“Amore” – Inoue Yasushi

Amore” contiene tre racconti brevi di Inoue Yasushi, apparsi tra il 1950 e il 1951 e poi raccolti in volume nel 1959, i quali, come si deduce dal titolo, hanno al loro centro il tema dell’amore, tema peraltro caro a Yasushi, costituendo uno dei suoi filoni narrativi, al quale fa capo anche Il fucile da caccia, il suo romanzo d’esordio, altresì considerato il suo capolavoro. Va subito detto, a proposito di questi racconti, che non vi è in essi alcun rimando a un’idea dell’amore inteso come passione gioiosa e travolgente, capace di svilupparsi in modo lineare e di risolversi in modo compiuto. Al contrario il sentimento dell’amore così come ce ne parla qui Yasushi è un sentimento che produce contrasti, che si manifesta in situazioni contrastate e che quando appare si presenta in modo improvviso, come una rivelazione da cui si è catturati e da cui scaturisce una intima e segreta bellezza che appartiene a quel preciso momento della sua apparizione.

Ma il contrasto che più di tutto l’amore qui si trova ad affrontare è quello con la morte la quale, se pure in modi diversi, è sempre presente in questi racconti. Lo è come perdita dell’oggetto d’amore in senso affettivo, come avviene nel primo racconto, decretando tale perdita lo smarrimento per la morte di quell’amore. Lo è in senso fisico nel secondo racconto, laddove proprio l’avverarsi della morte farà fare all’amore la sua apparizione ma ne impedirà, al tempo stesso, la possibilità di congiungersi con la vita e nella vita e poterlo quindi condividere. E lo è, infine, nel terzo racconto, il cui titolo “La morte, l’amore, le onde” la contiene espressamente e alla quale, in questo caso, l’amore farà da argine e da salvezza impedendone l’avverarsi.

E in questo reiterarsi di questa sua lotta con la morte, l’amore finisce per simbolizzare e rappresentare l’essenza stessa della vita laddove, quando l’amore riesce ad affermarsi, è l’affermarsi della vita contro la morte che si afferma. Ma lungi dal venire condotti in atmosfere sepolcrali e crepuscolari sono invece l’estrema eleganza e l’estrema delicatezza che prevalgono nelle narrazioni di Yasushi. Egli procede sempre con leggerezza e compostezza, non concede nulla alla gratuità del tragico e del compassionevole e dietro le sue atmosfere rarefatte e silenziose, apparentemente fredde e distaccate, vi è tutta l’intensità, la forza e la profondità di sentimenti veri ed autentici che arrivano al lettore in modo cristallino. Veicolati, altresì, da una prosa limpida e avvolgente, misurata ed essenziale. Yasushi nel narrare queste sue piccole storie non prende parte alle vicende, le lascia scorrere e fluire in modo naturale, rendendoci, insieme a lui, spettatori partecipi di esse, sapendoci altresì trasmettere il senso di inquietudine che quelle vicende contengono ma senza farvi mai irrompere, in modo incontrollato, il dolore e la disperazione.

Infine, prima di entrare nel merito dei singoli racconti, occorre dire della natura, sempre presente in questi racconti a formare quella triade: amore, morte, natura, squisitamente giapponese. Una natura sempre spettatrice implacabile degli eventi, non certo materna o amica, essendo imperturbabile e impenetrabile rispetto a ciò che accade. Una natura in fondo misteriosa, il cui segreto e la cui forza restano celati e inconoscibili, trasmettendo anch’essa quel senso di imponderabile e di imprevedibile che è la cifra di ciò che accade in questi racconti e che contribuisce alla loro bellezza

“Giardino di rocce”

“Giardino di rocce” è il titolo del primo racconto e dandogli questo titolo Yasushi ha voluto evidenziare da subito il ruolo che quel luogo, il giardino di rocce appunto, avrà per Uomi, il protagonista del racconto. Tanto che si potrebbe dire che il vero protagonista sia, in realtà, proprio quel giardino. In esso si svolgeranno infatti i tre eventi cruciali che segneranno la vita di Uomi, eventi che hanno al loro centro l’amore, ma un amore che finirà per diventare causa di conseguenze opposte a quelle dell’ amore, dato che genererà solo rotture, rifiuti e abbandoni.

Nel primo di tali eventi una “…crudele freddezza” sarà ciò che resterà di un legame profondo che il protagonista aveva avuto con il suo migliore amico, e ciò a causa dell’ amore da entrambi provato per la stessa ragazza che li metterà in conflitto e genererà la rottura di quel legame. Nel secondo ci sarà una vera e propria mutazione dell’ amore in odio, allorché il protagonista – ormai pervaso da“un sentimento di rifiuto” per quella ragazza che era stata all’ origine di quell’ amicizia interrotta e che pure egli aveva amato – arriverà a rivolgerle un esplicito “Ti odio”, determinando ovviamente con esso la fine di quell’ amore. Ed infine nel terzo evento ci sarà l’ abbandono del protagonista da parte di colei che era diventata sua moglie la quale, in un modo da renderla “…addirittura spietata”, si eclisserà in pieno viaggio di nozze, pur non avendone apparenti motivi e ciò subito dopo aver visitato con il marito quel giardino di rocce. Perché il concretizzarsi di questi tre eventi avverrà sempre lì, in quel giardino di rocce.

“E’ qui che Totsuka Daisuke mi ha colpito!, gridò dentro di sé Uomi.” rievocando con se stesso quel momento in cui lui e il suo amico Totsuka vennero alle mani per quell’ amore conteso nei confronti di Rumi, la ragazza da entrambi amata, alla quale Totsuka rinuncerà per “la determinazione” mostrata da Uomi quel giorno in quel giardino. “Ed è anche qui che ho lasciato Rumi!, pensò” e ciò sempre Uomi, ricordando quel momento in cui proferì quel “Ti odio” a Rumi, avvenuto ancora una volta lì. Ed in entrambi questi casi Uomi penserà e rifletterà anche su un altro aspetto e cioè sullo stupore provato da lui stesso, in quei momenti, per la forza e la sicurezza che era stato capace di mostrare. Sia “la crudele freddezza” nei confronti di Totsuka, sia “il tono tagliente” con cui aveva pronunciato, rivolto a Rumi, “Ti odio”, rivelavano un aspetto estraneo a Uomi, ignoto a lui stesso, essendo Uomi persona di natura esitante e, in fondo, debole. Vi era stato quindi, in quei momenti, qualcosa che si era sprigionato dentro di lui e aveva fatto venir fuori una misteriosa quanto spietata energia.

Quella stessa spietata energia che aveva manifestato la moglie di Uomi nel lasciarlo. Ma se Uomi era rimasto fino a quel momento ignaro sulla natura sottesa a quell’ energia, sarà la moglie ad aprire su di essa uno squarcio interrogandosi su quale, nel suo caso, ne potrebbe essere stata l’ origine. Ella infatti lascerà scritte a Uomi queste parole: “Quel tranquillo giardino di rocce e sabbia ha portato via la mia debolezza e mi ha resa forte, addirittura spietata. Sarà stato il richiamo spirituale, così elevato e inflessibile, del maestro che ha deciso di creare un giardino utilizzando nient’altro che rocce e sabbia? Forse la vita con te sarebbe per me la strada più felice. Ma ho capito che devo seguire il mio modo di vivere, dovessi pagarlo con l’ infelicità.”

Perché quel giardino non era un giardino qualsiasi: “Il cosiddetto giardino era in realtà una distesa uniforme di sabbia bianca al cui centro erano disposte solo alcune rocce, ma si aveva la sensazione che da quella semplice composizione emanasse un’ atmosfera severa che colpiva il cuore di chi la guardava. Apparteneva a un mondo spirituale più elevato di quanto potessero esprimere aggettivi come <<bello>> o <<splendido>>.” Quindi come fosse dotato di un magico e misterioso incantesimo quel giardino sembra possedere la capacità di trasmettere forza e consapevolezza dando anche a chi è debole la possibilità di superare la sua debolezza e prendere coscienza di quello che prova, affermando se stesso in modo perentorio.

Il giardino di rocce si rivela quindi fatale per Uomi perché, come in una sorta di contrappasso, se esso era stato anche per lui quella sorta di fonte di ispirazione, se pure inconsapevole, che gli aveva consentito di affermare i suoi sentimenti prima con Totsuka poi con Rumi, adesso si veniva a trovare nella condizione di subirne le conseguenze avendo generato quel giardino il disamore della moglie verso di lui, laddove Uomi “… aveva tutto per essere felice. Una sposa giovane e bella…molto più bella di Rumi, e superiore a lei per cultura ed eleganza…egli sentiva di essere completamente innamorato della sua giovane moglie.”

Eppure quella felicità per Uomi non si realizzerà e così come egli aveva fatto soffrire per amore prima il suo amico Totsuka, poi Rumi, adesso era lui a trovarsi nella loro condizione, divenuto in modo atroce, in quanto al culmine della suo innamoramento, vittima dell’ amore. Di un amore perduto di cui resta solo il senso della perdita. Quel senso della perdita che avvolge tutto il racconto perché come Totsuka aveva perso Rumi e, a sua volta, ella Uomi, quest’ ultimo perderà la moglie quasi che un’ invisibile spirale trascinasse tutti verso quest’ unico destino su cui aleggia quel doppio dell’ amore che è la morte e ciò non solo simbolicamente ma anche per il vissuto di smarrimento che le perdite, in quanto perdite affettive, in questo racconto, portano con sé.

“Anniversario di matrimonio”

Nel secondo racconto, “Anniversario di matrimonio”, i protagonisti sono una coppia di coniugi la cui vita coniugale si è interrotta a causa della morte di lei e il marito, rievocando un particolare momento della loro vita, accaduto due anni prima, in occasione del loro quinto e ultimo anniversario di matrimonio – momento che si rivelerà per loro fatale e, al tempo stesso, struggente – ci rende partecipi di quel loro legame. Che non si era basato su un grande trasporto, come egli stesso ricorda: “… guardando indietro ai circa cinque anni di vita insieme a Kanako, non gli sembrava di aver provato per lei un amore così forte.”, anzi era stato segnato da insofferenze e fastidi di vario tipo suscitati in lui dalla moglie. E tuttavia, tra di loro, c’ era stata un’ intesa che li aveva uniti, perché un comune modo di stare al mondo e di affrontare la vita che essi, per loro natura, condividevano li aveva stretti l’ uno all’ altra e tenuti insieme.

E di questo il marito si rende conto quando, dopo la scomparsa di Kanako, spinto da amici e parenti a risposarsi, si accorge di non essere per nulla interessato ad avere una nuova relazione: “Pensava che forse nemmeno col passare degli anni avrebbe mai più provato il desiderio di prendere di nuovo moglie.” In altre parole si accorge di avere amato la moglie più di quanto se ne fosse reso conto durante la loro vita insieme:“<<Si, amo Kanako>> si disse una sera solo in una stanza del suo appartamento, dopo che un amico, venuto anche lui a parlargli del matrimonio se ne era andato.” Perché egli sapeva che trovare una donna come Kanako sarebbe stato pressoché impossibile e la memoria di ciò che essi avevano condiviso lo legava a lei come se avesse, verso di lei, un debito di riconoscenza: “…agiva su di lui un senso di colpa nei confronti di Kanako, come se si sentisse in debito verso di lei.” E tutto ciò aveva il suo perché, infatti Kanako e il marito avevano in comune una ben precisa affinità che li rendeva simili ed era la loro estrema avarizia e: “…proprio perché gli sembrava impossibile trovare una donna avara come lei, che non se la sentiva di dare ascolto a quanti lo spingevano a risposarsi.”


Kanako e il marito avevano infatti condotto tutta la loro vita in comune nella più assoluta parsimonia, collaborando ella, in prima persona, alla gestione della loro economia domestica anche perché, date le loro modeste condizioni economiche, “…senza una buona dose di avarizia sarebbe stato difficile far quadrare il bilancio familiare.” Ma a ciò avevano sopperito con quel loro vissuto da spilorci basato sulle rinunce e sulle ristrettezze tanto“…che a volte,…visti dall’ esterno avevano forse offerto uno spettacolo pietoso.” E per quella fattiva e partecipe complicità della moglie nel condurre il loro menage familiare in quel modo il marito considerava “…un insulto alla memoria della povera Kanako” l’ idea di un’ altra donna che nel sostituirla potesse stravolgere quel tipo di vita che lui e Kanako avevano condiviso.

Ma in quella loro vita era avvenuto, poco prima di quel quinto anniversario di matrimonio, un fatto che li aveva trovati impreparati, mettendoli di fronte ad una situazione estranea al loro regime di vita. Era accaduto infatti che un’ improvvisa vincita, a seguito di un’ estrazione a sorte, li aveva messi nelle condizioni di disporre di una grossa cifra della quale però non sapevano cosa fare e ovviamente l’ intento di accantonarla e non spenderla tendeva, ora nell’ uno, ora nell’ altra a prevalere finché, dopo discussioni e incertezze, decidono di destinare una metà della somma ad una vacanza, se pur di un giorno, in una località termale, con la prospettiva di pernottare in un albergo del posto che ritenevano conveniente

Ma così non sarà, quella loro intenzione di rompere quelle catene che li tenevano rinchiusi in quel loro mondo ristretto e “povero” non si spezzeranno. Quella loro gita non durerà neanche un giorno, la sera stessa infatti faranno ritorno, ben contenti – dopo una giornata che per loro era stata solo piena di fatiche e per nulla foriera di felicità – nella loro casa, avendo si raggiunto la località che si erano prefissati ma riducendo poi sempre di più il loro programma fino al punto che, da quella località, erano riusciti a ripartire in tempo utile per essere entro sera di nuovo a casa. Senza essere quindi riusciti a entrare realmente in contatto con nulla di ciò di cui avrebbero dovuto godere. Nè con la natura di quel luogo che resterà loro estranea per non dire ostile, essendo stati vittime di una disavventura su un sentiero del posto, patendo un intenso freddo che non sarà privo di conseguenze. Nè con quell’albergo che lasceranno in tutta fretta poco dopo esservi giunti, avendo constatato che “…era più lussuoso di come avessero immaginato.”

E quella loro mancata apertura verso il mondo esterno, dovuta non a grettezza ma a un’ istintiva e connaturata incapacità di essere diversi da com’erano, aveva in realtà sancito ancora di più il loro legame, la loro comunanza che era in realtà anche comunanza di affetti. Perché se è vero che il ricordo di quel giorno era agro, esso tuttavia era anche dolce. Quella sera nel loro letto, mentre Kanako era sprofondata in un sonno profondo stremata per quella giornata, egli “…si accorse che il corpo di Kanako era diventato freddo come il ghiaccio. Così gelido, quasi non vi fosse più nulla da fare…si accostò a lei e col proprio calore comincio a riscaldare il corpo della moglie immerso nel sonno. E per quella donna… sentì una tenerezza e uno struggimento infiniti, quali mai aveva provato prima di allora.” E così “Nei cinque anni della loro vita in quella casa, almeno una volta, poco prima della fine, aveva abbracciato il corpo gelido di Kanako con un amore traboccante. Aveva riscaldato col proprio calore quella creatura cara e insostituibile. Che cos’ era quello, se non amore?”.

Quell’amore che verrà spezzato dalla morte ma che, proprio quando viene falciato dalla morte, come un’epifania, come una rivelazione, mostra in tutta la sua pienezza e in tutta la sua dolorosa bellezza il suo esistere. E quindi se sarà proprio la morte a sancire e a rivelare quell’amore sarà essa, al tempo stesso, ad impedire a quell’amore di potersi incarnare nelle vite dei due protagonisti, di potersi esprimere nel concreto delle loro esistenze. Se in questo racconto l’amore non allontanerà la morte e non salverà da essa, lasciando dietro di sé una sensazione di dolente rimpianto, nel terzo racconto non accadrà ciò e la morte che in quest’ultimo racconto incombe e domina la scena, verrà distolta e resa impotente dall’apparire dell’amore che non solo salverà le vite dei protagonisti ma ridarà vita e speranza alle loro esistenze. Peraltro il titolo stesso del racconto“La morte, l’amore, le onde” ce lo suggerisce avendo Yasushi messo la morte e l’amore tra loro in sequenza.

“La morte, l’amore, le onde”

In una località a strapiombo sul mare, all’interno di un hotel che sorge proprio in prossimità di quello strapiombo avviene l’incontro tra i due protagonisti che, in quel momento, sono i soli clienti di quell’hotel, già di per sé posto in un luogo solitario e poco frequentato. E, per effetto di tali circostanze, essi in modo per così dire inevitabile, entreranno in contatto tra loro condividendo non solo la loro presenza lì ma, soprattutto, il motivo di quella loro presenza. Infatti, ognuno per suo conto, sono in quel luogo per porre definitivamente fine alla loro vita, per suicidarsi, e ciò avendo entrambi in mente di gettarsi da quello strapiombo, tra le onde che si infrangono su di esso, non vedendo più alcuna via d’uscita a quelli che ritengono dei punti di non ritorno delle loro esistenze.

Il protagonista maschile Sugi ha preso quella decisione per un motivo d’onore: “Muoio per disonore” dirà a Nami la protagonista femminile la quale, a sua volta, è arrivata a quella decisione per amore: “Io ho perso l’amore”, dichiarerà a Sugi. Questi, nel corso della sua vita fin lì vissuta, aveva dilapidato “…l’enorme fortuna che aveva ereditato dal padre” ma non per averla scialacquata ma per una congenita sfortuna che lo aveva sempre perseguitato negli affari. Ciò, tuttavia, non aveva inficiato la sua immagine. Sugi infatti, come giovane imprenditore, godeva di una reputazione rispettabile, essendo considerato una persona onesta e integra. Ma alcune operazioni da lui condotte lo avevano posto in una situazione per la quale “…vi era materiale sufficiente a riempire le prime pagine dei giornali”.Ciò avrebbe quindi rischiato di dissipare inevitabilmente il suo buon nome, contrassegnadolo per sempre con il marchio dell’ignominia. E, per rifuggire da quel disonore che incombeva Sugi aveva preso quella decisione di morire, alla quale si era predisposto con pacata e distaccata rassegnazione, essendo quello per lui l’unico rimedio per espiare quella sua colpa e salvare la sua onorabilità.

Egli, peraltro, era, da tutti i punti di vista, solo con se stesso, non avendo né moglie, né figli, né fratelli di cui occuparsi e quindi il suo era un vero e proprio faccia a faccia con la morte dal quale, a quel punto, gli era impossibile sfuggire. Sugi, inoltre, non aveva alcun particolare rimpianto salvo uno quello di “…non aver portato a termine, ai tempi del liceo, la lettura di un’opera affascinante come il “Viaggio in Oriente” di Ruysbroeck…il resoconto del viaggio avventuroso del monaco Ruysbroeck dalla Francia alle lontane rive del lago Balchaš, iniziato nel 1246 e durato nove anni.” Libro cheSugi si procurerà e porterà con sé, deciso a concluderne la lettura prima di morire, come in effetti egli farà. Un modo questo, per Sugi, per ridare a quella sua vita “…che, a pensarci adesso, gli appariva frenetica ma insignificante”, ancora un senso e un valore, laddove tornare a quel libro non era solo tornare a una passione di gioventù ma anche compiere un atto di purificazione e di allontanamento rispetto a quell’esistenza che ormai gli appariva estranea. E, in questa logica, anche la morte finiva per essere un atto di purificazioe e, a suo modo, di liberazione da una vita priva ormai di motivi e di prospettive.

Un analogo vissuto di definitivo non senso per la propria esistenza ma anche un bisogno di pacificazione rispetto alle sofferenze da ella provate aveva condotto Nami alla decisione di togliersi la vita:“Una persona che non conosce l’amore non può capire il dolore di chi lo ha perso”, ella dirà a Sugi al quale il movente di Nami non era sembrato tale da giustificare quel gesto. Nami era stata lasciata da un uomo abituato a sedurre, ma nonostante ciò ella se ne era innamorata e di fronte a quel “Non ti amo più”, pronunciato da quell’uomo, “…chiaro e tondo, guardandomi in faccia”, come ella rievocherà, aveva provato un dolore insopportabile e irrimediabile. La comune intenzione che univa i destini di Sugi e Nami non aveva tuttavia indotto in nessuno dei due alcuna sorta di solidarietà reciproca o di slancio tale da impedire l’uno all’altra l’esecuzione di quel gesto finale. Entrambi avevano interiorizzato quella loro decisione nè volevano essere coinvolti nella situazione dell’altro. Ma la loro apparente freddezza e imperturbabilità verrà incrinata proprio dall’influenza che quella loro vicinanza produrrà in entrambi.

La prima a sperimentare ciò sarà Nami che incamminatasi verso la morte non riuscirà a compiere quell’atto e a Sugi – nella cui camera si presenterà reduce da quel tentavo fallito, prostrata per quella mancata riuscita – getterà in faccia una sorta di atto di accusa: “Se non avessi incontrato lei, credo che sarei riuscita a morire. Ma aver conosciuto una persona così fredda e spietata in qualche modo me l’ha impedito…Sapendo che stavo per uccidermi non ha fatto niente per fermarmi, e come se ciò non bastasse, mi ha anche guardato con disprezzo!…La mia convinzione di poter andare naturalmente incontro alla morte è stata distrutta dal fatto di averla incontrata”. Ma in realtà, da quel momento, Sugi diventerà per Nami un riferimento, l’unico a cui ella potrà appoggiarsi quando circostanze impreviste che accadranno la costringeranno a ciò. E questo allenterà progressivamente in Nami la volontà di tentare di ripetere quel suo tentativo e, al tempo stesso, susciterà in Sugi una premurosa tenerezza verso di lei. “Guardandola Sugi capì chiaramente che la determinazione di darsi la morte, fino al giorno prima così salda in lei, adesso vacillava…Una donna giovane e bella deve vivere, pensò Sugi…egli provava una certa tenerezza per Nami, divenuta docile come se lo spirito che l’aveva posseduta finio ad allora l’avesse abbandonata di colpo. Doveva vivere. Per quella ragazza non poteva esserci nessuna ragione di morire.”

Nel protendersi verso la liberazione di Nami dalla morte, Sugi, a sua volta, continua invece a vedersi inesorabilmente destinato ad essa e, sapendo di avere solo un ultimo giorno a disposizione, decide di dedicarlo a Nami: “Gli sembrava che valesse la pena di dedicare alcune ore dell’ultimo giorno che gli restava prima di morire per aiutare una giovane donna a vivere.” Condurrà Nami in giro per negozi, poi al ristorante, e anche in lui il pensiero della morte ridurrà la sua presenza finendo, in quei momenti, per essere dimenticato. E quando Nami rientrando insieme in albergo gli chiederà: “Allora mi dica…che cos’è che desidererebbe di più…A che cosa pensa?”, egli senza remore, come mosso da un’istintiva pulsione vitale, le risponderà: “A un corpo di donna”.

Quella notte, quella che sarebbe dovuta essere l’ultima notte della vita di Sugi, Nami asseconderà quel suo desiderio ma, come gli lascerà scritto, quello non era ancora un atto d’amore:”Quello che le ho dato non è amore. L’ ho solo ripagata per tutte le gentilezze che mi ha prodigato.” E quando Sugi, finita la lettura del “Viaggio in Oriente” e preparate le sue ultime volontà, si incamminerà a sua volta verso la morte, giunto lì dove aveva stabilito di gettarsi invece di quella pulsione di morte gli apparirà nella mente il viso di Nami e, in quel momento, “Non gli ci volle molto ad accorgersi che era amore per Nami. Non voglio morire!, pensò per la prima volta in quel momento.”

Egli desisterà dal suo proposito suicida spinto a ciò da quel pensiero affacciatosi dentro di lui: “…un pensiero…balenò in un punto lontano della coscienza di Sugi: <<E se tentassi di vivere?>>”, e Nami, che lo aveva seguito, accompagnerà quella sua decisione unendosi a lui: “<<Per me non fa differenza. Ti seguirò. Posso morire, o vivere!>> disse Nami in un sussurro, il viso bagnato di lacrime sepolto nel petto di Sugi.” Quell’amore li salverà avendo entrambi ritrovato, attraverso di esso, una ragione per vivere, ridando senso alla loro vita che quel senso l’aveva perduto. E ancora una volta, in questi racconti, l’amore si manifesterà come illuminazione, come scoperta, rivelandosi in tutta la sua imponderabilità.

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