“Il custode” – Carmelo Samonà

“In un luogo di cui non so nulla, a una distanza che mi sembra incolmabile da tutto ciò che un tempo mi fu familiare – o appartenne, anche se remotamente, al mio mondo – una stanza anonima, immersa quasi sempre in una leggera penombra, ospita il mio corpo contro la mia volontà. Non ho che da forzare un poco la maniglia dell’unica porta, e subito la gravità della mia condizione mi è nota. Sono costretto in uno spazio di cui ignoro anche le più immediate adiacenze e dove ogni rapporto col mondo esterno mi è rigidamente vietato, ogni via d’uscita preclusa. Non ho, accanto a me, compagni di prigionia con cui confidarmi, non vi sono custodi che mi diano qualche segno d’una loro volontà di intrattenermi o parlarmi….Vittima di una sorveglianza meticolosa, ho rinunciato da tempo anche a qualsiasi progetto o tentativo di fuga.”

Questo è il bellissimo incipit de “Il custode” che, in modo bruciante, installa, sinistramente, di fronte a noi quella geometrica architettura claustrofobica nei cui meandri veniamo trascinati a dibatterci seguendo l’analogo flusso in cui si dibatte il protagonista – io narrante.“Il custode” si configura narrativamente come un ininterrotto flusso monologante con cui il protagonista – io narrante proietta le rappresentazioni che egli fa e si dà per consentirsi di reprimere la perdita della volontà che, la situazione in cui egli è, induce e nel contempo, ci disvela strategie, loro elaborazione e relativi significati che via via metterà in atto per consentirsi di ristabilire una trama identitaria che gli consenta di poter dire: io esisto.

In altre parole che gli consenta di passare dalla mera gestione dell’isolamento alla fuoriuscita da esso tramite il presupposto stesso dell’esistere: la comunicazione con l’altro. Ne “Il custode”, infatti, un individuo: il protagonista – io narrante, rinchiuso in uno spazio segregazionario costituito da una stanza-cella, privato di qualsiasi consapevolezza sul perché e sul per quanto, e quindi vittima di un’astrazione assoluta e metafisica che lo estranea dalla storia togliendoli l’idea stessa di sé, cioè la sua identità si troverà ad instaurare una relazione, l’unica relazione che gli è dato instaurare, con chi li lo ha segregato.

Tra i suoi segregatori ve ne sarà infatti uno: “il custode”, protagonista non-narrante il quale pur fisicamente presente risulterà sempre, al segregato, verbalmente e visivamente assente, non dialogando e non mostrandosi mai a lui, essendo solo incaricato di portare all’ individuo segregato il vassoio del cibo e basta. Nasce così fra i due una sottile, labile, sfuggente, insidiosa, feroce relazione, oggettivamente asimmetrica in termini di potere a favore del segregatore, ma comunque determinante per il segregato come unica possibilità che gli viene data per una sua possibile venuta alla luce laddove si voglia assumere la metafora uterina ai fini della identificazione della stanza-cella e, più in generale, della condizione del segregato.

La relazione si svolgerà tutta intorno al gesto del passaggio del vassoio del cibo: dalle modalità di questo passaggio, via via da più “fredde” a più “calde”, ai contatti che intercorreranno fra le mani, i polsi, le braccia dei due individui, fino alle domande proferite dal segregato e le non risposte del segregatore. La ricerca dell’altro diventa quindi il fulcro della narrazione, tra due individui che isolati dal resto del mondo, abbandonate le regole e le forme del linguaggio di cui viene inesorabilmente messa in discussione la verificabilità, si costruiscono un loro personale alfabeto della comunicazione, all’ interno della quale il potere genera dipendenza, ma dove, a sua volta, la dipendenza è necessaria all’ affermazione del potere.

In un rapporto servo-padrone dove è il servo (il segregato) che consente alla fine al padrone (il segregatore) di esistere. E così quando il segregato minato nelle forze e nella volontà decide di abdicare al suo ruolo e si ritira dal gioco lasciando il segregatore privo di interlocutore questi dovrà fare per forza quello che si era sempre rifiutato di fare: rivelarsi e parlare. “…la porta si spalanca e un uomo appare sulla soglia, interamente esposto al mio sguardo. Egli rimane per qualche attimo fermo, senza parlare e senza avanzare di un passo….Poi, finalmente, è l’uomo che avanza verso di me. Fa pochi passi, si ferma di nuovo, e afferra la sedia, si mette al mio capezzale e mi parla.”

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