“Sopra eroi e tombe” – Ernesto Sabato

“Sopra eroi e tombe” è un romanzo che contiene una grande ambizione quella di dare una rappresentazione dell’esistenza e di mostrare le forze che agiscono al suo interno. E nel perseguire ciò risalta il modo di arrivare a quella rappresentazione penetrando cioè in sfere che hanno a che vedere con l’insondabile e l’indicibile e cercando di dare anche ad essi voce e volto. Ma questa ricerca di una verità rispetto alla natura di quelle forze che nell’esistenza agiscono ha già in sé la consapevolezza del mistero di quella verità e della sua irraggiungibilità da cui quel senso di tormento e di oscura fatalità che da quella rappresentazione si sprigiona.

E più, in “Sopra eroi e tombe”, si cerca la luce, più si viene sospinti e respinti nel buio, in un mondo dominato dalle tenebre in cui riluce solo l’umana fragilità che rende tutti i personaggi di questo romanzo degli assoluti indifesi. Il che porta a dire che la natura stessa dell’esistenza che scaturisce da questa rappresentazione rivela che ciò che la governa e la domina è proprio il tenere tutti in quella condizione di indifesi. Tutto in questo romanzo resta un enigma, e lo è pure tra i personaggi che nonostante l’intensità dei loro rapporti non riusciranno mai a conoscersi e a scoprirsi l’un l’altro fino in fondo.

C’è in “Sopra eroi e tombe” un mondo che sta sotto e dietro le cose, come una grande simbolizzazione dell’inconscio, che dà luogo a un mondo inconoscibile, fantasmatico, ineffabile, sfuggente, come fosse una seconda dimensione, da cui e in cui i personaggi sono portati e nella quale vivono e convivono in quella loro storia di mistero e di tristezza, “Che in fin dei conti è lo stesso che dire la storia di ogni essere umano, perché qual è l’essere umano la cui storia in ultima analisi non sia stata triste e misteriosa” dice a un certo punto Bruno. “Sopra eroi e tombe” si svolge in un mondo dove tutto è segnato dall’ambiguità e da un continuo senso di irrealtà, come se tutti fossero “abitati” da forze che li possiedono e li rendono vittime di se stessi. Fino al punto che pure la distinzione tra l’essere vivi e l’essere morti diventa ambigua e instabile, essendovi vivi che vivono come fossero già morti e morti che risaltano come se fossero ancora vivi.

E ovunque aleggia la contraddizione impregnando di sé le esistenze, come nel caso di Alejandra: “Come se lei fosse una principessa-drago, un indivisibile mostro, casto e fiammeggiante insieme, candido e ripugnate allo stesso tempo, come una purissima bimba vestita da prima comunione avesse incubi di rettili o pipistrelli”. O come nel caso di Fernando: “E poi Fernando un individuo umorale che passava facilmente da grandi entusiasmi alle più profonde depressioni. Questa era solo una delle sue tante contraddizioni. A volte ragionava con una logica impeccabile, e poi all’improvviso diventava un personaggio delirante, capace di insensatezze inverosimili spacciate per reazioni normali. Passava dalle fasi di brillante conversatore a periodi di estrema solitudine nei quali nessuno avrebbe osato rivolgergli la parola…In certe occasioni mostrava un narcisismo senza limiti, e in altre si disprezzava senza pietà…Ho sempre pensato che in lui abitassero più persone. Benché fosse un vero mascalzone, oserei affermare che c’era in lui una certa purezza, una purezza infernale” dirà di lui Bruno.

E questa purezza, in Fernando e Alejandra, contraddice solo in apparenza la loro natura, contorta, conflittuale, corrotta, disperata. Perché la purezza in “Sopra eroi e tombe”, così come sarà anche per Bruno e per Martin, non è un riscontro del Bene ma neanche del Male. Essa è una forza e una pulsione diretta verso l’assoluto, è ciò che muove e ciò verso cui ci si muove, l’anelito verso una pienezza irraggiungibile ma perseguita fino allo spasimo, alla quale si finisce per immolare la vita. E così pur procedendo in quel suo perenne stato di alterazione e di alterità in cui tutto si svolge, tale da farlo sembrare a prima vista un romanzo abitato dalla follia e da esseri folli e quindi estremo e marginale in realtà, “Sopra eroi e tombe”, parla e racconta incessantemente dell’inconoscibilità degli esseri umani assunti nella loro totalità. Non solo nei loro rapporti reciproci ma anche e soprattutto in rapporto a se stessi.

Ed è da questa impossibilità ad essere anche solo lontanamente padroni della vita che nasce quel senso di tormento che tutti emanano e che scorre fra le cupe malinconie di Martin, quelle contemplative ed esistenziali di Bruno, fino alle terribili pulsioni distruttive ed autodistruttive di Alejandra e ai deliri paranoici, ossessivi e perversi di Fernando. Che sono i personaggi fondamentali del romanzo le cui vicende si intersecano in modo inestricabile, tutti indissolubilmente legati tra loro pur essendo questi legami causa di ferite e dolori reciproci, di lacerazioni e infelicità.

In questo senso un’altra evidenza forte che emana da “Sopra eroi e tombe“ è quel senso di devastante ineluttabilità che le cose hanno, dell’inesorabilità con cui le cose accadono, dell’impossibilità di dare e darsi pace, di liberarsi del proprio destino, quasi come fosse un demone, perché di quel loro destino sono tutti prigionieri. Un destino che affonda nelle proprie origini, nei propri antenati, nella propria nascita e che poi, imperterrito, continuerà a incidere le vite e nelle vite di Martin e Alejandra, di Bruno e Fernando lasciandoli indifesi alla sua mercé. Senza poter trovare una chiave che dia una ragione di quel destino, “una risposta al bisogno ansioso e ingenuo degli esseri umani di trovare una presunta chiave. E invece quella chiave, se esiste, è tanto confusa e impenetrabile quanto gli avvenimenti che si vorrebbero spiegare…che cosa sappiamo in definitiva del mistero ultimo degli esseri umani, anche di quelli che ci sono più vicini” dice, a un certo punto, Bruno.

Eppure nell’apparente “predestinazione” che la storia o, se si vuole, le storie narrate in “Sopra eroi e tombe” hanno, vi è un germogliare, avvilupparsi e crescere di una narrazione straordinariamente potente, capace di penetrare nelle pieghe più sottili e profonde della vita, o forse ancor meglio, delle anime dei personaggi, dato che è di quelle loro anime che il romanzo parla, scavandovi al loro interno come se si esplorassero caverne o tunnel per vedere cosa c’è in fondo. “Perché” – dice Ernesto Franco nella prefazione – “è proprio quando la verità è assente e forse impossibile che la sua ricerca si fa incessante”. Una narrazione quindi umanissima ed epica al tempo stesso, corporea ma insieme spirituale, tenera e spettrale.

Vi è un senso costante di pietas che si sente in “Sopra eroi e tombe” verso i personaggi che è una pietas verso gli uomini nella consapevolezza della loro comune condizione:”Quando giudichiamo la nostra esistenza, inevitabilmente giudichiamo l’intera umanità. Ma si potrebbe anche dire che quando cominciamo a giudicare l’intera umanità in realtà scrutiamo a fondo la nostra propria coscienza” dice Bruno. Ma al tempo stesso vi è una maestosità nelle circostanze in cui quei personaggi si trovano a vivere, mossi come essi sono da forze supreme e a loro superiori anche quando li riducono nella polvere e li conducono alla morte. Perché il senso che da tutto e da tutti emana è l’illusorietà che si possa fare affidamento sulla volontà. Così come che si possa credere nei favori o nei disfavori del caso. “Avviso agli ingenui: IL CASO NON ESISTE” dice Fernando. Perché gli uomini in “Sopra eroi e tombe” è con il loro destino che devono fare i conti, anche quando ne intuiscono la sua tragica realtà: “Ignoravo allora che la realtà è sorprendente e, data la natura dell’uomo, tragica” dice Bruno.

Un destino che rende ciascuno solo con se stesso anche chi, come Martin e Alejandra, cerca, l’uno nell’altro, di fuoriuscire – solo per un po’ Alejandra, illusoriamente per sempre Martin – dai loro reciproci destini. Perché, come osserva Ernesto Franco, l’uomo per Sabato è “l’uomo dell’inquietudine metafisica, della domanda sul destino, sulla vita e sulla morte:” un romanzo profondo non può non essere metafisico”” aveva affermato Sabato. E “Sopra eroi e tombe” è un romanzo profondamente metafisico. Perché non esclude la Storia, calandosi in pieno anche nella Storia argentina, evocandola in pagine che affascinano, mirabilmente incastonate come esse sono in un alone mitico ed onirico ma, nel farlo, ne fa, anche di essa, specchio del mondo, quando parlando dell’Argentina si dice: “…qui tutto è più fragile e transitorio, non c’è nulla di solido a cui afferrarsi, l’uomo sembra più mortale e la sua condizione più effimera”, salvo che poi questa, in fondo, è la condizione generale del mondo e degli uomini che traspare da tutto e in tutto il romanzo, cioè quella della transitorietà e della vulnerabilità come condizioni intrinseche dell’esistenza. E, non a caso, Ernesto Franco sottolinea il “legame profondo che unirà Ernesto Sabato alla visione dell’uomo e del mondo che appartiene alla genealogia dell’esistenzialismo” e come al centro della sua opera vi sia “l’uomo nella sua contraddittoria e imperfetta complessità”.

Ma in questo scontro fra il cercare una ragione alle cose che declina inesorabilmente in un impotente e amaro disincanto che Sabato affida a Martin e a Bruno e la totale, quasi feroce, abdicazione, prima di tutto con se stessi, verso la possibilità di concepire l’idea stessa di un senso e di una ragione, laddove il dominio dell’irrazionale è assoluto, incarnata da Alejandra e Fernando nasce quell’elemento vitale e a suo modo poetico del romanzo. In cui il romanzo si fa specchio esso stesso dell’esistenza, inscenando quello che nel mondo accade cioè la continua lotta fra annientamento e speranza. “Non è ragionevole nutrire speranze nel mondo in cui viviamo. La nostra ragione, la nostra intelligenza ci dimostrano continuamente che il mondo è atroce, motivo per cui la ragione ci conduce al pessimismo, al cinismo e infine all’ annientamento. Ma per fortuna, l’uomo non è quasi mai un essere ragionevole, e quindi la speranza rinasce di continuo in mezzo alle sventure. Lo stesso rinascere di questa vita così assurda, così sottilmente e visceralmente assurda, dimostra che l’uomo non è un essere razionale” dice Bruno.

E così come quell’irrazionalità può essere letale e insana portando, come nel caso di Alejandra e Fernando alla morte, unica possibile liberazione da quel loro destino disgraziato, e da quei loro incubi che li sprofondavano in abissi a loro solo noti, essa, al tempo stesso, è ciò che ridà alla vita la possibilità stessa di esistere e, agli uomini, la possibilità di viverla, laddove “Nella vita è più importante l’illusione, l’immaginazione, il desiderio, la speranza” dice Bruno. In questo senso “Sopra eroi e tombe”, nonostante le apparenze, non è un romanzo nihilista perché nell’affermare tutta l’imperfezione, impura ed oscura, dell’esistenza umana lascia aperta a quell’esistenza la possibilità di esistere, indipendentemente dalla nostra stessa volontà. Una visione quindi plurale e tutt’altro che unilaterale.

Ed è questa totalità che è propria del romanzo e che, proprio nel romanzo vi è l’aspirazione di poter abbracciare, che fa di “Sopra eroi e tombe” quello che esso soprattutto è: un viaggio senza soluzione di continuità nell’animo umano nella consapevolezza dell’impossibilità di quella totalità, come Sabato stesso, attraverso Bruno, dirà: “Scrivere almeno per questo, per rendere eterno qualcosa di passeggero. Ma cosa scrivere di tutto ciò? Come farlo?…Inoltre, non si trattava unicamente di rendere eterno, ma di indagare, di scavare nel cuore umano, di esaminare le pieghe più riposte della nostra natura…L’opera d’arte è un tentativo forse insensato, di restituire l’infinita realtà entro i limiti di un quadro o di un libro…Se non dico tutto, assolutamente tutto, sto mentendo. Ma dire tutto è impossibile”. E se quindi il romanzo è il luogo della rappresentazione dell’umano e, data la natura di quell’umano, della sua imperfezione si comprende appieno perché, come ha detto Sabato, “Un Dio non scrive romanzi”.

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