“La morte di Ivan Il’ic” – Lev Nikolaevic Tolstoj

“La morte di Ivan Il’ic” ritengo lo si possa definire come la descrizione di un’ ”epopea dello smarrimento”. Perché un senso di smarrimento pervaderà via via, sempre più angosciosamente, la vita di Ivan Ilic (I.I.) , smarrimento contro il quale egli strenuamente lotterà, letteralmente fino alla morte, come in un vero e proprio epos. Un epos quindi tragico e disperato, ma di cui avrà tutta la tipicità, l’enfasi e l’andamento.

In realtà questa definizione ha in sé un contenuto paradossale perché I.I., durante questo suo smarrimento, prende progressivamente coscienza e consapevolezza della sua vita in modi e a livelli a cui, prima di allora, non era mai giunto, anche se questo non servirà a cambiare il corso degli eventi e a “salvarlo”.Perché quello che resta il segno distintivo di questo romanzo breve di Tolstoj, uno dei suoi capolavori all’ interno di questo genere, è questa costante e progressiva sensazione di perdita di punti di riferimento, di certezze, di conferme su quello che si è e su quello che si ha. Un venir meno di qualsiasi sicurezza, che andrà a intaccare la capacità stessa di I. I. di darsi una ragione degli accadimenti che lo investiranno, lasciandolo sempre più smarrito di fronte ad essi, fino a giungere impotente e spoglio a prendere coscienza che l’unica certezza su cui si può contare, a cui assurdamente ci si può appigliare è proprio e solo la morte.

Quello che accade a I.I. è terribile in quanto non gli sarà data dalla vita nessuna possibilità di riprendersi la vita, la sua vita, che egli vedrà solo sfuggirgli di mano, pur percependo, ahimè troppo tardi ormai, che la vita, sino ad allora da lui trascorsa, non aveva avuto alcun senso. Ma di mettere a frutto questa presa di coscienza a I.I. non è dato. A I.I. è dato solo inabissarsi lungo le stazioni del suo smarrimento, chiedendosi, ogni volta, sempre più penosamente, perché tutto questo, quasi che gli toccasse espiare non si sa quale colpa: “Ma io non sono colpevole! – gridò con rabbia. – Perché allora?…Ma per quanto pensasse non trovava risposta” .

Pur con il rischio di cadere nell’ abusato, tuttavia non si può non cogliere nella vicenda di I.I. una dimensione kafkiana, laddove il teatro dell’assurdo dei continui e innumerevoli consulti medici a cui il povero I.I. si sottopone per diagnosticare e curare il misterioso dolore che lo affligge, nel sancire l’impossibilità della verità, lo fa, al tempo stesso, sprofondare in una condizione ostaggio in cui viene kafkianamente stritolato e avviluppato, lasciandolo vieppiù in balia di se stesso. Ma se questo è vero per ciò che riguarda una sorta di analogia dello schema e dell’andamento narrativo, non lo è certamente per ciò che riguarda il “problema” che, diversamente da Kafka, pone Tolstoj e che si può, in una parola, sintetizzare nella questione dell’autenticità.

Perché quello che alla fine della sua via crucis I.I. intuisce è che, nella sua vita, quella che è sempre mancata è appunto l’autenticità. Tutta la sua vita: professionale, sociale, affettiva, matrimoniale è stata improntata alla più assoluta esteriorità e insignificanza, in termini valoriali ed umani. Una vita non cattiva ma vuota, giocata tutta sulle apparenze. E, non a caso, tutto il “mondo”, compreso quello familiare, a cui I.I. appartiene si comporterà con lui in quello stesso modo superficiale e anaffettivo con cui si era sempre comportato anche lui. E, non a caso, l’unico personaggio umanamente “sano” che Tolstoj crea è quello dell’umile ma generoso e oblativamente sincero Gerasim, il servo Gerasim, un estraneo rispetto al “mondo” di I.I. e, proprio per questo, ancora autentico e spontaneo. L’unico su cui I.I. potrà contare per avere conforto ed assistenza.

Pare perciò di poter dire che Tolstoj solleva qui un’esplicita “questione morale” sulla perdita di senso e di valore che una vita insincera e tutta giocata sulle “rappresentazioni sociali” esprime, a fronte della ricchezza e umanità di cui i più poveri e miti sono capaci. Tanto che l’unica parvenza di vita vera, incontaminata e gioiosa, I.I. la ravvede, andando a ritroso col pensiero, nella sua infanzia luogo per antonomasia dell’ancora inalterato e dell’innocenza.

E in questo quadro anche la medicina e i medici appaiono assolutamente inadeguati rispetto al “male oscuro” di I.I., dimostrandosi impotenti e ottusamente occupati a dirimere contrastanti ipotesi diagnostiche ma del tutto disinteressati al malato I. I. come persona e all’ ascolto della sua interiorità. In tal senso coglie perfettamente questo punto Claudio Magris quando, proprio con riferimento a Tolstoj dice: “Quando Tolstoj contrappone al piano meramente sociologico della razionalizzazione…la tensione poetica all’ esistenza autentica, la razionalità scientifica non può rispondere alla sua domanda, ma non può nemmeno negarne la validità e l’urgenza; può solo mostrare che quell’ interrogativo si colloca aldilà della competenza scientifica….la crisi del senso va constatata senza illusioni, ma anche senza l’illusione che quella crisi abbia eliminato per sempre il problema del senso” (C. Magris – L’anello di Clarisse – Einaudi – 1999 – pp.365-366).

E quindi perché non leggere il “male oscuro“ di I.I., proprio per la sua inspiegabilità, come la metafora, sotto forma di una progressiva somatizzazione, di un male più profondo di quello che inizialmente era solo un male fisico ma che, più I.I. prende coscienza di sé, più questo male si trasforma e “lavora” dentro di lui.Perché I. I. così come non riesce a trovare rimedio al suo male fisico, tanto meno riesce a vedere una qualsiasi via d’uscita alle sue sofferenze interiori, rispetto alle quali è completamente solo con se stesso.

Ciò introduce un altro grande tema che Tolstoj suscita e sviluppa, quello della solitudine sia di fronte alla morte e nella malattia che, della morte, in questo caso, è l’anticamera. Ma sia anche di fronte alla vita e nella vita laddove quando si fanno i conti con se stessi come li fa I. I. è inevitabilmente in una solitudine interiore che questo avviene, ancor più dolorosa e penosa allorquando questa solitudine, come nel suo caso, è anche relazionale ed affettiva.

Ma I. I. non uscirà da nessuna di queste solitudini. Il suo smarrimento di fronte alla vita e di fronte alla morte sarà senza speranza. “I.I ormai non si alzava più dal divano…Il viso quasi sempre girato verso il muro, pativa, in solitudine, le solite sofferenze senza tregua e si arrovellava intorno al solito pensiero senza uscita. Cos’è questa cosa? Possibile che sia la morte? E la voce interna rispondeva: si, è lei. Perché queste sofferenze? E la voce rispondeva: è così, senza perché. Non c’è niente al di là di questo….Gli bastava ricordare com’era tre mesi prima e com’era ora, come fosse stata graduale la sua discesa dalla montagna, perché ogni possibile speranza crollasse.”

E per quanto in un ultimo umanissimo anelito di sopravvivenza cerchi di opporre un’ultima strenua resistenza la morte lo raggiungerà. “Da quel momento cominciò il grido ininterrotto che durò tre giorni…Aveva cominciato gridando: “Non voglio” – e aveva continuato a gridare la lettera “o”…Si dibatteva, come si dibatte nelle mani del carnefice il condannato a morte, quando sa di non potersi salvare”.

Perché I. I. in realtà non vuole morire, ma più viene “espulso” dal mondo più sente che è solo la morte l’unica libertà di cui è padrone, la sola cosa giusta che gli resta da fare. Ma, in questo modo, la morte in I.I. diventa un atto di vitalità non un atto di rassegnazione. Non è solo liberazione dal dolore, dalla sofferenza e dall’ insofferenza degli altri e dagli altri. E’ un’ultima, per quanto disperata, affermazione di se stesso. Perché in fondo, in I.I., non è la paura della morte che agisce, ma il desiderio e la voglia di vivere. I.I. rifiuta non tanto la morte in sé, ma in quanto gli appare incomprensibile e ingiusta, perché, come ha  osservato Harold Bloom: “Tolstoj…era mosso non tanto da una banale paura di morire o della morte, bensì dalla propria straordinaria vitalità e vitalismo, che non poteva accettare nessun sentimento di cessazione dell’esistere”( H.Bloom – “Il canone occidentale” – Bompiani – 1996 – p.297)

Ed è, analogamente, contro la cessazione dell’esistere che combatte I.I., salvo fare, proprio di questa cessazione dell’esistere, l’ultima dimostrazione, a se stesso, della sua esistenza: “ <<Com’è bello, com’è semplice, – pensò. – E il dolore? – si domandò. – Dov’è andato? Dove sei, dolore?>> Si mise in ascolto. <<Ah, eccolo. Non importa, rimani pure.>> E la morte, dov’è? Cercò la sua solita paura della morte, ma non la trovò. Dov’era? Quale morte? Non aveva alcuna paura, perché non c’era alcuna morte. Al suo posto, la luce. – Ah! – esclamò d’un tratto a voce alta. – Che gioia!….- E’ finita! – pronunciò qualcuno sopra di lui. Egli udì quelle parole e le ripetè nel proprio animo. << Finita la morte, – disse a se stesso. – Non c’è più.>> Trasse un respiro, si fermò a metà, si distese e morì.”

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