“Il verbale” – Jean-Marie Gustave Le Clezio

Si prova invidia, alla fine, per Adam Pollo. E’ riuscito a ottenere quello che voleva. “Adam è nell’ ostrica e l’ostrica è in fondo al mare”. Spogliatosi di tutto e spogliato di tutto, anche della libertà, la libertà? Che cos’è la libertà?  Quale libertà? Non esiste la libertà, dal momento che siamo obbligati ad esistere.

L’unica vera libertà sarebbe quella di non esistere. Ma Adam è fortunato, lui ce l’ha fatta. Lui aveva già smesso di esistere, ma adesso gli hanno dato anche il “permesso” di non esistere, è proprio libero adesso, è stato riconosciuto libero di non esistere. Oddio, non è che chi gli ha riconosciuto questo permesso sappia in realtà di che cosa stia parlando e non direbbe mai che a Adam è stato riconosciuto questo diritto e questa possibilità, userebbe, anzi usa, tutt’ altro linguaggio: “paziente,… test psicopatologici,… anormale,… squilibrato,… referto”
Si, referto:
“- Delirio paranoico sistemico
– Tendenza all’ipocondria
– Megalomania (che può trasformarsi in micromania)
– Mania di persecuzione
– Tema dell’irresponsabilità per giustificazione
– Anomalie della sessualità
– Confusione mentale”

Ma Adam è da un’altra parte, è lontano da tutto questo, Adam, adesso, è veramente felice.
“Mentre attraversava un angolo, poi un altro del corridoio, aggrappato al braccio tiepido dell’infermiera, Adam entrava nella leggenda. Forse pensava in silenzio, molto tempo prima che le sue corde vocali si bloccassero, che si trovava nel suo mondo. Che aveva finalmente trovato la bella casa dei sogni, fresca e bianca, immersa nel silenzio di un meraviglioso giardino. Si diceva di essere felice tutto solo nella sua camera dipinta di beige, con una sola finestra dalla quale giungevano rumori di pace. Non era contrario a tutto questo: l’avrebbe avuto tutto per sé questo riposo perenne, questa notte boreale col suo sole di mezzanotte, circondato di gente che si sarebbe occupato di lui. Avrebbe avuto passeggiate all’ aria fresca e sonni profondi.”

Perché Adam finalmente può solo: essere. E non più esistere.Quanta fatica però povero Adam, quanta pena, quanto dolore, quanta sofferenza, quanta solitudine, quante rinunce, ma anche quanta intelligenza, quanto coraggio, quanta forza, quanto rigore, quanta necessità. Ma Adam, anche se vive tutte queste cose, perché Adam vive, però non è occupato da tutte queste cose, non è da questo che è spinto. Anche di tutte queste cose è riuscito a spogliarsi, non sono più per lui né un ostacolo, né un fine: Adam non combatte più né con le ferite, né con le aspirazioni. Non soffre le ferite perché non è in lotta con niente, non ha aspirazioni perché non c’è niente a cui aspira.

Ad Adam per vivere, noi diremmo per sopravvivere, basta questo:
“paglie
birra
cioccolata
roba da mangiare
carta
giornali se
possibile vedere
un po’”
Ad Adam per condurre l’esistenza, noi diremmo per svolgere le sue giornate, basta questo:
“Poi si sedette per terra, davanti alla finestra e al sole, là dove è abituato ad attendere la notte, e per riposarsi si mise a tracciare segni nella polvere, involontari disegni sottili, incisi con la punta dell’unghia. Perché è indubbiamente faticoso vivere così da soli, in una casa abbandonata in cima a una collina. Bisogna sapersi organizzare, amare la paura, la pigrizia e l’esotismo, avere voglia di scavare tane in continuazione e di ficcarvisi, umiliati, in segreto, come si faceva da bambini, tra due pezzi di vecchia tela strappata.”
Adam non si chiama Adam per caso. Adam è Adamo. E’ quell’ Adamo che se fosse stato come Adam, noi oggi non esisteremmo così come esistiamo. Noi non esisteremmo affatto. Saremmo e basta.

Perché noi “ siamo pieni di cultura, pieni di questa cultura del cazzo”, siamo occupati sempre ad appartenere, ad appartenere a qualcuno o a qualcosa, ma mai a noi stessi. L’unica cosa che ci appartiene, che ci dovrebbe appartenere è la terra, ma la terra non ci appartiene più: “Non esiste più un luogo su questa terra, voi lo sapete bene, dove non ci sia una strada, una casa, un aereo, un palo elettrico. Non c’è’ da diventare matti quando si pensa che apparteniamo ad una razza simile?” Il mondo è ormai un’unica, immensa Carta Topografica: “Il mondo, come il pigiama di Adam, era suddiviso in rette, tangenti, vettori, poligoni, rettangoli, trapezi di ogni tipo e il sistema era perfetto: non c’era una sola parte della terra o del mare che non fosse divisa con estrema esattezza e non potesse essere ridotta a una proiezione oppure a uno schema…Bastava una buona mappa, più la fede: una fiducia assoluta nella Geometria Piana e l’Odio per tutto ciò che si curva, che oscilla, che pecca d’orgoglio, di circolarità, di finitezza.”

Adam vive in questo mondo, tra i propri simili, ma non è più simile a nessuno o meglio nessuno è ormai simile a lui. Perché Adam non ha bisogno di nulla, gli piacerebbe solo che qualcuno lo capisca, lo ascolti, che si sforzi di seguirlo là dove egli è giunto, che riscopri, ascoltandolo, il senso perduto della comprensione. Perché, proprio in mancanza di questa comprensione, Adam è fuggito e si è rifugiato in se stesso, come dice lui “ho ceduto a un bisogno di solitudine infantile”, perché i bambini “sentono in maniera confusa che sono uguali agli adulti. E’ questa uguaglianza che temono…Ci si aspetta qualcosa da loro. Allora preferiscono fuggire. Cercano il modo di crearsi un proprio mondo, un universo un po’…boh, mitico…un universo ludico in cui hanno un rapporto alla pari con la materia inanimata. O piuttosto in cui sentono di essere più forti. Si, preferiscono sentirsi superiori alle piante, agli animali e alle cose, e inferiori agli uomini, piuttosto che sentirsi uguali a chicchessia. Oppure al limite si proiettano nelle cose. Fanno recitare alle piante il ruolo dei bambini e loro recitano la parte degli adulti”

E’ per questo che Adam vive “…privo di interesse per tutti quelli che non sanno morire d’amore per un epeira diademata, per i languori della natura, che quasi non sanno piangere per la lacerazione sonora di una goccia d’acqua che cade dal sifone di un lavabo. Quelli che non vogliono vivere in seno alla natura, nel seno caldo caldo, nel seno pieno di fragranze, di fruscii e di aloni della terra. Della nostra terra microbica.” Ed è per questo che ad Adam riesce quello che a nessuno riesce: “Sembrava che Adam fosse il solo capace di morire così, quando voleva, di una morte pulita e nascosta: il solo essere vivente al mondo che potesse spegnersi insensibilmente, non nella decadenza e nella putrefazione della carne, ma nel gelo minerale. Duro come un diamante, angoloso, friabile, al centro della quadratura, fissato nella posa da un disegno geometrico, chiuso nella sua volontà di purezza, privo delle debolezze tipiche dei banchi di merluzzi, che nel loro congelamento collettivo conservano sempre una goccia umida e scintillante all’ attaccatura delle pinne o l’occhio velato, entrambi indizi di una morte dolorosa.”

Ma è difficile comprendere Adam, perché Adam è nell’indicibile, parla di quell’indicibile che è fuori e oltre la conoscenza. Non c’è niente da spiegare e da definire per Adam, non c’è un Dio a cui darsi c’è, al contrario, da provare a ritornare a Dio. Adam si immagina di risalire il processo della creazione a partire dal suo stadio materiale per ritornare al punto di partenza di tutto: “…il solo modo di avvicinarsi a Dio consisteva nel rifare spiritualmente il lavoro che Egli aveva compiuto materialmente. Bisognava risalire per gradi attraverso tutte le fasi della creazione…Voglio portarvi a pensare a un sistema più complesso. A un pensiero, in qualche modo universale. A uno stato spirituale puro. A qualcosa, vedete, che sia all’ apice del ragionamento, della metafisica, della psicologia, della filosofia, della matematica e di tutto, di tutto, di tutto. Si è esattamente questo: cos’è all’ apice di tutto? L’essere di essere…Si è ciò che si è – si, è così. Essere di essere”
Ma forse l’unica traduzione di questo, tragica e affascinante al tempo stesso, è quello che Adam ha così bene sperimentato: annullarsi, scomparire, ridursi in “una condizione estatica”.

“Ma Adam era già scomparso agli occhi di tutti, così come era scomparso agli occhi di sua madre, di Michele e di molti altri: isolato nella parte illuminata dell’infermeria, sembrava galleggiare con le sue fragili membra…pochi dettagli come la mandibola da prognate, la fonte madida di sudore e forse gli occhi triangolari, bastavano a trasformarlo in una creatura preistorica. Sembrava emergere da un’acqua torbida e gialla sotto forma di volatile lacustre con le piume incollate alla pelle…La sua voce risuonava sul popolo terrestre in modo appena comprensibile e lo trascinava sulle sue onde come un aquilone… Era come l’idea di un Dio dei destini umani, come un nodo di misteri e di canonizzazioni, nato un giorno dalla scintilla di una locomotiva sulle rotaie. Adam si trasformava in un mare.”

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