“Vathek” – William Beckford

Devo la lettura di questo libro a Borges. Tempo fa stavo consultando le opere complete di Borges: “Tutte le opere” – vol. 1° – I Meridiani Mondadori – 1997, e, casualmente, mi soffermo a leggere l’indice dei capitoli di cui si compone una delle cose più preziose scritte da Borges che è “Altre inquisizioni”. Ebbene scopro che, in corrispondenza di pag. 1033, il relativo capitolo riporta il seguente titolo: “Sopra il <<Vathek>> di William Beckford”.

Pur avendo da tempo questo libro nella mia libreria ed essendo per me, fino a quel momento, un oggetto misterioso nonchè, per un mio pregiudizio, avendolo anche considerato poco rilevante, l’avevo per così dire snobbato.Senonchè, incuriosito, mi “butto” a leggere che cosa scrive Borges sul Vathek e, con mia sorpresa, ne ricavo una serie di “scoperte”. Parto quindi dalle testuali parole di Borges per parlare del Vathek e di Beckford.

“William Beckford (1760 – 1844)…incarnò un tipo abbastanza comune di milionario, gran signore, viaggiatore, bibliofilo, costruttore di palazzi e libertino…Vathek [è il] romanzo alle cui ultime dieci pagine William Beckford deve la sua gloria. Essenzialmente la favola di Vathek non è complessa. Vathek (Harùn Benalmotàsim Vatiq Bilà, non califfo abassida) erige una torre babilonica per decifrare i pianeti. Questi gli augurano una successione di prodigi, il cui strumento sarà un uomo senza eguale, che verrà da una terra sconosciuta. Un mercante giunge alla capitale dell’impero; la sua faccia è tanto atroce che le guardie che lo conducono davanti al califfo avanzano con gli occhi chiusi. Il mercante vende una scimitarra al califfo; poi sparisce. Incisi sulla lama vi sono misteriosi caratteri cangianti che deludono la curiosità di Vathek. Un uomo (poi anch’egli sparisce) li decifra; un giorno significano: <<Sono la più piccola meraviglia di una regione dove tutto è meraviglioso e degno del maggior principe della terra>>; un altro: <<Guai a colui che temerariaramente aspira a sapere ciò che dovrebbe ignorare>>. Il califfo si dà alle arti magiche; la voce del mercante, nell’ oscurità, gli propone di abiurare la fede musulmana e adorare i poteri delle tenebre. Se lo farà, gli sarà dischiuso il Castello del Fuoco Sotterraneo. Sotto le sue volte potrà contemplare i tesori che gli astri gli promisero, i talismani che soggiogano il mondo, i diademi dei sultani preadamiti e di Suleiman Bendaud. L’avido califfo cede; il mercante esige da lui quaranta sacrifici umani. Trascorrono molti anni sanguinosi; Vathek, nera di abonimazioni l’anima, giunge a una montagna deserta. La terra si apre; con terrore e con speranza, Vathek scende fino al fondo del mondo. Una silenziosa e pallida moltitudine di persone che non si guardano erra per le superbe gallerie di un palazzo infinito. Il mercante non gli ha mentito: il Castello del Fuoco Sotterraneo abbonda in splendori e in talismani, ma è anche l’Inferno. ( Nella simile storia del dottor Faust, e nelle molte leggende medioevali che la prefigurano, l’Inferno è il castigo del peccatore che patteggia con gli dei del Male; in questa è il castigo e la tentazione). Saintsbury e Andrew Lang affermano o suggeriscono che l’invenzione del Castello del Fuoco Sotterraneo è la maggiore gloria di Beckford. Io affermo che si tratta del primo Inferno realmente atroce della letteratura. Arrischio questo paradosso: il più illustre degli averni letterari, il dolente regno della Commedia, non è un luogo atroce; è un luogo nel quale accadono fatti atroci…l’Inferno dantesco magnifica la nozione di un carcere; quello di Beckford, le gallerie di un incubo. La Divina Commedia è il libro più giustificabile e più solido di tutte le letterature: Vathek è una mera curiosità,…credo, tuttavia, che Vathek presagisca, sia pure in modo rudimentale, i satanici splendori di Thomas de Quincey e di Poe, di Charles Baudelaire e di Huysmans. C’è un intraducibile epiteto inglese, l’epiteto uncanny, per significare l’orrore soprannaturale; codesto epiteto…è applicabile a certe pagine di Vathek; che io ricordi, a nessun altro libro anteriore. Chapman indica alcuni libri che influirono su Beckford: ….La princesse de Babylone, di Voltaire; le sempre denigrate e ammirevoli Mille e una Notte, di Galland. Io completerei codesto elenco con le Carceri d’invenzione, di Piranesi; acqueforti lodate da Beckford, che rappresentano poderosi palazzi, che sono anche labirinti inestricabili.”

E’ sicuramente vero come dice Borges che Vathek si possa considerare nel complesso “una mera curiosità” tuttavia la “strordinarietà” che emana dalle sue pagine è sorprendente e ciò nel senso che è un romanzo fuori dall’ordinario sia per quello che di magico, soprannaturale, irreale e fantastico vi è narrato, ma, soprattutto per ciò che di esagerato, eclatante, spregiudicato, barocco, poliedrico, smisurato, persino sublime vi è nelle vicende narrate. In Vathek si possono riscontrare rimandi e si possono fare connessioni che vanno dalle Mille e una notte al romanzo gotico di cui ne è, a pieno titolo, espressione, dall’eclettismo decadente al kitsch, fino ad arrivare alle tendenze più contemporanee del fantasy nelle declinazioni che vanno dall’horror al pulp.

Lontanissimo da qualsiasi aspetto spirituale o religioso pur essendo percorso dal conflitto fra la fedeltà ad Allah e al suo profeta e l’adesione al Male e ai suoi artifici, Vathek trasuda piuttosto di un esoterismo fantastico e immaginifico funzionale e strumentale alla generazione dell’assurdo e dell’impossibile in tutte le sue forme.Si passa così dall’ assurdo più lussureggiante e mirabolante all’ assurdo nelle sue forme più orride e macabre, avendo però, in entrambi i casi, il prodursi di effetti grotteschi e parossistici che depotenziano l’assurdo dal suo senso intrinseco per ricondurlo ad una dimensione squisitamente estetica sia quando è espressione del lussureggiante che quando lo è dell’orrido.

In questo contesto “saltano” completamente i vincoli narrativi, perché l’uso del magico e dell’irrazionale consente e legittima ogni libertà per ciò che riguarda il rispetto delle sequenze nello spazio e nel tempo. L’azione si sposta vorticosamente e repentinamente tra luoghi, distanze, giorni, anni, qualsivoglia essi siano, in un pullulare incessante di scarti spaziali e temporali, volti al materializzarsi e al manifestarsi sia di forze e potenze sovra/umane, ma anche dei più incredibili e unilaterali atti di volontà che i più svariati personaggi siano essi modesti servitori piuttosto che potenti califfi e sultani decidono di punto in bianco di mettere in atto.

In questo perenne caravanserraglio narrativo si alternano scenari che vanno dall’ arcaico all’ esotico, da ambientazioni arabo/persiane ad altre più spostate in contesti caucasici e, in senso più simbolico, che vanno dalla sommità dei cieli agli abissi della terra, dal mitico al prosaico, dalla più raffinata eleganza alla più ributtante mostruosità. Lungi però dall’ essere una mera “operazione scenografica” Vathek è una micidiale rappresentazione della crudeltà umana e di quell’ Inferno in terra che è l’agire dell’uomo prometeicamente proteso come egli è alla sopraffazione reciproca, all’ avidità, alla brama di potere, alle lusinghe materiali, alle quali si è pronti a sottomettere qualsivoglia istanza spirituale ed umana. In questo senso in Vathek non vi è salvezza, né redenzione. La tentazione, come dice Borges, domina e la vince. E la creazione che Beckford fa del Palazzo del Fuoco Sotterraneo non è altro che la prigione e il sepolcro dei morti viventi, luogo di dannazione, in cui è inscritto il destino a cui sono sottoposti coloro che, per la loro empietà, derivante dal loro desiderio di dominio, hanno ceduto alle tentazioni.

In realtà Vathek non si esaurisce solo nella storia di Vathek, la cui vicenda, per sommi capi, abbiamo visto precedentemente descritta con le parole di Borges. Esso in realtà si “apre” su molte altre storie, tutte estremamente torride e squisite nel loro sviluppo, assolutamente cupe e dannate nei loro esiti.

Esse hanno sostanzialmente tre epicentri:

  • la storia del principe Alasi e della principessa Firouzkah
  • la storia del principe Barkiarokh ( che, a sua volta, si articola, al suo interno, in una lunga e complessa serie di storie interconnesse)
  • la storia della principessa Zulkais e del principe Kalilah.

Accade infatti che allorquando Vathek è ormai giunto nel Palazzo del Fuoco Sotterraneo cioè l’Inferno, incontra alcuni altri “sventurati” come lui, “in attesa della sentenza finale” in quanto essi, come Vathek, non hanno ancora “la destra sul cuore” né il loro petto si presenta “di trasparente cristallo” con alla vista “il cuore, che bruciava tra le fiamme” come coloro i quali la cui sentenza di condanna è stata già pronunciata. Su proposta di uno di costoro decidono, nell’ ”attesa”, di rievocare le disgraziate vicende che li hanno condotti lì. Viene data per primo la parola al califfo Vathek, il quale narra la sua storia, subito dopo è colui che aveva proposto questa sorta di convivio a parlare e cioè il Principe Alasi e così di seguito si succedono via via le altre storie.

Ora in tutte queste storie, al di là degli intrecci delle vicende estremamente variegati e pieni di colpi di scena e con un profluvio di una serie di figure ricorrenti quali eunuchi, schiave, favorite, visir, imam, mullah, geni, divi, maghi, nani, negre, muti ed eremiti, vi sono due fondamentali tratti in comune che sono quelli che fanno da causa e da condizione necessaria alla discesa nel Palazzo del Fuoco Sotterraneo.

E sono:

  • la ricerca della felicità eterna
  • e l’abiura

La ricerca della felicità eterna si configura in queste storie come realizzazione assoluta e appagamento eterno di smisurate e torbide passioni d’amore, alle quali i protagonisti delle diverse storie, Vathek incluso, subordinano tutta la loro vita e, in nome delle quali, sacrificano tutto quanto ruota intorno a loro: i loro regni, i sudditi, i loro più fedeli servitori e, in un crescendo sempre più truce ed orripilante, la legge, la pace, le altrui vite umane.Attratti in questo vortice di passione e di morte si arriva al punto culminante di questa cieca metamorfosi che porta all’ innaturale, attraverso l’atto finale ed irreversibile che è l’abiura della divinità cioè Allah e il suo profeta Maometto, da considerarsi come l’elemento universalizzante che tiene insieme tutto e il cui disconoscimento è già esso stesso preludio alla dannazione.

Il patto scellerato che Vathek e tutti gli altri principi protagonisti di queste storie fanno per realizzare il loro desiderio di una felicità indissolubile ed eterna, che viene promessa loro, è quello di rinunciare ed abiurare alla loro religione, estirpandola dai loro regni o comunque sacrificandola il più possibile, in nome di altre divinità, illusoriamente foriere di onnipotenza. Divinità che assumono, di volta in volta, i dettami della religione di Zoroastro, piuttosto che quelli di divinità edonistiche che professano il piacere in terra come criterio guida, piuttosto che divinità egizie con i loro relativi riti occulti, ma dietro le quali si nasconde sempre Eblis il Signore degli Inferi, che tramite tali divinità agisce la sua volontà e, in nome delle quali, i loro disgraziati adepti, protagonisti di queste storie, vengono portati a commettere un devastante atto di superbia di cui diverranno vittime per l’eternità.

Eblis si rivelerà infatti dispensatore di un dolore eterno e solitario, l’opposto della fusione amorosa per il cui raggiungimento si era scesi nel Palazzo del Fuoco Sotterraneo, manifestandosi come traditore implacabile di quelle speranze che avevano vanamente condotto in quel luogo e in nome delle quali erano stati commessi i più atroci delitti.

Insomma uno scacco e una sconfitta dell’uomo che si rifiuta di accettare la sua condizione di essere mortale e vuole superare i limiti del conoscibile, imponendosi sul mondo e sulla vita, invece di lasciarsene trasportare con tutto ciò che di misterioso e inspiegabile essa ha in sé: “Tale fu, e tale deve essere, il castigo delle passioni sfrenate e delle azioni atroci; tale sarà la punizione della cieca curiosità, che vuole penetrare oltre i limiti che il Creatore ha posto all’ umana conoscenza; dell’ambizione, che volendo acquistare scienze riservate ai più puri intelletti, non raccoglie altro che un orgoglio insensato, senza vedere che la condizione dell’uomo è di essere umile e ignorante.”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...