“Un consiglio avveduto” – Sholem Aleykhem

“Un consiglio avveduto” è uno dei tre racconti contenuti in questa raccolta a cui esso dà il titolo e così come gli altri due, che sono “Il pentolino” e “Tre vedove”, fa parte della produzione di Sholem Aleykhem (S.A.) risalente al primo decennio del ‘900.

Prima però di considerare nel merito questi testi è utile e importante inquadrare la figura e l’opera di S.A., perché come si afferma nella Nota di Claudia Rosenzweig che fa da postfazione: “S.A. rappresenta…i valori essenziali della cultura ebraica in Europa orientale con tutte le intonazioni e i ritmi della sua lingua, con le sue pause e suggestioni, le sue ironie interne e gli arguti riferimenti”. S.A. fu infatti: “uno dei padri fondatori della letteratura yddish moderna” ed ebbe come primo grande merito quello di contribuire a sdoganare l’ yddish dalla sua natura di lingua popolare e dialettale elevandola ad una dimensione letteraria. E ciò non solo per l’utilizzo in sé di quella lingua, delle sue forme e delle sue strutture, ma perché utilizzando l’yddish restituì valore e diede dignità e visibilità a quell’ universo umano, sociale e culturale che dell’yddish faceva uso e che coinvolgeva milioni di ebrei non solo in Russia (S. A. pseudonimo di Sholem Rabinovitch nacque infatti in Ucraina nel 1859, crebbe in ambiente yddish e poi frequentò il ginnasio russo).

L’ yddish era infatti espressione della componente più profondamente popolare della comunità ebraica dell’europa orientale e costituiva quindi l’elemento culturale unificante di un intero popolo. L’ yddish fu una lingua ed espresse una cultura sicuramente antintellettuale e antiaccademica, tanto che non se ne riteneva nemmeno possibile un uso in senso letterario, ma non per questo gli ambienti yddish furono privi di intrinseci valori culturali. Al contrario la loro influenza ha prodotto punte di altissima eccellenza in ambito letterario si pensi a Singer, piuttosto che un’altra grande scrittrice proveniente da quel mondo quale Clarice Lispector. In questo quadro l’opera di S.A. è fondativa di questo passaggio dall’ yddish come pura lingua parlata all’ yddish come lingua letteraria espressione di un intero contesto ed universo culturale. E di tale contesto ed universo egli ne fu così appieno interprete che è significativo il fatto che “a New York, dove morì il 13 maggio del 1916. Il giorno dei suoi funerali gli ebrei della città chiusero i loro negozi, sospesero ogni attività e a centinaia di migliaia accompagnarono la salma” .

Entrando più nel merito, in primo luogo va detto dello stile che accomuna questi tre racconti che è quello del monologo. In questi racconti vi è infatti sempre un protagonista nonché io narrante che racconta le sue vicende ad un interlocutore a cui si rivolge, ma con cui, di fatto, non interloquisce. Questo protagonista/io narrante richiama costantemente l’attenzione di questo interlocutore, ma non gli dà voce, salvo farsi egli stesso interprete di ciò che l’interlocutore potrebbe obbiettargli o rispondergli. Ciò è particolarmente evidente nei racconti “Il pentolino” e “Tre vedove”, ma anche in “Un consiglio avveduto” l’interlocutore che pure prende la parola, di fatto è privato di qualsiasi funzione di elaborazione del discorso e ridotto ad una sorta di impotenza discorsiva, fungendo da puro rimando degli avvitamenti senza soluzione in cui il protagonista/io narrante si avviluppa fino all’ esasperazione.

Vi è, in altre parole, un procedere del discorso che è in realtà un procedere della mente che si dipana inarrestabile, ora arrovellandosi su se stessa, ora facendosi affabulazione del pensiero incontrollata e inarrestabile. Tutto questo discorso rimanda alla figura dello scrittore come narratore, diversa da quella modernamente intesa del romanziere. Il narratore, attingendo infatti dalla tradizione orale, riproduce e rielabora in forma letteraria, le forme colloquiali e generalmente popolari del raccontare che rimandano all’ esperienza e al quotidiano della vita vissuta. Ora all’ interno della letteratura russa uno dei massimi interpreti di questa espressione letteraria fu Nikolaj Leskov considerato come lo scrittore narratore per antonomasia.

Tuttavia a differenza di Leskov, nel quale il narratore protagonista ha un esplicito uditorio che lo sollecita e con cui il narratore non instaura alcun contraddittorio, venendo anzi assecondato, in S.A. gli interlocutori del narratore protagonista sono totalmente passivizzati e sostanzialmente virtualizzati. Ma nel contempo vengono tenuti in scena dallo stesso narratore che richiamandone continuamente la loro attenzione non solo ce ne suggerisce la presenza, ma gli attribuisce punti di vista spesso opposti e diversi che il narratore stesso si “inventa” teso com’è ad anticiparne loro possibili obiezioni e ad alimentare uno spirito di contraddizione talora impietoso e quasi sempre tagliente.

Questo modo di procedere crea un incredibile effetto realistico, riproducendo modi gergali e “bassi” squisitamente popolari: “Secondo la sua stessa definizione, egli [S.A.] ha voluto essere un folks-shrayber, ossia uno che scrive per il popolo, sul popolo e con l’intento di educare il popolo mentre lo diverte” , e ci restituisce quella finezza labirintica e paradossale, quella propensione autocritica e ipercritica, proprie del modo di pensare e ragionare della cultura yddish e più in generale della cultura ebraica.

Tutto ciò crea un risvolto comico e umoristico, spesso in chiave parossistica, che però non è mai espressione di allegria o di divertimento, ma piuttosto si configura come sarcasmo letale e pungente che prende di mira il mondo ma che, soprattutto, prende di mira se stessi. Le storie raccontate non sono infatti gioiose e a lieto fine ma amare e ingrate, sottendono livori e rancori, frustrazioni irrisolte e irrisolvibili, piccinerie e puntigli e le vicende vengono rivoltate fino all’ inverosimile, mettendo nel ridicolo prima di tutto quell’io narrante che ne è il protagonista e, al tempo stesso, la vittima.

Ma se apparentemente sembra che egli sia vittima degli altri e del mondo egli è, in realtà, vittima di se stesso, di quello spirito di contraddizione che rispecchia le contraddizioni in quanto tali del suo modo di stare al mondo e di rapportarsi col mondo. Non essendo in grado di “rompere” con quelle situazioni fonte di infelicità e di malcontento con cui si convive e ciò per debolezza, pusillanimità, attaccamento alle cose materiali, piccoli egoismi, paure, incapacità di decidere, vischiosità dei legami familiari e sociali, bisogni di appartenenza e di integrazione sociale e di comunità, tradizioni, si finisce per “restare” nella propria condizione divenendone, di fatto, prigionieri.

Ma è qui il valore di questi racconti di S.A., perché descrivendo tutto ciò essi riproducono fedelmente quel mondo e quell’ umanità così come essa era, da qui l’effetto di rispecchiamento che i suoi lettori nutrivano per lui ma, in senso più universale, essi rispecchiano fedelmente quella che è la condizione più diffusa e generale della gran parte del mondo e degli uomini della quale, solo osservandola dall’ esterno, così come S.A. ci dà l’opportunità di fare, ci rendiamo amaramente ma anche spassosamente conto.

3 thoughts on ““Un consiglio avveduto” – Sholem Aleykhem

  1. viducoli 4 febbraio 2017 / 18:42

    Acc.. mi rendo conto che sarà difficile per me recensire un libro senza che Tu lo abbia già fatto.

    Scherzi a parte, forse, se mi dici quale è il tuo nome su Anobii, potremmo vedere quanti libri abbiamo in comune: sospetto che siano davvero tanti, anche se vedo che Tu spazi in aree nelle quali io non ho mai messo il naso.
    Anche in questo caso, su una base comune di analisi si dipanano accenti diversi: affermo orgogliosamente che se mettessimo insieme le nostre recensioni, unificando gli elementi comuni, ne uscirebbe qualcosa di estremamente interessante…
    V.

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    • ilcollezionistadiletture 5 febbraio 2017 / 7:53

      Mi sa che ne ho assai più io da leggere e recensire tra quelli che tu hai già letto e recensito. E poi sull’unire, ancora più interessante sarebbe unire non solo gli elementi comuni, ma anche quelli diversi…il famoso valore aggiunto.
      R.

      Liked by 1 persona

  2. viducoli 5 febbraio 2017 / 8:07

    Si, certo. Mi sono espresso male: volevo dire evitando le possibili ridondanze…

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