“Michele Kohlhaas” – Heinrich von Kleist

“Lungo le rive dell’Havel viveva, intorno alla metà del sedicesimo secolo, un mercante di cavalli di nome Michele Kohlhaas, …uno degli uomini più giusti ma anche più terribili del suo tempo”. La laconicità con cui Kleist nell’incipit definisce Michele Kohlhaas (M. K.) contiene già quella che è la cifra dell’intero racconto: la compresenza di opposti che non si escludono ma convivono generando un’ambivalenza apparentemente contraddittoria, in realtà forsennatamente coerente.

In “Michele Kohlhaas” la possibilità stessa di tenere ferme le distinzioni tra bene e male, giustizia e ingiustizia, ribellione e disciplina, vittoria e sconfitta, salta totalmente, perdendo tali distinzioni di significato e rivelandosi in tutta la loro opinabilità, risultando soggette, come esse saranno, ad una continua compromissione. Un’ esemplificazione di ciò si può dare affermando che in “Michele Kohlhaas ” assistiamo all’esercizio ingiusto della giustizia e all’esercizio giusto dell’ingiustizia. Perché se da una parte la giustizia, quella degli apparati preposti, sarà usata contro M. K. come strumento di potere e del potere, rivelandone l’arroganza e l’arbitrio, a sua volta il senso di giustizia di M. K. lo trasformerà in brigante ed assassino: “Il suo senso di giustizia lo fece infatti divenire un brigante ed un assassino”.

Si ha così il paradosso che la giustizia si rivelerà ingiusta e gli atti di ingiustizia che attuerà K. trarranno fondamento da una giusta causa. Il movente di M. K. nel farsi vendicatore dei torti subiti non è quindi un movente antisistema. Egli non è e non vuole essere un sovversivo, né in lui si forma alcuna scissione di personalità o si instaura alcunché di doppio. Il movente di M. K. è dettato da una pretesa di assoluto che porta a conseguenze estreme quello che egli è, così come Kleist stesso lo definisce: ”Un uomo straordinario [che] sarebbe potuto passare…per un modello perfetto di buon cittadino”

Ed è proprio questo assoluto della sua coscienza il cui “senso di giustizia…assomigliava alla bilancia di un orafo”, tanto essa era precisa e misurata, che lo fa diventare spietato al punto da perdere qualsiasi scrupolo pur di vedere prese in esame le sue ragioni, generandosi un scontro titanico tra la pretesa di affermazione della sua volontà e l’indifferenza del mondo. Questo fa si che in K. convivano e si combattano ribellione e disciplina, tanto selvaggia l’una quanto ragionevole e pronta alla sottomissione l’altra. Ma la disciplina derivante dalla ragione è in qualsiasi momento pronta a venire sconfessata e a risultare perdente nel confronto con l’intransigenza della sua coscienza al cui fondo vi è tutta l’acuta dolorosità che si prova per un sentimento ferito.

Il pervicace asservimento di K. alla sua coscienza non risponde infatti a un disegno freddo e meccanico, bensì è conseguenza di una lacerazione profonda e prepotente per le ferite che quella vicenda gli produrrà. Ancor prima che nel suo orgoglio K. è colpito dalle palesi umiliazioni e offese di cui lui e le persone a lui care saranno vittime, il cui apice sarà nel sacrificio della sua amata moglie che nei fatti di quella vicenda gli morirà, trasformando quelle che erano state fino a quel punto per K. solo delle cocenti angherie in tragedia.

Vi è quindi nel personaggio di K. un’istintiva purezza e una difesa ostinata di quella sua, fino ad allora, incontaminata innocenza che andranno, nello svolgersi e per lo svolgersi di quella vicenda, inesorabilmente perdute. Egli a tale purezza e a tale innocenza si manterrà idealmente fino alla fine fedele ma in realtà proprio sull’altare di quella fedeltà egli le sacrificherà irreversibilmente e tragicamente. “Michele Kohlhaas” è quindi anche la rappresentazione dello scontro tra la sfera privata del sentimento, considerato infallibile perché in sé giusto e la sfera pubblica intessuta di assurdità e di menzogne.

Tutto in questo racconto si muove sotto il segno di un crescendo inarrestabile e sinistro che è dato dal ritmo “galoppante” della narrazione che Kleist crea, nel segno di un incessante vitalismo dell’azione che, a sua volta, supporta quel senso di incontrollabilità degli eventi che prende progressivamente il sopravvento. E così una vicenda che ossessivamente e cavillosamente all’inizio gli attori spacciano (ciò da parte di chi è in una posizione di autorità) o si illudono (ciò da parte di M. K.) di tenere confinata e confinabile nella razionalità esploderà nel caos che non farà altro che produrre altro caos, in un avvitamento sproporzionato nel suo rapporto causa – effetto che genererà una spirale di violenza e di follia.

Si susseguono quindi nel racconto tre stadi: il sopruso che genera la sete di giustizia di K., la svolta tragica che suscita in K. la drammaticità del dolore e che genererà, a sua volta, la sua sete di vendetta, l’ irrompere di catene di eventi via via sempre più irrazionali che introducono nella vicenda una dimensione fatale di cui K. sarà al tempo stesso interprete e vittima. Ed è proprio in questo passaggio che trasforma la vicenda da una vicenda di ordinaria prepotenza e di abuso di potere in una vicenda di ordinaria follia che sta la segreta e al tempo stesso sovraeccitata potenza di questo racconto.

Perché se la profanazione del diritto subita da K. è tutta dentro la logica del suddito su cui si può infierire bellamente e quindi dentro una logica in sé corrotta e basata sulla manipolazione della verità, la profanazione del diritto che, nella sua reazione, attuerà K. è al contrario tutta dentro una logica di autoinvestitura per rimettere ordine e giustizia nel mondo come se egli fosse in preda ad una fede da affermare e ad un’idea e a un compito di pulizia e di verità da realizzare. E, non a caso, Kleist attribuirà a K. le vesti e la furia di un Angelo sterminatore: “L’ angelo del Giudizio piomba così giù dal cielo” scriverà Kleist riferendosi all’apparire di M. K. nel castello di Venceslao di Tronka, il nobile che gli ha prima requisito e poi utilizzato, sfiancandoli e trasformandoli in due esangui ronzini quei due cavalli che K. aveva dovuto lasciare in pegno presso il castello per motivi rivelatisi poi delle “angherie illegali”.

K. aveva chiesto e preteso che quei due cavalli gli venissero restituiti nelle stesse condizioni in cui li aveva lasciati. Ma questa sua apparente semplice pretesa le cui implicazioni si allargheranno a macchia d’olio trasformando la vicenda in un affare di Stato, che coinvolgerà l’ Elettore di Sassonia e l’Elettore di Brandeburgo, le corti di Berlino e di Dresda, Cancellieri e Presidenti, Principi e Generali, nonché Martin Lutero, fino alla massima autorità: l’autorità Imperiale di Vienna, troverà soddisfazione solo alla fine ma a un prezzo altissimo per K.. Quando cioè contestualmente al ripristino dell’originaria condizione in cui erano i cavalli, sarà decretata ed eseguita la pena di morte di K. per le uccisioni e le devastazioni da lui compiute in quel castello e nelle città e nei territori circostanti, per ritorsione alla mancata esecuzione della sua richiesta.

Da cui la compresenza tragica di vittoria e di sconfitta nella sua vicenda. Ma vedendosi restituire i cavalli così come erano K. non solo vedrà attuato il suo senso di giustizia ma vedrà adempiersi il suo destino tutto compreso in quella sua volontà di ristabilimento dell’ordine che è ordine morale prima ancora che giuridico. Perché realizzare quel destino è l’istanza prioritaria di K., quand’anche il prezzo da pagare sia molto alto, in quanto la minaccia di non realizzare quel destino diventa per lui la minaccia di non realizzare la propria vita. E così all’impazzimento del mondo K. oppone il suo impazzimento che lo porta a diventare martire di se stesso, pronto come egli sarà ad accettare quella sentenza. Ma tutto questo ci trasporta, nel contempo, in una dimensione di insensatezza, di assurdità, di nevrosi, che dà al personaggio e alla vicenda una sua enigmatica inafferrabilità, un senso che sfugge al buon senso e diventa dimensione sovraindividuale.

“Follia tu reggi il mondo…” fa dire Kleist a un certo punto all’ Elettore di Sassonia. E il marchio della follia sarà quello che alla fine della storia avrà il sopravvento. Che è nella follia della storia in sé ed è nella follia che aleggia abnorme in quella scena finale in cui K., sul patibolo, un attimo prima di morire, legge e subito dopo inghiotte il biglietto che contiene quella profezia riguarda ai destini dell’Elettore di Sassonia e della sua dinastia, rendendo in tal modo impossibile all’Elettore venire a conoscenza di quella predizione di cui in tutti i modi aveva cercato di venire in possesso. E infatti l’Elettore “a quella vista fu colto dalle convulsioni e cadde svenuto”, restandone “colpito nell’anima e nel corpo”.

Dopo aver soddisfatto la sua sete di giustizia, K. in tal modo soddisferà anche la sua sete di vendetta dato che con quel gesto egli poteva mettere in atto quel potere che gli derivava dal possesso di quel biglietto con cui “poteva ferire mortalmente il tallone del nemico proprio nel momento in cui veniva calpestato”. “Tu puoi mandarmi sul patibolo ma io posso e voglio farti del male” aveva infatti profetizzato K. con riferimento all’Elettore, riaffermandosi con quella vendicatività la sfera privata del sentimento in contrasto con la sfera pubblica.

E così nel momento supremo di ristabilimento dell’ordine inteso nelle sue regole e nelle sue apparenze formali si reimpone la presenza del disordine, reintroducendosi con quel gesto di K. una ennesima destabilizzazione e una nuova stortura nell’ordine del mondo. E così avremo che se quello di K. si rivelerà, di fatto, un “vittorioso suicidio” perché qui, come non mai, è vero quell’aforisma di Hofmannsthal secondo cui “La vittoria morale è spesso un vittorioso suicidio”, (H. von Hofmannsthal – “Il libro degli amici”) parole che peraltro si potrebbero estendere alla parabola stessa della vita di Kleist e non solo in senso figurato, per contro, nello sciagurato epilogo che la vicenda avrà per l’Elettore l’applicazione della legge, mandando a morte K., si ritorcerà contro di lui lasciandolo alla mercé del suo destino ignoto. E così proprio quella follia evocata dall’Elettore sembra essere alla fine davvero colei che governa il mondo.

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