“Lettere d’amore tradite” – Gottfried Keller – Prima parte

Gottfried Keller (1819-1890): massima gloria della letteratura svizzera dell’ Ottocento è uno dei più grandi narratori di lingua tedesca. Il suo romanzo “Enrico il Verde” <<è indubbiamente la migliore autobiografia poetica della letteratura tedesca dopo “Poesia e verità” di Goethe>> (Mittner). Per questo romanzo, e in generale per tutta l’opera di Keller, Robert Walser nutrì un’ammirazione sconfinata, come attestano numerosi giudizi e accenni contenuti nel presente libro.”(Nota N. 4 in Carl Seelig – “Passeggiate con Robert Walser” – Adelphi – 1994 – p.202)

E infatti, le testimonianze dell’ammirazione di Walser per Keller che appaiono in quel bellissimo libro di Carl Seelig che è “Passeggiate con Robert Walser” – in cui Seelig ha raccolto i resoconti di quelle passeggiate, e delle relative conversazioni, condotte insieme a Walser per circa 20 anni – sono ricorrenti. Ne basti qui una per tutte che rende ampiamente sia il pensiero di Walser che la grandezza di Keller: “[nel leggere Keller] non sai mai bene se devi piangere o ridere; questo è un segno infallibile del genio.” (C. Seelig, cit. p. 92). Se la profonda ammirazione di Walser basterebbe da sola ad attestare la grandezza di Keller, vale tuttavia accennare alla predilezione per Gottfried Keller e per la sua opera da parte di un altro grandissimo scrittore quale Winfried Sebald che dedica a Keller uno dei “profili” contenuti in “Soggiorno in una casa di campagna”, il libro in cui Sebald raccoglie una serie di monografie dedicate a un ristretto numero di autori a lui cari. E, infine, come non ricordare le parole quasi di riverenza che rivolge a Keller un altro “grande” come Elias Canetti che, ne “La lingua salvata”, uno dei suoi libri autobiografici, gli dedica un capitolo: “Celebrazione di Gottfried Keller”, in cui ricostruisce la sua “scoperta” di Keller, quand’era ancora ragazzino, e il suo successivo imperituro innamoramento per Keller.

Ma se Keller potrebbe apparire oggi, ad una prima impressione, uno scrittore d’ altri tempi, intento a descrivere e narrare un mondo che non c’è più, oltre tutto all’interno di una realtà molto “locale”, come quella della Svizzera del suo tempo, il che potrebbe far immaginare cadute nel “provincialismo”, in realtà, lungi da tutto ciò, Keller è riuscito a trasferire nelle sue opere una sua sensibilità, del tutto peculiare, che lo ha reso capace di descrivere cose e persone con una finezza psicologica, una ricchezza e delicatezza di sfumature, e un disincanto e un’ironia anche sferzanti che, travalicando il tempo e lo spazio, ci consentono di leggerlo, ancora oggi, con grande piacere e di trovarlo sorprendentemente moderno. La critica ai falsi valori, la differenza tra sostanza e apparenza, il disincanto nei confronti della realtà e nei confronti di ogni retorica volta ad affermare un “sereno” ordine delle cose, il convivere della fantasia poetica con un grottesco anche aspro, una profonda umanità e una refrattarietà al ripiegamento pessimistico, sono i motivi e i toni più ricorrenti in Keller e che lo rendono tutt’ora attuale.

Come afferma infatti Elena Croce, nella sua introduzione della raccolta completa delle novelle di Keller: “Tutte le novelle”, pubblicata da Adelphi nel 2013 e da lei curata: “…Keller è di fatto l’unico narratore tedesco della sua epoca che possa dirsi non provinciale. Nel microcosmo della città svizzera egli ci mostra riflessi come in uno specchio magico quelli che saranno poi i falsi valori del mondo moderno: il culto dello spirito d’intrapresa in quanto tale, quello della <<personalità>> come sacra coscienza di sé, che consente di imporre agli altri qualsiasi sacrificio; l’equivoca confusione tra l’eccitato esibirsi in faziose congreghe e la vera popolarità…” tutti temi questi che, tra l’altro, come vedremo, trovano spazio proprio nella novella “Lettere d’amore tradite”.

Ora, l’opera in prosa di Keller ruota su due romanzi: ”Enrico il verde” e “Martin Salander” ma, soprattutto, su un’immensa produzione novellistica, articolata in una serie di raccolte e cioè: “La gente di Seldwyla”, “Sette leggende”, “Novelle zurighesi”, “L’epigramma” “Due storie d’almanacco”. Ma tale produzione è rilevante non solo per la sua vastità ma perché evidenzia la padronanza e la maestria di Keller per il “genere” della novella. Claudio Magris, nel risvolto della raccolta completa delle novelle di Keller prima citata, si sofferma su questo aspetto, affermando: “Più ancora che nei romanzi, Keller si rivelò artista di prima grandezza nei racconti…Novelle ricche di humour, di invenzione fantastica, di grazia fiabesca e di acutezza realistica …”

E, in questa così ampia produzione, spiccano, in particolare, tre novelle – tutte contenute nella raccolta “La gente di Seldwyla” – riconosciute tra le più belle della sua intera produzione e cioè: “Romeo e Giulietta nel villaggio” che è considerato il suo capolavoro, in cui convivono motivi tragici e lirici, in virtù del destino di amore e morte di cui saranno vittime i due giovani protagonisti. Al cui commento, già presente in questo blog, rimando per chi fosse interessato.

Poi “I tre pettinai amici della giustizia” che Canetti, in quel suo omaggio a Keller a cui si è fatto cenno, racconta di averla considerata, quando la lesse, l’unica novella di tutta la letteratura tedesca, paragonabile ai racconti di Gogol’: “…ritornato a Vienna a studiare, m’innamorai perdutamente di Gogol’, mi parve che in tutta la letteratura tedesca, per quanto allora la conoscevo, ci fosse un’unica storia paragonabile alle sue: “I tre pettinai amanti della giustizia”” (E. Canetti – “La lingua salvata” – Edizione La Biblioteca di Repubblica – 2002 – p.237-238)

Ed infine la novella “Lettere d’amore tradite” che, scritta nel 1855, e pubblicata una prima volta su una rivista tedesca nel 1863, fu poi inserita da Keller nella seconda edizione della raccolta “La gente di Seldwyla”, pubblicata nel 1874. In “Lettere d’amore tradite” sebbene predomini un tono tenero e divertente tuttavia l’ironia graffiante e la sferzante messa a nudo di ciò che è finto e borioso trasformano ben presto lo spunto comico iniziale in una satira via via sempre più pungente. Ma, soprattutto, qui trova un’ esplicita evidenza quell’oscillare fra il non sapere se piangere o ridere a cui facevano riferimento le parole di Walser prima riportate.

Il convivere infatti di risvolti comici all’interno di circostanze in sé penose e tristi, ricorre in questa novella in modo assolutamente “naturale”. Keller riesce infatti a dare continuità e plausibilità alla narrazione pur facendo convivere registri in sé diversi tra loro. Questo gli consente di esaltare ancor più la critica e l’affondo morale che conduce mettendo alla berlina ciò che egli considera detestabile, senza però farlo diventare moralismo, bensì denuncia dell’inautentico. Alleggerendo anzi – mediante lo sberleffo insito nel modo in cui narra – gli aspetti dolorosi e sgradevoli, e finendo per far assumere alle vicende narrate un che di grottesco.

Attraverso quindi un tono e uno stile “leggero” e, a suo modo, poetico – non a caso in relazione allo stile di Keller si è adottata la definizione di “realismo poetico” – egli riesce a condurre una demistificazione e, al tempo stesso, uno svelamento di tutto ciò che è esteriore e retorico, sia sul piano dei valori che su quello dei sentimenti. Come è stato infatti osservato, Keller, “…lotta contro ogni finzione, contro l’egoismo, contro i sentimenti fatti e cristallizzati, contro quella virtuosità fatta di apparenza e di burbanzose maniere; egli non tollera la virtuosità che è astrazione rigida, proprio perché egli ama la virtù che è dono interno, capace di spontaneità e non ligio a schemi sociali; non tollera il conformismo che è assai spesso ipocrisia e che inceppa la manifestazione della personalità; ma egli esalta per contro il sentimento della giustizia che fa l’uomo generoso, gli conferisce capacità di comprendere e d’essere indulgente verso la vita.” (Guido Calgari – “Le quattro letterature della Svizzera” – Sansoni – 1968 – p. 127). Ed è proprio nel solco di queste considerazioni che prende le mosse e si sviluppa “Lettere d’amore tradite”.

A seguire nella seconda parte il commento a “Lettere d’amore tradite”.

2 risposte a "“Lettere d’amore tradite” – Gottfried Keller – Prima parte"

  1. marisasalabelle 17 Maggio 2022 / 15:45

    Ho letto Enrico il Verde, un libro sicuramente d’altri tempi, per linguaggio, stile, “lentezza”, ricco di fascino e di suggestione. Che Keller sia stato fonte di ispirazione per Walser, è evidente. Sono autori cui non siamo più abituati, con un andamento non certo incalzante, ma che se avvicinati con pazienza e tempo a disposizione si rivelano straordinari.

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    • ilcollezionistadiletture 17 Maggio 2022 / 21:28

      Mi fa molto piacere sapere che Keller è un autore a te familiare. È vero, Keller come Walser sono scrittori straordinari perché con poco riescono a dire tanto e lasciano al lettore una ricchezza di impressioni e una godibilità di lettura impareggiabili. Keller poi – come avviene in questa novella – sa essere estremamente acuto e, al tempo stesso, molto divertente. Una leggerezza la sua piena di contenuti sferzanti. Peccato che non sia letto e conosciuto di più, vittima, come penso egli sia, dell’idea, sbagliata, di essere un autore vecchio e sorpassato.
      Grazie della visita e un carissimo saluto.
      Raffaele

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