“La scia della balena” – Francisco Coloane

Francisco Coloane nacque in Cile, a Quemchi,  nell’ isola grande di Chiloè nel 1910. All’età di 15 anni aveva già perso entrambi i genitori. Trovandosi costretto a guadagnarsi da vivere, abbandonò la scuola e trovò lavoro come marinaio sulle barche lungo i canali della frastagliatissima, selvaggia e remota costa meridionale del Cile che, attraverso lo Stretto di Magellano, termina nella Terra del Fuoco, la cui propaggine estrema è il terribile e mitico Capo Horn oltre il quale vi sono solo gli iceberg e i ghiacciai antartici.

Coloane visse e lavorò in tutti questi luoghi: fu pastore nelle haciendas della Terra del Fuoco, partecipò a ricerche petrolifere nello Stretto di Magellano, visse insieme ai cacciatori di foche e navigò per anni a bordo di una di quelle baleniere che operavano in quel “mondo ai confini del mondo” che è la punta estrema del continente latino americano, partecipò ad una spedizione di carattere scientifico-militare nell’ Antartide e viaggiò nella regione australe del Cile insieme al poeta russo Etvusenko. Questi riferimenti biografici sono quanto mai necessari e determinanti per inquadrare la figura di Coloane scrittore e la sua intera opera, nonché per introdurre “La scia della balena” perché non solo di quelle vicende biografiche, di quelle atmosfere, di quei luoghi e di quegli scenari questo romanzo parla ma perché di essi si nutre e ce li restituisce avvolti in una dimensione mitica e leggendaria, incantevole e terribile, umana e disumana al tempo stesso.

Coloane è ormai unanimemente riconosciuto come uno dei più grandi romanzieri latino americani del ‘900 e la sua opera, proprio in virtù di quei riferimenti biografici in essa contenuti, ha indotto non pochi critici a paragonare Coloane ad autori come Herman Melville, Jack London e Joseph Conrad così come si ritiene che le sue opere abbiano influenzato fortemente Bruce Chatwin.

Ma “Se dietro Melville vi è lo spirito protestante che vede il male come una forza enorme e oscura che angoscia il cuore dell’uomo, con Jack London e la sua lotta per la sopravvivenza vi è il rutilante mondo dei pionieri che rappresentano l’avanguardia dell’impero americano, e Conrad vede nella lotta fra l’uomo e la natura, soprattutto in quella natura immortale che è l’oceano, la riproposizione dell’eterno duello fra l’uomo e il male” in Coloane, a differenza di questi suoi predecessori vi è invece un’ “epica…di uomini marginali, che lavorano” [e vivono] “ai confini del mondo…un’epica minore…non nel senso della qualità letteraria dei suoi modelli, ma perché racconta storie individuali, quando i grandi imperi sono finiti e l’epica maggiore è ormai consegnata alla storia della letteratura oppure alla fantascienza.” (Le parti virgolettate sono tratte da un articolo apparso il 9.8.2002 su L’Unità a firma di Nicola Bottiglieri).

Coloane ci parla quindi di uomini misconosciuti, accomunati da condizioni di vita estreme, in cui tutto ha dimensioni superiori a quelle dell’uomo, dove l’uomo convive e lotta con forze che lo costringono ai limiti delle sue possibilità e dove l’equilibrio tra l’uomo e tali forze è sempre precario pronto, in qualsiasi momento, a rompersi e trasformarsi in tragedia: “Io non cerco solo il limite o la frontiera che c’è in ogni uomo è che in questa parte del mondo tutto parla di frontiera”, dirà in un’intervista Coloane. (Cit.).

Coloane non è quindi un esploratore di mondi interiori né di ricognizioni nel profondo dell’anima ma di spazi geografici di cui ci narra la loro solitaria bellezza e potenza, la loro grandiosità e la loro violenza. Ma ben lungi dall’ essere uno scrittore “geografico”, Coloane ci parla di un immenso incontro/scontro uomo natura che, a queste latitudini, assume proporzioni estreme, dove la sfida che, con il suo stesso esistere in quei luoghi, l’uomo rivolge alla natura è da questa accettata, ma è lei, la natura, a stabilire il limite oltre il quale l’uomo non deve andare e se questi decide di superarlo è destinato ad essere condannato e ucciso.

Ad accentuare tutto ciò vi è poi la prosa di Coloane, asciutta, nitida, luminosa e luminescente, mai retorica né enfatica, efficace, per niente sudamericana. Ma la prosa di Coloane possiede la qualità della grande scrittura anche per la capacità di suscitare sempre il fascino dell’avventura. In questo senso Coloane non ha bisogno di inventare ma la sua bravura sta nell’ evocare e rendere quell’ intrinseco senso di avventura che compenetra e fuoriesce dalle cose e dalla realtà di cui parla, perché vivere in quella realtà è di per sé un’avventura, in quanto, come ha detto Luis Sepulveda, quello è “un mondo dove l´avventura non solo è ancora possibile, ma è la più elementare forma di vita”. In tal senso “La scia della balena” lo si può sicuramente definire un grande romanzo d’avventura.

Protagonista di questa avventura è Pedro Nauto (P.) che, come Coloane, si ritrova adolescente, senza genitori, in quell’ isola di Chiloè dove Coloane nacque. P. non ha mai conosciuto suo padre e non sa chi è perché sua madre non glielo ha mai detto. Ma la possibilità stessa di accedere a quel segreto a P. sarà negata drasticamente da un atto d’imperio di quella natura bella e terribile in cui il suo destino e inscritto. Una mattina un’onda restituisce alla spiaggia di Quemchi il corpo di Rosa, sua madre, che la violenza delle acque di un’improvvisa tempesta aveva sbattuto contro gli scogli mentre si trovava sulla sua barca. La vita di P. e di sua madre si era svolta sin lì tra il mare e quel piccolo appezzamento di terreno donatole da suo padre, il nonno di P., che lì l’aveva relegata ed esiliata perché “colpevole” di quella gravidanza misteriosa ed indesiderata.

Adesso P. di restare in quello “schifoso terreno” non ne vuole sapere: “Io non ci resto con te” dirà al nonno, “perché…mi tratterai sempre come uno schifoso bastardo”. La rottura dei vincoli familiari sarà per P. la condizione per fare il suo ingresso nel mondo, attraverso un percorso di iniziazione che fa de “La scia della balena” anche un classico romanzo di formazione. La rottura di tali vincoli dilaterà infatti la vita di P. mettendolo di fronte alla prima grande scelta: restare ancorato alla terra o imbarcarsi e andare per mare. Questa decisione segnerà profondamente non solo il protagonista del romanzo, ma il romanzo stesso che vive delle evocazioni che scaturiscono da questi due elementi. Terra e mare si configureranno infatti come elementi ben distinti, che si toccano senza mai confondersi.

Se la terra si imprime come luogo delle sicurezze, entità materna, prodiga e protettiva, rigogliosa e generosa per come la natura lì si esprime, ma con un orizzonte oggettivamente limitato, il mare apre a una visione non prigioniera del confine delle cose, appare sinonimo di libertà e di scoperta e soprattutto elemento canonico per qualsiasi esperienza di messa alla prova. Ma se il mare è anche il luogo dove le sfide possono essere tremende e mettere a repentaglio la vita, tuttavia esse saranno sempre sfide leali perché è con la natura che avvengono: amica a saperla conoscere, infida se la si vuole piegare. Mentre sulla terra è con le astuzie e le viltà umane che bisogna fare i conti, dove è proprio la lealtà quello che manca.

Queste cose Coloane ce le racconta attraverso la descrizione degli incontri, delle esperienze e dei vissuti di P. la cui attrazione per il mare, che all’ inizio è un istinto, si materializzerà con una premonizione quando una notte P. sogna suo padre: << Ho sognato che mio padre era un capitano di lungo corso…Mi teneva per mano…Siamo saliti…fino alla cima di una collina da cui si poteva ammirare una terra bellissima…Una terra che invitava a correrle incontro…Ma mio padre, stringendomi all’ improvviso la mano, mi ha detto: “Torniamo al mare!”…Non sapevo se dirigermi verso l’interno o verso il mare, dove si erano perse la voce e l’ombra di mio padre…Da quando ho fatto quel sogno, l’unica cosa che mi attira è andare per mare…Come se stessi dando retta alla voce di un padre!>>

Imbarcarsi sarà quindi per P. anche il tentativo di ricongiungersi idealmente alla figura paterna, cosa che alla fine avverrà anche realmente, se pure in modi altamente drammatici e con risvolti che non consentiranno a P. né di sapere la verità su quel padre e soprattutto in circostanze che lo allontaneranno di nuovo e per sempre da lui. Ma è sicuramente nella descrizione della vita e delle vicende che si svolgeranno su quella nave baleniera, la Leviatan, su cui P. si imbarcherà e con cui parteciperà a quelle spedizioni di caccia alle balene affascinanti e crudeli al tempo stesso che “La scia della balena” dà il suo meglio.

In primo luogo per la raffigurazione dei luoghi e dei mari dove avverranno quelle spedizioni: gelidi e cristallini, minacciosi e splendenti, mutevoli e imprevedibili, immensi e maestosi. E poi per il carattere di vera e propria epopea che ognuna di quelle spedizioni avrà. Dove la caccia spietata che conduce il capitano Julio Albarran, comandante della Leviatan, il cui nome evoca volutamente e sinistramente il mito di quel “mostro marino” descritto da Geova nell’ Antico Testamento, è la sua unica ragione di vita. Una caccia che Albarran conduce non in nome di un valore morale, ma per assai più prosaici scopi materiali: il guadagno e per un’ inesausta brama di primato: la superiorità sulle altre baleniere.

Ma in quella caccia spietata contro quelle inerme e gigantesche balene si consuma in realtà un rito che ha un senso di arcano e ancestrale, di bestiale e primitivo che suscita e sprigiona gli istinti più reconditi del capitano e di tutto l’equipaggio: la manifestazione violenta della forza e il suo appagamento. Quello a cui assistiamo è un corpo a corpo uomo – animale che trasmette, nella sua descrizione, la ferocia che è insita nella lotta tra l’istinto di dominio dell’uomo sulla natura e l’istinto di sopravvivenza dell’animale. Ma quest’ultimo, anche da vinto, può essere sempre capace di diventare un pericolo se l’uomo vuole oltrepassare i suoi limiti e pretendere di imporsi ciecamente sugli elementi della natura, la quale sa essere inesorabile nella sua “vendetta”.

E così, in un totale delirio di onnipotenza, il capitano Albarran, cacciato e ucciso quel “maschio di balena azzurra di dimensioni colossali, la cui pelle, ricoperta di microscopici molluschi, diatomee e madrepore, simile a una scogliera di madreperla, risplendeva a tratti come uno spettrale manto ingioiellato” decide di tenerselo attaccato alla fiancata della baleniera, anche in presenza di una violentissima tempesta che, a causa del gigantesco peso del cetaceo, mette a repentaglio la stabilità della nave. Sarà una tragedia.

Gli uomini dell’equipaggio, compreso P., salvato in extremis proprio da Albarran che sa, lui solo, di essere suo padre e compirà così il riscatto della sua vita intera, riusciranno miracolosamente a mettersi in salvo. Albarran no. E “In mezzo alla tempestosa oscurità, gli uomini dell’equipaggio riuscirono a scorgere una parte del castello che resisteva per qualche istante sulla cresta delle onde, e al suo fianco un’altra prua più chiara, come se il vecchio maschio di balena azzurra si fosse trasformato in una nave fantasma che lottava per trascinare l’altra nella profondità dell’oceano”

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