“La principessa di Clèves” – Madame de La Fayette

““La Princesse de Clèves”,…è il primo incontestato capolavoro che vanti la letteratura psicologica in Europa. Senz’altro, è il primo vero <<romanzo moderno>> in ordine di tempo, sebbene abbia visto la luce nel 1678”. (Sibilla Aleramo – “Nota” in Madame de La Fayette – “La principessa di Clèves” – SE – 1997).

“”La principessa di Clèves”…è un testo che occupa un posto di assoluto rilievo nella storia della letteratura ed è stato considerato come il primo romanzo francese, nel senso moderno del termine…[un testo che] ha affascinato lettori di epoche diverse, da Stendhal a Camus.” (Vincenzo Papa – “Introduzione” in Madame de La Fayette –“La principessa di Clèves” – Oscar Mondadori – 2022).

““La principessa di Clèves”, scritto tra il 1672 e il 1678, è a tutti gli effetti da considerarsi il primo vero classico della letteratura francese. Onnipresente nelle antologie degli studenti d’oltralpe, primo tra i testi letterari in programma nei licei e nelle università francesi, da sempre abita il cielo immutabile e perennemente luminoso che il canone riserva alle opere fondamentali, alle stelle fisse della letteratura di tutti i tempi” (Isabella Mattazzi – “Introduzione” in Madame de La Fayette – “La principessa di Clèves” – Neri Pozza – 2014).

…questo non è…il romanzo della coscienza chiara e della volontà lucida: il mondo abissale dei sentimenti rimane incerto, confuso, inconoscibile. Il discorso con cui la principessa cerca di analizzare la propria inquietudine è sempre una riflessione retrospettiva, che interviene troppo tardi e che si esercita ormai invano su gesti impulsivamente compiuti, su atteggiamenti incontrollati e incontrollabili, dettati da una forza sorda e misteriosa;…La stessa varietà delle opinioni, antiche e recenti,…indicano come questo libro sia solo apparentemente semplice, ingannevolmente nitido.” (Fausta Garavini – “Postfazione” in Madame de La Fayette – “La principessa di Clèves” – SE1997)

Questa breve panoramica di autorevoli giudizi e molti altri, altrettanto autorevoli, se ne potrebbero aggiungere, fa comprendere, in modo immediato, l’altissimo valore oltre che l’altissima importanza che riveste questo romanzo non solo nell’ambito della letteratura francese ma nella storia della letteratura tout court. Ma, assodato ciò, ci si potrebbe chiedere se questo romanzo così temporalmente distante da noi, scritto in un contesto storico-culturale e letterario che non ci appartiene più, in un’epoca altra rispetto alla nostra, possa avere ancora per noi motivi di interesse tali da giustificarne la lettura, non solo per il “ruolo” letterario che riveste ma per il piacere in sé che la sua lettura può darci. Ci si potrebbe insomma chiedere se “La principessa di Clèves” può risultare ancora oggi un romanzo appassionante e avvincente sul piano emotivo e stimolante e coinvolgente su quello interpretativo.

Ebbene, per quella che è stata la mia esperienza di lettura ritengo che lo sia e che lo sia ampiamente, possedendo, a tutt’oggi, una bellezza della prosa, una ricchezza di significati e un’intensità in ciò che narra e in come lo narra impareggiabili. “La principessa di Clèves” è assai meno distante da noi di quanto si possa pensare perché ciò che in esso vi è narrato ha a che vedere con sentimenti e valori universali, a partire da quello dell’amore, intorno a cui il romanzo ruota, con tutto ciò che questo sentimento porta con sé in termini di lealtà/tradimento, fedeltà/infedeltà, ragione/passione, sincerità/dissimulazione, sogno/realtà. Per proseguire con le sue implicazioni sociali declinabili in termini di autenticità/apparenza, conformismo/trasgressione, perbenismo/ipocrisia che nel romanzo sono costantemente presenti in conflitto tra loro.

Ma a rendere “La principessa di Clèves” un romanzo “moderno”, quale esso è, contribuisce anche l’estrema varietà delle chiavi di lettura che il romanzo offre e lascia aperte. Se si assume in tal senso la questione della famosissima “confessione” che la principessa di Clèves fa al marito con la quale gli confessa quell’attrazione che ella prova per il signore di Namours, pur non essendosi ella mai dichiarata a quest’ultimo, né avendo fatto alcunché per attirarlo a sé, potendo perciò esimersi dall’ assumersi quella “colpa”, le ragioni addotte per comprendere e ”spiegare” il senso di quella confessione sono state le più diverse: “…onestà, smarrimento, eroismo mal compreso, gusto delle situazioni pericolose, civetteria, crudeltà (nei confronti del marito) e forse [queste] non esauriscono la lista delle ragioni che sottendono un contegno fondamentalmente ambiguo…”(F.Garavini – cit.). Ma questo della “confessione” se pur resta l’aspetto più controverso e più aperto alle possibili letture ed interpretazioni, tuttavia non è il solo, possedendo tutto il romanzo, nel suo insieme, una ricchezza e varietà di vissuti e di risvolti, nei comportamenti e nella psicologia dei personaggi, e negli sviluppi e nell’ avvicendarsi degli avvenimenti, tali da renderlo estremamente sfaccettato e imprevedibile.

Ora, come detto, “La principessa di Clèves” contiene aspetti fondativi del romanzo moderno e ciò in aperta difformità con quella che era “…la moda dei lunghi romanzi sentimentali, barocchi, infarciti di personaggi e di avventure improbabili, di dialoghi interminabili e senza alcun rapporto con l’azione” (V. Papa – cit.), propria dei romanzi seicenteschi. Ne “La principessa di Clèves” prevale invece, prima di tutto, la profondità dell’analisi psicologica ed essa entra in campo in una terra: la Francia che, da quel momento, non solo se ne nutrirà nella sua letteratura, ma ne nutrirà l’intera letteratura: “…la psicologia, in una terra che se n’era in ogni tempo nutrita, da Madame de La Fayette a Proust…” (Giovanni Macchia – “Il mito di Parigi” – Einaudi – 1965). E poi la compattezza e la essenzialità dell’intreccio, la messa a fuoco dell’interiorità dei personaggi, a partire dalla sofferta interiorità della Principessa che, del romanzo, ne è l’assoluta protagonista e la cui vita interiore darà coesione a tutto il racconto.

Ma anche l’ancoraggio alla realtà è un aspetto fondamentale del romanzo. In questo senso lo si può definire un romanzo storico dato che la sua ambientazione è all’interno di un preciso momento e contesto storico di cui veniamo resi partecipi. Esso è infatti ambientato intorno al 1598 -1599, periodo importante, “ricco di fatti d’armi, incontri di potenti e negoziati delicati” (V. Papa – cit.), essendo il 1599 l’anno della pace di Cateau – Cambrésis, la pace che pose fine alla guerra più che trentennale tra Spagna e Francia. E le vicende del romanzo intersecano quei fatti e quegli avvenimenti, avendo esse, come ambientazione, la corte del re di Francia Enrico II.

Quell’ Enrico II di Valois che firmerà quel trattato di pace di Cateau – Cambrésis, il quale sarà sancito, in quello stesso anno, dal matrimonio dinastico tra il Re di Spagna Filippo II e Elisabetta di Valois, figlia di Enrico II e di Caterina de’ Medici. Colei che, nel 1533, quando sia lei che il futuro re hanno entrambi 14 anni, gli viene data in moglie e che, nel 1547, quando Enrico II diviene re di Francia, ne diverrà la regina. Tutti personaggi questi che vedremo ampiamente presenti nel romanzo, la cui cornice storica circonda in modo scrupoloso la vicenda della principessa di Clèves “creata” da Madame de La Fayette.

Abbiamo quindi una sorta di “strabismo” in questo romanzo dato dalla distanza fra gli anni in cui esso è ambientato rispetto a quelli in cui viene scritto. Ma ciò non è un caso essendo, questa distanza, una ben precisa scelta narrativa adottata da Madame de La Fayette, rientrante in un “genere” che prese piede negli anni in cui avviene la stesura del romanzo: “Le linee guida di questo progetto tenderanno alla brevità eliminando ogni tipo di aggiunta ornamentale…mantenendo, come eroi, grandi personaggi, nobili fra i nobili, che conservano intatti i privilegi del loro rango…e [collocando la vicenda narrata] in un’epoca storica sufficientemnte vicina perché si possa verificare l’esattezza dei fatti, ma abbastanza lontana perché la loro immagine non subisca le fluttuazioni di un’attualità sempre in movimento. “La principessa di Clèves” è stato riconosciuto come il prodotto più riuscito di queste determinazioni e il solo che abbia superato l’usura dei secoli, forse perché l’unico ad aver trovato la formula della loro sintesi e del loro dosaggio, che è ciò che distingue il vero capolavoro.” ( V. Papa – cit.)

Ma a sua volta la vita di corte di Enrico II, di sua moglie Caterina de’ Medici e degli altri nobili che della corte fanno parte non è altro che uno specchio, neppure tanto lontano, in cui si vede riflessa la corte di Luigi XIV, “il Re Sole” che regnò dal 1643 al 1715, regno di cui Madame de La Fayette ne fu una contemporanea, e della cui corte ella stessa ne fu partecipe. Come è stato infatti osservato, “E’ del tutto semplice leggere in filigrana, dietro la minuziosa ricostruzione storica della corte di Enrico II , la Versailles di Luigi XIV, in cui si muove la stessa Mme de La Fayette. Nata Marie-Madeleine Pioche de la Vergne, figlia della piccola nobiltà, amica intima di François de La Rochefoucauld [l’autore delle famose “Massime”] e animatrice di uno dei salotti più importanti del tempo, ella è un’impeccabile dama di corte. Sposata a un gentiluomo di campagna – il conte François de La Fayette [dal quale le derivò il titolo di contessa] – appartiene di fatto allo stesso universo della sua protagonista. Le modalità di comportamento che regolano la vita della principessa di Clèves sono esattamente le sue.” (I. Mattazzi – cit.)

Ma Madame de La Fayette non fu solo una cortigiana alla corte di Luigi XIV, ma fu una vera e propria scrittrice, autrice, oltre che de “La principessa di Clèves”, di altre opere, sia più tradizionali, sia più simili a “La principessa” ed aventi queste ultime, in comune con “La principessa”, un analogo denominatore: “[questo tipo di]…narrativa di Madame de La Fayette…ruota ossessivamente intorno ad un unico tema: la terribile follia dell’amore, inadeguata alla vita e a cui la stessa umana fragilità non riesce ad adeguarsi.” (F. Garavini – cit. ).

Ma è rilevante nella biografia di Madame de La Fayette non solo l’ affettuosa amicizia ma, ancor più, l’ intensa complicità intellettuale che ebbe con François de La Rochefoucauld. In compagnia dello scrittore frequentò tutti i salotti culturali di Parigi, confrontandosi con i maggiori intellettuali dell’epoca, come Jean Racine. In tal senso, “…[in relazione a “La principessa di Clèves”] La critica ha individuato precise analogie e puntuali riscontri fra le “Massime” di La Rochefoucauld e i casi de “La principessa di Clèves”, ma il gioco delle influenze fra i due testi è difficilmente determinabile. Esiste senza dubbio una consuetudine di discorso comune a cui è ovvio far risalire le convergenze, e del resto il lavoro di equipe rientra nella pratica corrente dell’epoca…Parlare di un unico autore per “La principessa di Clèves” potrebbe essere quindi, in certa misura, una convenzione. Ma è una convenzione che si può adottare tanto più che Madame de La Fayette finirà più tardi per ammettere velatamente, in una lettera…il proprio ruolo primario nell’elaborazione del testo. [Si tenga infatti presente che ] …“La principessa di Clèves” apparve senza nome d’autore e Madame de La Fayette non ne ha mai riconosciuto pubblicamente la paternità.” (F. Garavini – cit.). Peraltro diverse sue opere uscirono firmate con pseudonimi in quanto era considerato sconveniente, per una donna del suo rango, esercitare l’arte della scrittura ed altre sue opere restarono per lo stesso motivo inedite mentre lei fu in vita e verranno pubblicate postume.

Tornando al contesto storico all’ interno del quale è ambientato il romanzo va detto che questo contesto, che fa da cornice e da contenitore, è in realtà funzionale alla evidenziazione del contrasto lacerante che si genera tra le regole, gli atteggiamenti, le convenzioni, pubblicamente accettate e condivise, proprie di quel contesto e la vicenda tutta personale, intima, privata e, come tale, solitaria e straniante che la Principessa si troverà a vivere. Il realismo de “La principessa di Clèves” sta quindi nel fatto che esso svela, denuda, smaschera la realtà in tutta la sua prosaicità, per quello che è e per come essa è: “Il romanzo sarà deliberatamente profano, descriverà il mondo com’è nel suo funzionamento” ( V. Papa – cit.), contrapponendole, per contrasto, il segreto della coscienza, la potenza inarginabile e insopprimibile del desiderio, l’autenticità e la profondità di sentimenti forti ed estremi, il bisogno e la necessità della verità senza compromessi, l’emotività oltre modo acuita, la purezza ma anche la durezza con se stessi, l’integrità tra essere e apparire, l’assoluto morale, tutti aspetti questi che caratterizzeranno il vissuto e il sentire della Principessa

In un mondo quale quello in cui è ambientato il romanzo e cioè quella corte di Enrico II colta nel momento del suo apogeo e del suo massimo splendore, la quale esprime uno stare al mondo fondamentalmente amorale, l’altezza del dettato morale portato all’ estremo dalla principessa di Clèves risalterà in una modalità che ha i caratteri dell’ “eroico”. Laddove infatti, nell’ambito della corte, attraverso la messa in pratica costante della dissimulazione – termine che, per intenderci, ha come suoi sinonimi: mascherare, falsare, nascondere, celare, mimetizzare, coprire – si attua, di fatto, una doppiezza tra ciò che viene fatto apparire nei comportamenti che vengono esibiti e quelli che sono invece i tradimenti, gli intrighi, gli inganni che vengono agiti, il non essere come gli altri, essere diversi è un peso, un fardello, un esercizio che implica, così come implicherà per la principessa di Clèves, sacrificio di sé.

In quell’ “…universo claustrofobico perennemente immerso in una rete di sguardi e giudizi” (I. Mattazzi – cit.) che è la corte in cui la vita di tutti è pubblica ciò non impedisce che, a partire dagli stessi sovrani, tutti siano adulteri, tutti abbiano relazioni clandestine, tutti vivano vite fatte di seduzione e di appagamenti narcisistici. Il re stesso ha una vita parallela, Diana di Poitiers è l’amante ufficiale del re, così come era stata l’amante ufficiale di suo padre il re Francesco I, e Diana tiene il re nelle sue mani e resterà sempre la donna amata dal sovrano fino alla sua morte. Ma anche Caterina de’ Medici ha i suoi intrighi con il Visdomino di Chartres, e tutti sono osservati e osservano.

E in tale contesto il non prestarsi a ciò, il restare tormentatamente fedeli alla propria coscienza, il non concedersi anche se si prova un perturbante e ardente sentimento amoroso la cui soddisfazione avrebbe come prezzo il tradimento del vincolo coniugale, l’anteporre al desiderio un’intransigente quanto sofferta integrità con se stessi e con il mondo caratterizzerà a tal punto la principessa di Clèves da renderla sempre e comunque incapace di fingere e perciò votata per natura, ancora prima che per scelta, all’affermazione della sua verità.

2 risposte a "“La principessa di Clèves” – Madame de La Fayette"

    • Avatar di ilcollezionistadiletture ilcollezionistadiletture 25 marzo 2026 / 16:29

      Mi fa piacere avere suscitato la tua curiosità nei confronti di questo libro che è un assoluto capolavoro. In effetti anch’io l’ho scoperto da non molto tempo e mi ha subito affascinato. La sua fama è ampiamente giustificata.

      Grazie della visita e buona lettura sin d’ora, spero ti piaccia.

      Raffaele

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