“Tempo di uccidere” – Ennio Flaiano

In “Tempo di uccidere” accade ciò che spesso capita nella realtà, sia nelle piccole cose quotidiane che in quelle grandi e importanti della vita, e di cui non ci rendiamo mai abbastanza conto. E cioè che tanto più ci aspettiamo che una cosa accada in un certo modo, in un certo momento, in un certo contesto, bella o brutta che essa sia, tanto più capita che questa cosa accade in tutt’altro modo, momento, contesto di come ci attendevamo che accadesse.

Il caso, l’imponderabile, l’imprevisto e gli imprevisti finiscono, infatti, per indirizzare, molte volte, il corso delle cose e degli eventi più di quanto noi stessi ce ne rendiamo conto. Ed è, in questi casi, che diciamo quelle tipiche frasi: ma chi se lo sarebbe mai aspettato, oppure, la realtà che supera la fantasia, oppure ancora: ma neanche a volerlo fare apposta. Ed è questo quello che accade in “Tempo di uccidere”. Una sequenza, quasi un gioco di eventi che apparentemente indirizzati e resi tali dal protagonista narrante, in realtà si svolgono con una loro autonomia e imprevedibilità, irridendone la sua volontà e le sue intenzioni o facendosi beffe delle sue premeditazioni.

La conseguenza, mirabilmente descritta e sviluppata da Flaiano è il dilatarsi dell’iniziale frustrazione e smarrimento del protagonista, in un crescendo di paura, angoscia, panico, demoralizzazione, isolamento e fuga dal mondo, nella convinzione che ormai non c’è più nulla da fare ed il proprio destino è segnato, senza possibilità di salvezza, né di redenzione.Ma coerentemente con l’impianto anzidetto, basato sull’ imprevedibilità e i colpi di scena, anche la disperazione, i sensi di colpa, i cupi e foschi scenari, in cui sprofonda il protagonista, risulteranno, alla fine, vanamente e inutilmente vissuti. E un destino che sembrava segnato in una certa direzione, ne prende una del tutto opposta e il male sofferto, nell’attesa scontata che il peggio fosse lì lì per arrivare, si vanifica, quasi banalizzato, e la salvezza inattesa assume quasi i toni di una grottesca liberazione.

Le sofferenze vissute finiranno per risultare una doverosa espiazione, il minimo contraccambio alle colpe e alle responsabilità non assunte dal protagonista che esausto dallo sfuggire ad esse e già pronto alla condanna del mondo in realtà se ne troverà assolto per effetto della fortuità del caso e delle circostanze.

Se pure esposto al rischio di esasperare e cadere nel dato psicologico e introspettivo, “Tempo di uccidere” mantiene invece un forte ancoraggio alla realtà, riuscendo costantemente a dare il senso dell’azione anche quando apparentemente non accade nulla. E vi si svolge una trama lineare nelle descrizioni di luoghi, avvenimenti, personaggi ma, al tempo stesso, intensa sul piano emotivo per ciò che riguarda i legami, le forze che attraversano le relazioni fra i personaggi e fra i personaggi e gli avvenimenti che accadono, riuscendo ad evocare energie sotterranee, quasi che il non detto divenga talora più evocativo e potente di quello che è l’effettivamente detto.

Leggendo “Tempo di uccidere” mi è venuto spesso in mente Simenon,(penso per esempio a “Cargo” o “Al clan dei Mahè”) per l’analoga magistrale capacità di “incastrare” i personaggi, infilandoli in veri e propri vicoli ciechi, di farli diventare parti di ingranaggi più grandi e più potenti di loro. Di come, in altre parole, il singolo, l’individuo sia fondamentalmente solo nel fronteggiare gli eventi della vita e più lo è e più finisce per diventarlo.

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