui Sebald non solo ha un “giudizio positivo” ma per i quali dichiara di nutrire una “inalterata predilezione” e cioè “Hebel, Keller e Walser” a cui, per “altre sollecitazioni”, si sono aggiunti “Rousseau e Morike” per finire con il pittore “Jan Peter Tripp”, tuttavia in questo libro – che quindi si potrebbe definire di critica letteraria – ci troviamo in realtà portati su un piano che è quello proprio della letteratura.

Sebald infatti ci introduce in quel suo mondo, cogliendo nella vita e nelle opere di coloro di cui ci parla sia echi e assonanze che gli rendono questi autori familiari, sia creandone a sua volta di sue a partire da questi autori e tra questi autori. E questo suo sentire si fa vera e propria narrazione, contrassegnata da quella sua prosa eterea ed allusiva, capace di aprire squarci di immaginario carichi di significati e di poeticità. Se la vita e l’opera di questi autori costituisce quindi il materiale documentario su cui lavora Sebald è tuttavia l’intersecarsi di quelle vite con quelle opere il tema della sua riflessione da cui scaturisce la sua narrazione. E questo, in primo luogo, in rapporto a se stesso, allorché suoi ricordi e sue evocazioni gli fanno apparire luoghi e contesti in cui quegli scrittori furono presenti o apparvero suggerendogli connessioni e corrispondenze.

E’ il gioco e, al tempo stesso, il tema delle analogie, tipico in Sebald. Quel descrivere esperienze e situazioni che hanno tra loro distanze spazio-temporali anche lontanissime le quali si ripresentano intatte nella loro essenza, trapassando e rivivendo come in un magico e inspiegabile déjà vu. E, sul senso di queste analogie, Sebald stesso si interroga, conscio della loro inspiegabilità: “Che cosa significano queste analogie, queste corrispondenze? Sono solo scherzi della memoria, solo inganni dei sensi o allucinazioni, o evocano invece schemi di un ordine a noi incomprensibile, inseriti secondo un programma nel caos dei rapporti umani e tali da estendersi parimenti ai vivi e ai morti?”.

A sua volta l’alternarsi costante di riferimenti biografici nonché relativi alle epoche di quegli scrittori con riferimenti ai contenuti delle loro opere trova la sua prima compenetrazione proprio nella pratica della scrittura in sé che si rivela per tutti loro inseparabile dalla vita stessa. Apparendo un bisogno irrefrenabile eppure al tempo stesso un’esperienza tormentosa ed ossessiva ai limiti dell’annullamento di sé. “Contro il vizio della scrittura non sembra esserci rimedio: coloro che ne sono caduti preda, vi si accaniscono persino quando la voglia di scrivere li ha già abbandonati da un pezzo…Rousseau che nel suo rifugio sull’isola di S. Pietro, già a cinquantatré anni vorrebbe smettere con quell’eterno rimuginare , continuerà invece a scrivere sino alla morte. E Morike apporta sempre nuovi ritocchi al suo romanzo, anche quando da tempo non ne vale più la pena. A cinquantasei anni Keller lascia il suo impiego di dipendente pubblico per dedicarsi in tutto e per tutto all’attività letteraria, e Walser riesce a liberarsi della coazione a scrivere, solo promuovendo per così dire la sua interdizione”.

E, a questo proposito, proprio parlando di Walser, Sebald racconta: “Di una galera della scrittura ci parla Walser, di un carcere, di una camera blindata, e del rischio che uno sforzo tanto prolungato gli faccia perdere la salute mentale. <<La mia schiena s’ ingobbisce>> racconta il poeta <<perchè rimango spesso seduto per ore e ore, curvo su una parola che deve compiere il lungo cammino dal cervello alla carta>>. Questo lavoro, soggiunge, non lo rende né felice né infelice, e tuttavia egli ha spesso la sensazione di lasciarci la vita.” La scrittura, per tutti questi scrittori, diventa quindi quel “vizio dalla vaga funzione compensatoria…da cui è impossibile liberarsi”. In altre parole una necessità che diventa a sua volta il loro unico modo per stare al mondo.

Ma questa loro necessità non solo ha l’inestimabile pregio per noi lettori di “dischiudere scenari di una tale bellezza e intensità quali ben di rado può fornire la vita stessa”, ma è portatrice di una superiore sensibilità in cui convivono: la percezione della transitorietà delle cose e della caducità del mondo; l’idea di un ordine cosmico superiore che ci sovrasta, la cui esistenza è intuita eppure resta ai limiti dell’indicibile; quella capacità di suscitare quella dimensione fantasmatica e straniante delle cose; l’attenzione per i “dettagli meno appariscenti” la cui marginalità è però solo apparente; l’intuizione dell’esistenza di rapporti insondabili fra le cose; la presa di distanza verso “il processo cieco e sordo della storia che avanza rumoreggiando”; il senso di estraneità e di diversità rispetto al mondo. Tratti questi variamente rinvenibili in tutti questi autori come Sebald ci fa vedere.

Tratti peraltro di cui si nutre e su cui si fonda in larga misura anche la sua sensibilità, così come appare dalle sue opere e che ci fa comprendere la sua comunanza con questi scrittori. E così parlandoci di Hebel ci dice che “Nonostante la sua inclinazione professionale per la didattica, Hebel non si colloca mai al centro in veste di precettore, ma sempre un po’ discosto, simile ai fantasmi, che spesso popolano le sue storie e che, come è noto, sono avvezzi a osservare la vita dalla loro posizione eccentrica, in un silenzio fatto di meraviglia e di rassegnazione.” E poi aggiunge: “…che [Hebel] talvolta concentra un secolo intero in una sola pagina, ma ha nel contempo anche un occhio attento ai dettagli meno appariscenti…e intuisce l’esistenza di un insondabile rapporto, ad esempio, fra le liti domestiche di due coniugi in Svevia e la disfatta di un intero esercito in mezzo ai flutti della Beresina.” E infine: ”E’ in ultima analisi dalle dimensioni cosmiche e dalla conseguente consapevolezza della propria insignificanza che Hebel trae quella superiorità con cui governa, nei suoi racconti, le alterne vicende delle umane sorti.”

Parlandoci di Morike ne coglie, nella sua veste di interprete e cantore del Biedermeier, un’ inquieta e inquietante risposta alle sue paure dell’ignoto e della transitorietà delle cose. “Il quietismo svevo, cui si vota Morike, è come in genere l’arte Biedermeier un istintivo darsi per morto onde ritardare la triste fine di cui pure si ha il sentore…Morike, che …visse sempre sull’orlo della rovina, aveva appreso a soli tredici anni, in seguito alla morte del padre per i postumi di un colpo apoplettico quanta precaria fosse la vita nella società borghese.”

In relazione a Keller, prendendo spunto da un brano del suo “Enrico il verde” ne penetra la sua poetica e ne rivela il respiro cosmico e la sua filosofia della caducità: “Sorprendente in questo brano è che la prosa di Keller, pur nella sua incondizionata dedizione verso tutto ciò che vive, attinge le sue più mirabili vette proprio là dove corre sul ciglio dell’eternità….come la luce del giorno vada talvolta scemando di fronte alle ombre che avanzano da lontano e spesso già si spenga quasi del tutto sotto l’alito della morte. Innumerevoli sono i passi nell’opera di Keller che potrebbero valergli l’attributo di poeta barocco della caducità.” E poi sempre “a proposito di Keller” ci dice che “Adolf Muschg ha detto che sarebbe stato necessario un prodigio della benevolenza altrui per aiutarlo a superare la sensazione di inadeguatezza sociale e fisica che egli provava riguardo a sè”. Condizione questa del disagio nello stare al mondo comune a questi scrittori.

Per giungere al bellissimo saggio su Walser commovente per la partecipazione con cui Sebald ne parla. Nel farci riflettere su quell’effetto di dissolvenza presente nella prosa di Walser: – “…uno scrittore la cui prosa ha la peculiarità di dissolversi alla lettura, sicchè già dopo poche ore quasi non ricordiamo più i personaggi, gli eventi e gli oggetti effimeri di cui parlavano le pagine appena lette.” – Sebald ci introduce e ci porta nel cuore della peculiarità di Walser e della sua opera: l’ inappariscenza. E di essa ce ne dà una bellissima testimonianza riportando quel brano di Walser sulla cenere che Sebald definisce “un passo che non ha equivalenti in tutta la letteratura del ventesimo secolo, nemmeno in Kafka”. Questo brano esprime tutta la natura di Walser, quella sua “inclinazione a volatilizzarsi”, a sollevarsi sulle cose e a scomparire, a trasformarsi in pura essenza poetica. E, a sottolineare ciò Sebald lo inquadra con queste definitive parole: “Robert Walser era nato., credo, per un viaggio silenzioso… un viaggio nell’aria. Sempre in tutte le sue prose, egli vuole innalzarsi oltre la pesante vita terrestre, vuole dileguarsi tacito e lieve in direzione di un mondo più libero”

E, nel solco di questa intonazione immateriale, sul finire del saggio su Walser, come a voler dare un ultimo sigillo a quella sua idea di un inesplicabile cerchio che tutto racchiude Sebald ci dice in modo esplicito: “…ho a poco a poco imparato a comprendere come ogni cosa sia legata all’altra al di là del tempo e dello spazio”, sottintendendo quel dissolversi del mondo visibile “al cospetto della nere morte e della bianca eternità”.

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