“L’airone” – Giorgio Bassani

“Si riempiva la bocca della polpa fra dolce e acidula dei crostacei, e ingoiava: mandando poi giù lunghe sorsate di vino, o ingozzandosi di pane. Ciò nonostante, molto presto si sentì disgustato del cibo e di se stesso. A che pro? – si diceva – …A mano a mano che lo stomaco gli si veniva gonfiando, gli aumentava dentro anche lo schifo…Di nuovo non c’era più niente che non lo urtasse, non lo ferisse. Fra un boccone e l’altro gli bastava, non so, alzare il capo, volgere gli sguardi in giro per la sala; e ogni volta, puntualmente,…era preso da un senso di invidia…Come erano tranquilli e beati, gli altri, tutti gli altri!…Come erano bravi a godersi la vita! La sua pasta si vede era diversa, inguaribilmente diversa, da quella della gente normale che, una volta mangiato e bevuto, non bada che a digerire. Accanirsi a mangiare e a bere, infatti, a cosa gli sarebbe servito, a lui?”

C’è, in questo brano, una duplice sensazione che arriva al lettore: il sentirsi investiti da un acuto senso di esclusione e il percepire un profondo senso di disgusto. Un senso di esclusione e un senso di disgusto che sono di colui e in colui a cui questa descrizione fa riferimento e lo sono in modo radicale visto che al disgusto e all’esclusione fanno immediatamente riscontro, come fossero lì da sempre, quel sentirsi ferito da ogni cosa e quel sentirsi diverso dagli altri che isolano il personaggio dentro sé stesso. Come, cioè, se egli non avesse a che fare con il mondo, come se ne fosse solo uno spettatore. Un vedersi vivere “da fuori” laddove, gli altri e il mondo, sono “dentro” e perciò solo in sé stesso e con sé stesso gli è dato vivere.

Ovviamente c’è una solitudine in tutto questo, una solitudine oggettiva, che affonda nella propria natura e nella propria storia, come fosse quasi una vocazione a vivere distanti. Sancendo la distanza non solo una differenza ma anche un fastidio, un disgusto che rende le cose, il mondo, gli altri, persino sé stessi, insopportabili. E, nella spietatezza di questa condizione, ne discende quell’interrogazione: “a che cosa gli sarebbe servito”, dato che nulla, in effetti, a colui di cui si sta parlando ormai serviva davvero.

La scena descritta nel brano fotografa un punto della giornata che Edgardo Limentani, il protagonista de “L’airone”, condurrà, dalle prime ore dell’alba fino alla tarda notte, per andare dalla sua casa di Ferrara nelle valli del Po, cioè nell’area del delta, ad effettuarvi una battuta di caccia agli uccelli che popolano quell’ambiente, facendo, al termine di quella giornata, ritorno a Ferrara. Quella giornata sarà quindi, prima di tutto, un viaggio: da Ferrara a Codigoro, poi da Codigoro a Volano e relativi ritorni, ma un viaggio che, da fisico, si muterà, in realtà, in un vero e proprio viaggio esistenziale. E, come tale, porterà Edgardo Limentani a dare un “senso” a quella giornata che si rivelerà per lui decisivo in quanto, con esso, egli darà un senso a tutta la sua vita.

Un senso finalmente suo che lo riapproprierà con la vita, restituendogli una vita finalmente sua. Quello infatti sarà l’ultimo giorno della vita di Edgardo Limentani che sceglierà, liberamente e deliberatamente, di mettervi fine alla fine di quella giornata. Ma quello che a noi appare un tragico epilogo sarà, per Edgardo Limentani, un riprendersi la vita. Un liberarsi da quel dolore, da quel non senso, da quella mediocrità del vivere divenuti per lui paralizzanti. Sostituendo con quanto di più vero: la morte, quel finto che era diventata per lui la vita. Un desiderio di annullamento che superando la paura della morte libera dall’angoscia di vivere: “…sentiva lentamente farsi strada, dentro se stesso, confuso, ancora, eppure ricco di misteriose promesse, un pensiero segreto, che lo liberava, che lo salvava…Se gli era bastato immaginarsi morto per sentirsi travolgere da un’onda improvvisa di felicità – ragionava fra sé e sé, sorridendo -, allora perché non uccidersi? E perché non farlo al più presto? No: lo avrebbe fatto stanotte stessa, in camera, col Browning o con la Krupp. E sapeva già in che modo. Guidava lungo la strada di Ferrara nella notte fredda e limpida, rischiarata dalla luna…Ogni tanto scuoteva il capo. Come diventava stupida, ridicola, grottesca, la vita, la famosa vita – si diceva – …e come ci si sentiva bene immediatamente, al solo pensiero di piantarla con tutto quel monotono su e giù di mangiare e defecare, di bere e orinare, di dormire e vegliare, di andare in giro e stare, in cui la vita consisteva! Per la prima volta, forse, da quando era al mondo, gli capitava di pensare ai morti senza paura. Soltanto loro, i morti, contavano per qualche cosa, esistevano veramente.”

Nel gesto disperato di Edgardo Limentani c’ è un contenuto di verità e di autenticità che nella sua esistenza non c’era – forse disperso o forse mai esistito – che non trovava affermazione, che restava soffocato, indicibile. Limentani, con quel gesto, spezza, a suo modo, la barriera che lo separa dal mondo e vi entra a modo suo, facendosi forte nella e della sua debolezza: “…per Limentani la morte, alla fine di una giornata condotta…nel senso totale di estraneità e assurdità di tutto il circostante, è tensione alla rottura della lastra di vetro, disperata volontà, da “fuori”, di inserirsi finalmente almeno una volta “dentro”: “Ancora una volta era come se fra lui e le cose che vedeva si levasse una specie di sottile e trasparente lastra di vetro. Le cose tutte “di là”; e lui, “di qua”, a guardarle ad una ad una e a meravigliarsene”” (Anna Dolfi – “Giorgio Bassani. Una scrittura della malinconia” – Bulzoni – 2003 – pp. 39-40)

Di fatto Edgardo Limentani era già morto da vivo o, quanto meno, era un moribondo. Nulla in lui era più in grado di suscitargli qualcosa e quell’indifferenza alimentava solo la sua angoscia, come una malattia, una malattia mortale che lo stava uccidendo: “Bastava guardare le cose della vita da una certa distanza per concludere che valevano, tutte quante, per quello che valevano: e cioè niente o quasi”. Perché tutte le volte che Edgardo Limentani cerca di avvicinare le cose, i luoghi, le persone se ne ritrae deluso e respinto. C’è sempre dietro la prima impressione, il primo apparire, il primo sguardo che creano l’attesa e l’illusione, la miseria e la disillusione che da quelle cose, da quei luoghi, da quelle persone promana.

“L’airone” diviene quindi progressivamente il resoconto di un vero e proprio viaggio funebre, denso e punteggiato come esso è di segnali e di simboli mortuari, con le sue stazioni e le sue tappe. Modellandosi in Edgardo quella progressiva presa di coscienza di quella “soluzione finale” che gli si presenterà come una rivelazione, un’epifania. Un percorso quindi di avvicinamento all’idea della morte, in cui quell’idea “lavora” dentro Edgardo fino a sfociare in una luminosa consapevolezza, facendo di un “cadavere vivente” un essere umano. Perché è proprio il contenuto umano e di umanità che umanizza quel gesto e restituisce ad Edgardo una dignità, nel segno di una pietà e di una compassione profonde.

E quel percorso troverà il suo acme simbolicamente premonitore nell’airone. Che appare sulla scena come se fosse già predestinato a morire e la cui successiva uccisione diverrà un evidente annuncio del destino di Edgardo. Ma non sarà lui ad ucciderlo, in realtà Edgardo Limentani non tirerà un solo colpo di fucile durante quella battuta di caccia, assistendovi da dentro quella “botte” da cui avrebbe dovuto sparare. Non ne sarà capace, non ne avrà la forza, sentendo invece un profondo disgusto per il sangue di tutti quegli animali uccisi che vedrà scorrere.

In realtà quella battuta di caccia era stata per lui una decisione come un’altra presa, più che altro, per allontanarsi almeno per un po’ dai luoghi e dalle persone abituali. Dalla moglie Nives, sposata più per necessità che per amore dato che Edgardo Limentani, proprietario di una vasta tenuta, in quanto ebreo, a causa delle leggi razziali, avrebbe rischiato di perdere le sue terre e quindi le aveva intestate alla Nives che ebrea non è, la quale però, adesso, a guerra finita, di fatto, di quelle terre, ne è la padrona. Una moglie quindi mai amata davvero e con la quale non ha più alcuna effettiva intimità. Dalla figlia, dalla quale, dolorosamente, sente, anche da lei, la distanza. Dalla vecchia madre alla quale Edgardo resta profondamente legato, ma che pur vivendo in casa con loro è, anche perché malata, come se vivesse rinchiusa in suo mondo che finisce per rendere anche lei distante. Persone da cui Edgardo si sente in realtà braccato, da cui ha bisogno di “staccare” per alleviare l’opprimente estraneità.

Ma nessuna delle cose che Edgardo Limentani farà durante quella giornata avrà per lui un vero significato, risponderà a un reale bisogno, né sarà motivato dal dovere o dal piacere. Dal lento e tormentato risveglio mattutino, alla laboriosa partenza. Dalla prima sosta a Codigoro all’arrivo a Volano dove Edgardo arriverà in grande ritardo rispetto al previsto. Rivelando, quel suo rallentato procedere, la sua indeterminatezza e la sua inedia, quasi non avesse una reale convinzione in ciò che egli sta facendo se non, forse, solo quella di raggiungere quei luoghi solitari e distanti ai quali è diretto, per allontanarsi e separarsi ancor più dal mondo, quasi per trovare in essi un sia pur effimero rifugio, una temporanea protezione.

Poi l’ irrompere della battuta di caccia, il rientro a Codigoro fermandosi a mangiare nella locanda – cui si riferisce la scena descritta e riportata all’inizio – e poi a dormirvi, facendo un terribile sogno. In cui Edgardo si percepisce come ormai privo di energia vitale, come fosse già morto, in quella straziante scena con quella donna che, entratagli in camera, di fronte a lui che gli mostra il membro, gli dice: “Cosa vuoi baciare. Non vedi come è ridotto? Sei proprio a terra…Sei proprio senza.” E, lasciata la locanda, da quel momento in poi, in giro per Codigoro, quello di Edgardo sarà “…un andare, un vagare senza meta, nella ricerca di quanto possa placare e attenuare il senso di vacuità: una sorta di dilazione concessa a se stesso prima del gesto fatale, nell’attesa di comprenderlo come l’ultimo e unico risolutivo” (A. Dolfi, cit. p. 122)

Ma in quella vuota, assurda e alienante giornata l’unico essere a cui Edgardo si sentirà realmente vicino, che sentirà non estraneo, anzi affine sarà proprio l’airone che mentre, a fatica e indebolito, si aggira vicino alla “botte”- ferito dalla fucilata di Gavino, il cacciatore, quello vero, che accompagna Edgardo e che tirerà giù uccelli a non finire – così viene descritto da Edgardo che lo osserva: “…si illudeva a un punto tale, era chiaro, povero stupido, che se a pensare di sparargli non gli fosse sembrato, a lui, di star sparando in un certo senso a se stesso, gli avrebbe tirato immediatamente. E così se non altro sarebbe finita.” E poi, in una successiva e ulteriore identificazione: “…l’airone aveva dovuto sentirsi all’incirca come lui adesso, senza la minima possibilità di sortita.”

L’airone era apparso dal nulla. Un “uccello isolato…piuttosto grosso…però sproporzionato…[che volava] con fatica, arrancando…buffa bestia! Valeva la pena di chiedersi che cosa lo avesse indotto a volare tanto a lungo così, contro vento o quasi, che cosa fosse venuto a cercare talmente lontano dalle rive, nel mezzo della valle”. L’airone rispecchia Edgardo e nell’airone Edgardo si rispecchia. L’airone, come Edgardo, appare “isolato”, goffo e affaticato nel procedere, come si fosse smarrito e fosse smarrito, in una indeterminatezza nel perché egli sia lì che richiama l’analogo “non senso” che ha portato lì Edgardo.

Ma l’airone, così come le altre decine di uccelli abbattuti da Gavino non sarà risparmiato e la vita, in quel momento, in quella palude, si manifesterà a Edgardo così come egli ben sa: in tutta la sua disperata ferocia e in tutta la sua immensa fragilità. E Edgardo, non sparando, si ribella, a suo modo, a quella violenza ma, al tempo stesso, vi assiste impotente, alzando solo un debole lamento: “Girò la testa dalla parte di Gavino “Non basta?” si lagnò a mezza voce”, mentre Gavino, che si comporta in modo “normale”, nell’essere artefice della sanguinaria realtà di quel massacro incarna la cruda e crudele realtà delle cose.

Ma quella morte, che si manifesta prepotente nello sterminio degli uccelli e, tra essi, de l’airone, non sarà quella che ispirerà Edgardo, al contrario ad ispirare Edgardo sarà una morte che trascende la morte, che la fissa, nella sua rigidità, in una bellezza che la eternizza, una morte che fa diventare più vivi dei vivi: “…si trattava della bottega d’imbalsamatore…la vetrina gli splendeva davanti come un piccolo, assolato universo a sé stante, contiguo ma inattingibile. Lo sapeva bene: c’era la lastra, in mezzo, a renderlo tale. E allora…si avvicinò di più, fin quasi a toccare il vetro con la fronte, a sentirsi sfiorare il volto da un freddo più freddo di quello dell’aria di sera. Di là dal vetro il silenzio, l’immobilità assoluta, la pace. Guardava da una ad una le bestie imbalsamate, magnifiche, tutte, nella loro morte, più vive che se fossero vive…Vivi anche gli uccelli, di una vita che non correva più nessun rischio di deteriorarsi…diventati belli, certamente più belli di quando respiravano…lui solo, forse – pensava – era in grado di capirla davvero, la perfezione di questa loro bellezza finale e non deperibile, di apprezzarla sino in fondo”

In quella piazza di Codigoro, serotina, deserta, fredda ma scintillante per la luce che la vetrina emana, gli animali impagliati gli si presentano, come per incanto, immuni da ogni possibile offesa, ora e per sempre inattaccabili. Edgardo si avvicina a quell’ennesima lastra per annullare, il più possibile, la separatezza del “dentro” dal “fuori”, divenendo partecipe di quel silenzio, di quell’immobilità assoluta, di quella pace che preludono, liberatori, alla morte. Che, il freddo della lastra: “…più freddo di quello dell’aria della sera”, gliela annuncia.

Limentani rivendica la comprensione di una bellezza che è insita in quel suo proprio ed esclusivo atto di libertà ma che è anche insita in un’ intoccabilità e in una purezza che quegli animali trasmettono le quali rimandano alla bellezza di una “natura morta” e, da lì, alla morte in sé a cui egli aspira. E sarà in quel momento che Edgardo vede epifanicamente la sua morte e ad essa si predisporrà in un alone di leggerezza: “Più si avvicinava a Ferrara e più le sue riflessioni si facevano allegre, leggere”. Quella morte è, per Edgardo Limentani, comunque una conquista, una risposta alle sue pene, uno scampo. La scelta di anteporre il coraggio di morire al coraggio di vivere non ha né vinti né vincitori. Non è quella di Edgardo Limentani una scelta autodistruttiva, non più di quanto lo fosse, dal suo punto di vista, continuare a vivere, laddove la vita ha un’inevitabile, ma non per tutti uguale, né sopportabile, sofferenza. E, come ha scritto Bassani stesso parlando del suo personaggio: “Solo così può, in qualche modo, tornare al mondo. Morendo.” (A. Dolfi, cit. p.127)

“L’airone” (1968) è il “libro quinto” del cosiddetto “Romanzo di Ferrara” in cui Bassani ha raccolto la sua opera narrativa ricomprendendovi l’insieme dei suoi libri: “Le cinque storie ferraresi” (1956); “Gli occhiali d’oro” ( 1958); “Il giardino dei Finzi-Contini” (1962); “Dietro la porta” (1964) ed infine “L’odore del fieno” (1972) che è il sesto ed ultimo libro. Sebbene quindi “L’airone” non sia l’ultimo dei libri che compongono il “Romanzo di Ferrara” esso però è, a tutti gli effetti, l’ultimo romanzo di Bassani, data la natura quasi diaristica, fatta di brevi prose, apologhi, notizie de “L’odore del fieno”. Ma oltre ad essere cronologicamente l’ultimo romanzo “L’airone” è anche quello in cui Bassani raggiunge in modo più alto ed acuto l’apice di quell’ “iter malinconico” che attraversa e connota la sua opera, laddove, in tutti i suoi libri, “La morte accompagna ciascuna delle situazioni narrate, sia che ne costituisca variamente l’antefatto o l’epilogo…[e in questo contesto], che potremmo definire un clamoroso e quasi unico iter malinconico all’interno della nostra letteratura novecentesca, “L’airone”, comunque si pensi di attraversare l’opera di Bassani, torna ad occupare una posizione determinante. Centrale…” (A. Dolfi cit., p. 99)

In esso troviamo temi fondamentali di Bassani quali la vita vista come esilio, sradicamento e oscura minaccia; il senso acutamente avvertito del passare delle cose, di famiglie che si estinguono, di sentimenti e ideali che nel giorno dopo giorno si sfaldano, della diversità come condizione esistenziale a partire dalla propria condizione di diverso in quanto ebreo. Fino a dirci, come egli fa ne “L’airone”, come la vita stessa con il suo insopportabile disgusto possa uccidere.

E in quella visita alla madre che Edgardo, rientrato a casa, va a trovare come di consueto “verso mezzanotte” nella sua stanza, nella quale il congedo dalla madre anticipa il suo congedo dalla vita si consuma un lascito di struggente affettività laddove in quella atmosfera che sembra già ultraterrena – sebbene ancora piena di quella tenerezza che madre e figlio, lasciandosi, si scambieranno – tutto sembra traslocare “dentro” un altro mondo “fuori” dal mondo.

“Si chinò a baciarla sulla tempia…Le volse le spalle, riattraversò la stanza, raggiunse la porta. Con la mano sul saliscendi tornò a guardarla…Bianca laggiù, reclusa nel suo bozzolo di luce…

“Buona notte”, ripeté.

“Buona notte, caro Edgardo.””

5 risposte a "“L’airone” – Giorgio Bassani"

  1. Elena Grammann 1 agosto 2019 / 21:35

    Ciao, ho apprezzato molto il tuo articolo su un libro letto troppo tempo fa, probabilmente quando ero troppo giovane per capire. Ne ho un ricordo come di qualcosa di molto grigio, e soprattutto l’impressione che non si capisse da dove usciva, tutto quel grigio. Più tardi, quando ho letto gli altri (tranne Dietro la porta e L’odore del fieno, che non conosco) mi sono sembrati diversi, molto meno cupi (perfino Gli occhiali d’oro). Ho guardato su Wikipedia: Bassani l’ha scritto a cinquantadue anni; sembrerebbe scritto da una persona più anziana, che ha troppo poco tempo davanti anche solo per immaginarsi qualcosa…

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    • ilcollezionistadiletture 2 agosto 2019 / 10:03

      Ciao Elena,
      prima di tutto grazie per il tuo sempre graditissimo apprezzamento. Capisco l’impressione che avevi avuto de “L’airone”, quando dici che lo ricordi “come qualcosa di molto grigio”, nel senso di cupo. Sicuramente è un libro dolentissimo ma la sua tragicità non è fine a se stessa. La vita può uccidere in tanti modi, anche continuando a vivere, e Limentani sceglie di uccidersi, invece di farsi uccidere vivendo. Il paradosso, in questa storia, è che c’è un contenuto evolutivo; un’ uscita, dal punto di vista del personaggio, da tutto ciò da cui fugge. L’unica uscita in una situazione che gli appare senza via d’uscita. Una morte insomma che, simbolicamente, è una rinascita.

      E questa era l’intenzione di Bassani che infatti a questo proposito aveva detto: “Se Limentani avesse avuto una qualche possibilità di svincolo, non ne avrei parlato, questa è la cosa. La novità, l’originalità di Edgardo Limentani, sta soprattutto nel suo aver capito che l’unico modo, per lui, di sopravvivere, è quello di uccidersi. Si uccide, lui, che dentro non ha più niente, niente di niente, proprio perché il suicidio è l’unico modo, per lui, di tornare alla vita; di essere vivo. E’ per questo che io ne parlo. Di che cosa vuole che parliamo, noi poeti, se non di personaggi di questo tipo, che assomigliano a noi? E per quale motivo scrivono, i poeti, se non per tornare al mondo?” (Anna Dolfi – “Giorgio Bassani. Una scrittura della malinconia” – Bulzoni – 2003 – p. 127)

      Infatti “L’airone” Bassani l’ ha scritto prima di tutto per se stesso, per dare uno sbocco ad una sua personale crisi il che spiega anche lo scarto fra il tenore del libro e l’età in cui Bassani l’ha scritto che tu hai notato. In un’intervista (“Perché ho scritto “L’airone”” pubblicata su “La fiera letteraria” del 14.11.1968) Bassani parlando di come stava quando decise di scrivere “L’airone” dice: “Stavo attraversando una malattia mortale. Non vedevo più nessuna delle ragioni che mi avevano fatto esistere. Finiti tutti gli ideali, mi sentivo perduto nel mondo dell’oggettività, smarrito…”

      E, sempre nella stessa intervista, in merito all’esperienza salvatrice che la scrittura de “L’airone” aveva avuto per lui così si esprime: “…è stata una liberazione. Ho provato una felicità immensa. D’un colpo mi sono liberato da due mali: la fatica provata a realizzare il mio progetto (nessun libro, prima, m’era costato tanto) e l’impassibilità davanti alle cose che m’aveva fatto dubitare di me stesso. Finita l’oggettività, il sentirsi un oggetto fra gli oggetti, capace solo di guardare, descrivere, misurare. Che orrore! Come avevo potuto cadere in una simile rete? Mi ritrovavo vivo, capace di emozioni, di reagire. Ho passato una delle più belle estati della mia vita”

      In altre parole quella funzione catartica dell’arte che Bassani traspone in questo romanzo dove “liberando” il personaggio di Edgardo Limentani libera se stesso.

      Un carissimo saluto
      Raffaele

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      • Elena Grammann 2 agosto 2019 / 15:11

        Mi associo al commento di Alessandra: bellissima aggiunta, che permette di gettare un colpo d’occhio illuminante sull’autore (“sentirsi un oggetto fra gli oggetti”…) e di capire meglio l’origine e la qualità del “grigio”.
        Grazie e a presto
        Elena

        Piace a 2 people

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