“L’iguana” – Anna Maria Ortese

“L’iguana” è un romanzo di perlacea bellezza avendone di una perla la stessa lucentezza e lo stesso splendore ma possedendone anche la stessa opaca e misteriosa anima. Risplendente nelle forme fino ai limiti del barocchismo – di un barocchismo elegante e fastoso nelle sue continue e fantastiche creazioni – “L’iguana” è un romanzo che si cela aprendosi a sempre nuovi misteri, in un continuo anelito alla trasformazione, ma anche alla moltiplicazione dei significati e delle identità.

Pervaso da atmosfere seicentesche pur svolgendosi in un luogo che nella sua illusoria realtà è intimamente mentale e fantastico, “L’iguana” è tutto immerso in un’ ambigua evocazione di un che di ispanico e di lusitano, a partire dai nomi dei luoghi: l’isola di Ocaña che è teatro prima ancora che luogo dell’azione, fino ai nomi dei protagonisti: il conte Aleardo che in forza di quella sua casata “per due terzi svizzero iberica” risponde in realtà al nome di “Don Carlo Ludovico Aleardo di Grees, dei Duchi di Estremadura-Aleardi” detto familiarmente “Daddo”; e poi il marchese Ilario e cioè “don Ilario Jmenez dei marchesi di Segovia, conte di Guzman”; i suoi fratellastri “Hipolito e Felipe Avaredo-Guzman”; l’iguana altresì nominata Estrellita.

Perché ne “L’iguana” è come se tutto si svolgesse nell’irreale sospensione di un sogno, in un altrove lontano e dissipato che stravolge regole e canoni impedendo, del romanzo, qualsiasi rassicurante e omologante classificazione. Ed è proprio questo suo essere romanzo di confine e al confine di tutte le cose – posto al limitare di ciò che è reale ma anche di ciò che è irreale, finendo per oltrepassare sia l’idea dell’uno che dell’altro – che fa de “L’iguana” quel romanzo assolutamente altro e oltre che sin dal suo apparire, nel 1965, esso risultò essere.

Siamo in quel terreno tra conoscenza e non conoscenza che ci porta nel cuore dell’opera e della poetica della Ortese e cioè in quella compresenza di “realtà” e di “irrealtà” tale da costituire un binomio indissolubile e inscindibile che costituisce la cifra, il segno inequivocabile e inconfondibile della sua arte, di cui lei stessa ce ne dà una sintesi e una visione quando, proprio ne “L’iguana”, scrive: “…si, vi è del vero…sull’inesistenza di un vero tratto di demarcazione tra reale e irreale..”.

In tal senso si pensi al connubio tra umano e animale incarnato proprio da l’iguana-Estrellita la quale assume dentro il romanzo varie identità: è vecchina, giovinetta, serva, principessa, amante, pur restando al tempo stesso animale e quindi va al di là di della differenza tra umano e animale e diviene altro da ciò, cioè si fa creatura in tutta la pluralità di significati che questo termine ha. E, come dell’animale ne mantiene le fattezze, ella, al tempo stesso, parla e si esprime, si atteggia e si rivela né più né meno come se umana fosse.

E quel connubio è anche nel rapporto tra l’iguana e gli umani nel momento in cui entrambi patiscono e soffrono, trepidano e amano allo stesso modo. Laddove, volendo riportare “L’iguana” ad una delle sue varie possibili letture e cioè quella della favola, l’iguana è come la fanciulla innamorata delle favole divenuta prigioniera di un incantesimo maligno a cui è sottomessa, che l’ha ridotta in cattività. E Aleardo che di lei si innamora e con lei vuole partire è il cavaliere che la vuole liberare. Solo che l’iguana, che pure patisce tutte le sofferenze di quell’incantesimo, però non riesce più a provare lo spirito amoroso che pure aveva conosciuto, incarnando quindi sia la vezzosa fanciulla che è stata che la miserevole e infelice “Iguanuccia” che adesso ella è. E Aleardo nulla potrà per sciogliere quel nodo e realizzare il sogno e il desiderio, sacrificando la sua stessa vita in nome di quel sogno e di quel desiderio.

“L’iguana” è quindi anche un romanzo sull’inappagamento del desiderio, sulla sua ricerca vana e inconclusa, sul perseguimento di una liberazione e di una pienezza dilazionate da un destino arcano e sfuggente. Una ricerca della felicità disattesa da un disegno imperscrutabile, straniante e perturbante. I personaggi sono infatti in una loro perenne e persistente trasognatezza che è cifra del loro carattere ma anche dolente condizione a cui sono assoggettati. E’ come se un oscuro e misterioso sortilegio avvolgesse uomini e cose e li tenesse a sé legati, sottoposti ad un incanto che è anche una maledizione. E pur tuttavia stando sempre dentro un alone poetico che toglie peso e gravità e tiene sospesi in un’eterea levità.

In questo senso la Ortese è una grandiosa creatrice di trame poetiche, la sua prosa è fatta di ritmi ipnotici i quali sprigionano incessantemente moventi emotivi. Al formarsi di un’immagine succede ben presto il suo inesorabile appannarsi ed opacizzarsi, le cose appaiono e scompaiono, non hanno la forza della sostanza ma sono materia in continuo movimento che traslucida si forma e si deforma, si svela e si vela in una sua unica e persino sensuale imprendibilità. E così i personaggi – ma lo siamo anche noi lettori – sono trattenuti in quelle atmosfere sospese, in quel tempo favolisticamente cristallizzato, dentro quei prodigi ricondotti a normalità, dentro quel possibile senza limiti e senza vincoli.

Perché nella Ortese c’è, al fondo di tutto, un che di cosmico, un sentire metafisico, un incombere dell’infinito di cui ne “L’iguana”, in modo particolare, se ne avverte la presenza ma anche tutta la sua silenziosa inafferrabilità. Tutto ne “L’iguana” è folle e tutto è mite, inganno e verità si susseguono e nella finzione delle forme si incastona l’intensità del sentire. In questo senso “L’iguana” ha lo spirito di un poema cavalleresco, abitato da figure che sembrano provenire da quel mondo per i blasoni che essi portano con sé ma anche perché segnati da eventi lontani, carichi di aloni, che affondano nella loro storia e nella loro memoria. E così stemma e stigma si stagliano e si alternano come in un susseguirsi di luce e tenebra.

Pervaso da innumerevoli metafore e simboli, “L’iguana” si fonda narrativamente su un viaggio per mare che da reale ben presto diviene straordinariamente simbolico mutandosi in un’esperienza dell’anima prima ancora che fisica. In una progressione di scoperte e di epifanie che ci portano dentro una serie di realtà su cui aleggia costante e di continuo l’ interrogazione su cosa quelle realtà sono, quale senso esse hanno, a cosa conducono dietro lo spaesamento che il loro apparire suscita. L’inquietudine di ciò che è ignoto accompagna, prima ancora che i protagonisti, noi lettori, costringendoci a convivere con lo stupore per ciò che di magico appare, così come per il modo in cui quel magico si trasforma in moti dell’animo, umano o animale non fa differenza.

Perché per la Ortese esiste un mondo invisibile che si cela dietro quello visibile e la sua scrittura persegue proprio quell’ “arte di illuminare il reale”, così come fa dire a un certo punto ad Aleardo. Ma il reale per la Ortese “non risulta affatto reale” perché: “Purtroppo, non si tiene conto che il reale è a più strati, e l’intero Creato, quando si è giunti ad analizzare fin l’ultimo strato, non risulta affatto reale, ma pura e profonda immaginazione” fa dire ancora ad Aleardo. E questa immaginazione ne “L’iguana” si fa esaltata e visionaria, fiabesca e irreale, creativa e creatrice, geografica e spaziale. E ne siamo subito avvolti allorquando Aleardo, nonché Daddo, approda ad Ocaña, che è isola misteriosa in quanto non menzionata nelle carte e per questo forse del Diavolo, e ne incontra i suoi enigmatici abitatori che gli suscitano quella strana impressione e cioè “che si tratti di gente impietrita”: don Ilario, i suoi fratellastri e, naturalmente, l’iguana.

La quale però ad Aleardo, li per lì, era sembrata essere una “vecchia” ma che, a ben vedere, con sua grande sorpresa, scopre “che quella che egli aveva preso per una vecchia, altri non era che una bestiola verdissima e alta quanto un bambino, dall’apparente aspetto di una lucertola gigante, ma vestita da donna, con una sottanina scura, un corsetto bianco, palesemente lacero e antico, e un grembiuletto fatto di vari colori, giacché era la somma evidente di tutti i cenci della famiglia. In testa, a nascondere l’ingenuo muso verde-bianco, quella servente portava una pezzuola anche scura. Era scalza. E sembrava, benché quelle vesti, dovute a uno spirito puritano dei padroni, la impacciassero non poco, adatta a svolgere tutti i mestieri con una certa sveltezza. In quel momento, però, sembrava proprio non farcela. Una delle sue verdi zampette era fasciata, e con l’altra, sospirando intensamente, essa si sforzava invano di tirare su dal pozzo un grosso secchio. Immediatamente il Daddo, con quello spirito di cavalleria che lo rendeva così amabile,…si precipitò accanto alla bestia, che gli levò in volto due occhietti supplichevoli e fantasticanti, mormorando – mentre il conte prendeva lui il secchio: “Grazie, o senhor! Grazie!””.

Costei, l’iguana, giovane eppure al tempo stesso vecchissima, verde e rugosa, con i suoi occhi tristi e dolci, incarnerà tutte le creature sofferenti – suscitando un commovente sentimento amoroso in Daddo – vittima come essa è di quel trio di signori portoghesi decaduti che sono i suoi padroni e che la considerano invece figura del Male e, come tale, la trattano. E in ciò vi è uno dei grandi temi de “L’iguana” e cioè quello della perdita, che è la perdita dell’innocenza e con essa dell’amore, essendo in ciò il vero Male.

E’ infatti questa perdita – che si fa caduta nella prosaicità del mondo – che genera la rottura del connubio tra animali e uomini, simbolo dell’unità di tutte le cose, e fa si che la sottomissione e il considerare le cose merce prendano il sopravvento, così come appunto ne “L’iguana” accade. E nel farci vedere ciò la Ortese ci fa vedere quelle seconde nature in cui gli uomini precipitano, preda di un inesorabile disincanto, immiseriti in un utilitarismo che, come un ineluttabile processo di degenerazione, diviene l’unità di misura di tutte le cose.

E pur tuttavia qui, come negli altri suoi libri, la Ortese riesce sempre a declinare questa sua “visione” che è politica, esistenziale, etica e utopistica attraverso l’incantamento, da cui quel senso di “cupo incanto”, di “doloroso splendore”, di “crudele dolcezza” che emana la sua scrittura. In questo senso nichilismo e pessimismo nella Ortese sono stemperati sempre da una calda, commovente pietà e dalla capacità di donare grazia e leggiadria anche alle più cupe verità. Perché la Ortese ha il dono e il sentimento della compassione che prova e che trasmette anche a noi. Anzi si può dire che che non sia vero pessimismo quello della Ortese quanto piuttosto un sentimento di esclusione di cui si fa interprete e testimone.

E a suscitarla, la compassione, è quella creatura dell’ “Iguanuccia” resa tristissima e cupa ma, al tempo stesso, anche abbrutita e incattivita da quella condizione di serva in cui è stata gettata, nella quale vive offesa e vilipesa. Ma ciò così non era. Ella era stata amata e adorata da don Ilario che adesso la tratta con fredda estraneità lasciandola alla mercé dei suoi rozzi fratellastri. Egli se ne era innamorato e l’ “Iguanuccia” era stata felice, si sentiva bella e desiderata e, soprattutto, era lei il Bene e non il Male come adesso invece la considerano. E non vi è cosa più straziante, avverte ed ammonisce la Ortese, di “…colui che, dopo, fu riconosciuto come il Male, non era, all’origine, considerato tale, ma tutt’altro, era baciato e accarezzato e gli si fissavano in volto allegri sguardi azzurri, e tutto cantava intorno a lui un canto di amicizia e soavità; se colui, improvvisamente, seppe che vi era stato errore, seppe di essere non il Bene, ma il Male medesimo, la vergogna, la malvagità…sappi, Lettore, che solo costui…sa cos’è il freddo mortale del Male”

Perché don Ilario – che aveva vissuto sin dall’infanzia in comunione con gli animali, avendo sua madre quella scimmietta dal nome Perdita che ella trattava come un figlio, la quale, così come farà con l’ iguana, egli aveva amato – un giorno perde quell’incantamento che lo legava amorevolmente all’iguana e uccide in se stesso quell’innocenza e quell’amore che lo volgevano al Bene e si convince che è il Male che governa il mondo, ripudiando l’iguana, considerata, da quel momento, anch’essa fonte ed espressione di quel Male.

Ambivalente ed elusivo don Ilario non confessa e non confesserà ad Aleardo, che glieli chiede, i motivi di quell’improvviso disinnamoramento. Ma, a noi lettori che li veniamo a sapere, essi rivelano come quella mescolanza con l’iguana appare da un certo momento impossibile per don Ilario, pur penando e soffrendo egli stesso per quel suo voltafaccia. E ciò in quanto il tabù insito in quella mescolanza non si poteva più coniugare con quella imminente “normalizzazione” che sulla sua condizione di nobile impoverito incombeva per poter stare al mondo e alla quale era stabilito che egli si adeguasse come gli era stato preannunciato da certe lettere da lui ricevute da emissari della sua famiglia.

Aleardo, lì giunto, si troverà così a fronteggiare quell’oscuro mondo che gli sfugge al quale vorrebbe affratellarsi ed unirsi ma che gli resta estraneo e ambiguo, in primis per quell’ambivalenza di don Ilario tanto angelico e sognatore quanto falso e manipolatore, tanto straziato e sofferente quanto gelido e reticente, tormentato eppure inamovibile. Doppio persino nel nome, apparendo, all’improvviso, un altro suo nome: quello di Jeronimo Mendes, “…ché tale, e senza alcuna spiegazione, per cui nemmeno noi ne daremo, si rivelò il più profondo nome del marchese”. Laddove, in questo sdoppiamento del nome del marchese, vi è tutta la parabola del suo snaturamento essendo don Ilario, così come egli si presenta all’inizio, un fine letterato, mentre con il nome di Jeronimo Mendes incarna il ricco affarista che egli diverrà alla fine.

E questi continui mutamenti che Aleardo constaterà susciteranno in lui oppressione ed angoscia perché, come un’eroe senza macchia, egli è animato da uno spontaneo candore che lo rende limpido e diverso da quel mondo, pronto com’è a prodigarsi e a donarsi. Aleardo è infatti mosso da una connaturata bontà, pura e disinteressata, e quel mondo enigmatico e misterioso lo stordisce e lo ferisce ma anche lo assoggetta e lo cattura: “Egli era così affascinato dalla sua miseria e solitudine, dalla sua orripilante intensità e fantasticheria, da quella sua irreale dolorosa irrealtà, come da tutti i ridicoli e sconvenienti misteri della famiglia, la vigliaccheria del Mendes-Marchese, l’autoritaria violenza dei fratelli e, ora, anche dalla scoperta che finita per sempre, in Ocaña era la fanciullezza di Estrellita”.

E anche lui si innamora dell’ “Iguana-Estrellita”, innamorandosi dello struggimento, della ferita, dell’oppressione che lo sguardo tenero e disperato dell’ “Iguanuccia” gli trasmette, perché proprio in quell’essere stata amata e ripudiata è la sua grazia e quella pietà che lei ispira scioglie il cuore di Aleardo e lo spinge a volerla salvare portandola via con sé. Aleardo monologa a lungo con se stesso e in se stesso sul destino che vorrebbe dare e riservare all’iguana, su come, attraverso la sua protezione, renderla felice, su come darle serenità e benessere, ma l’iguana si rivelerà refrattaria e indifferente, alienata e immiserita in quella e da quella sua condizione di sottoposta. Aleardo la interroga, la riempie di premure, le offre di partire con lui e di sposarla ma Estrellita si atteggia in modo estraneo, appare amorfa, rinchiusa in suo mondo imperscrutabile e oscuro.

Insomma l’amore di Aleardo non è ricambiato e l’iguana, dopo essere stata respinta, disprezzata e ridotta, come essa è, allo stato di oggetto, appare ormai testardamente tesa solo alla sopravvivenza e alla conservazione. Aggrappata, come fosse un vero tesoro, a quelle sue piccole pietre tonde che gli danno come salario e che ella custodisce e contempla gelosamente. Un grottesco e crudele simbolo di quella mercificazione e di quell’oppressione di cui l’iguana è vittima ma anche unico mezzo che le resta per dirsi che qualcosa è suo e le appartiene.

Ma in ciò l’iguana è emblema di quello che ogni essere diventa quando è assunto come bene economico, considerato cioè unicamente per il suo contenuto di utilità. Laddove il meccanismo stesso finisce per condurre alla sua accettazione, inducendo ad adeguarsi ad esso, venendo tutto riassorbito in quella mediazione dell’utilità che diventa essa stessa la condizione dello stare sulla terra. Non a caso si susseguono nel romanzo riferimenti alle imperanti regole del mercato, all’industria turistica di massa, alle logiche dominanti nel mercato editoriale e lo stesso viaggio per mare di Daddo nasce da un movente economico essendo Daddo da sua madre – spregiudicata e avida immobiliarista milanese – mandato a cercare isole da comprare per poi “costruirvi case e alberghi”. E’ insomma quella mercificazione del mondo a cui tutto è ridotto.

Ma, come un’eccezione che conferma la regola, il Daddo, pur prestandosi a quelle richieste materne, “Di ciò in realtà non sembrava importargli granché. Da qualche parte gli era filtrata nel sangue un’allegria cristiana, che lo faceva indifferente, in fondo, a tutti gli averi, come se il senso delle cose fosse un altro”. E Daddo resterà l’unico infatti estraneo a tutto questo, fedele a se stesso, alla sua autenticità e alla sua purezza, incapace di non essere tale.

Perché se l’iguana-Estrellita ormai esiste solo in quanto “oppresso”, se don Ilario ha definitivamente perso la sua innocenza e la sua capacità di amare finendo per “normalizzarsi” – come gli preannunciavano quelle lettere che aveva ricevuto – attraverso quel matrimonio combinato in cui scambierà il prestigio, se pur decaduto, del suo blasone con le ricchezze di quella giovane americana la quale sbarcherà ad Ocaña con padre e madre classicamente yankee al seguito, nonché avendo con sé un prelato, un chierico e una domestica negra, in una sorta di apoteosi delle convenzioni sociali e religiose dominanti, sarà solo Aleardo a restare al di sopra e al di fuori di tutto.

Sacrificandosi infatti per salvare Estrellita da quel suo “falso o vero (Dio solo può giudicare) tentativo di suicidio”, Aleardo affermerà e manterrà quella sua diversità di essere buono, capace fino all’ultimo di amare e basta. Ma nella morte di Alerdo è possibile immaginare una lettura non sacrificale di quella morte. La sua fine è, a ben vedere, l’unica possibile, data la sua totale estraneità verso ciò che lo circonda, essendo Ocaña e i suoi abitatori “caduti” definitivamente sulla terra, privi ormai di qualsiasi straordinarietà. La morte di Aleardo è conseguenza quindi della sua diversità che si esprime nella sua capacità di non farsi contaminare dalla spoetizzazione del mondo con tutto ciò che di violento essa porta con sé.

E se quella tensione di Aleardo verso il ripudio dell’ingiustizia, quel suo ostinatissimo amore per il bene non salveranno l’iguana, nel senso di sanare le sue ferite e di farle conquistare una sua libertà e una sua liberazione, tuttavia non saranno stati vani. La sua morte sarà per tutti un lutto. Perché da don Ilario, dai suoi fratelli, dall’iguana, persino da quegli americani essa sarà vissuta come una colpa, consapevoli di quanto Aleardo li avesse superati. E quel sorriso che, ormai defunto, egli ha sulla bocca “turbò tutti e li rese partecipi di non so che altezza di questo mondo, che pure si crede merce”.

Alla fine del romanzo quello strano e arcano mondo di Ocaña è ormai scomparso per sempre, ma non l’eredità lasciata da Aleardo. Don Ilario ormai ricco e lontano viveva “In questa speranza, di ritrovare un giorno il conte, e un mondo più disinteressato, [e in ciò] egli trovava la pace”. L’iguana dal momento in cui Aleardo muore assume le sembianze di “una donnina…assai piccola, assai buffa, assai povera”, a segnalare una metamorfosi da animale a umano, in quanto inizio di una metamorfosi ben più profonda e cioè da natura a spirito e, con essa, dall’oppressione all’espressione.

L’iguana e i due Guzman infatti, rimasti sull’isola, “imparavano a leggere e a scrivere, molto faticosamente, ma aiutandosi, vicendevolmente, con molto amore. Erano sicuri, così,…di essere in grado, un giorno, d’indirizzare qualche missiva al Conte, della cui immortalità erano certi” e arriveranno persino a scrivergli un “invito” in forma di versi a lui rivolto con cui si conclude il romanzo.

E se il senso di quello scrivere sta tutto nella morte di Aleardo e nell’amore da lui ricevuto che anche i Guzman, ci dice la Ortese, nel loro intimo riconoscevano, esso tuttavia è anche l’unica possibilità per salvare – in chi ha subito l’ oppressione e il dolore come l’iguana, ma anche per chi è stato oppressore come i Guzman – se stessi, andando oltre quelle loro reciproche condizioni e uscendo dai vicoli ciechi di quelle loro esistenze senza speranza. Lo sviluppo della parola attraverso gli atti del leggere e dello scrivere diventa infatti la chance attraverso cui esistere e vivere, per impossessarsi di un senso e nutrirsene. In una sua intervista del 1977 la Ortese aveva detto: “Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. E’ tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive e legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene. Chi non scrive o non legge mai, o solo su comando – per ragioni pratiche – è sempre fuori casa, anche se ne ha molte. E’ un povero, e rende la vita più povera”.

Ed è questo valore della parola che la Ortese offre e affida a questi suoi personaggi, restituendo loro la possibilità di una metamorfosi positiva per non essere più quella “gente impietrita” che era apparsa ad Aleardo quel lontano giorno in cui era arrivato ad Ocaña.

5 risposte a "“L’iguana” – Anna Maria Ortese"

  1. Silvia Lo Giudice 18 gennaio 2019 / 17:10

    Che fantastico romanzo mi hai dettagliatamente raccontato facendomi affiorare tra i ricordi un’estate piovosa a Bormio mentre leggevo questo libro e mi sentivo tanto un eroe come Daddo. Che abisso, a ripensarci, con lo stile di Il mare non bagna Napoli, però, se ci pensi, le istanze sono le stesse: la compassione verso i più sfortunati, la ricerca di una qualche redenzione. Non è casuale che il poeta Bellezza avesse lasciato scritto di mettere nella sua bara L’iguana dell’Ortese. Grazie di averne parlato così bene.

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    • ilcollezionistadiletture 18 gennaio 2019 / 21:09

      Grazie a te per le tue belle e sentite parole che esprimono tutto il coinvolgimento che la lettura de “L’iguana” ti ha suscitato. E, in effetti, “L’iguana” è un libro bellissimo e assolutamente coinvolgente. Ma sono entrambi, “Il mare…” e “L’iguana”, due libri bellissimi, toccati dallo stesso “doloroso splendore” che la Ortese sa infondere in ciò che scrive. Due libri in apparenza lontani, per le differenti ambientazioni che essi hanno ma, in realtà, assai vicini per come la Ortese riesce in entrambi a trascendere il reale e trasfigurarlo.
      Bellezza e la Ortese, come immagino sai, erano molto legati ed avevano intrattenuto un epistolario fittissimo. De “L’iguana” Bellezza ne aveva curato anche la prefazione di un’edizione definendolo un capolavoro. Non mi sorprende quindi quella richiesta che ha fatto di cui parli, di cui non sapevo.
      Per quanto riguarda Tozzi è stato e continua ad essere un autore assi poco letto ed anch’io, colpevolmente, l’ ho “scoperto” solo adesso. Ma lo riprenderò di sicuro dopo questa prima esperienza, perché mi sono reso conto che è un grandissimo scrittore.
      Grazie di nuovo e buona serata a te.
      Raffaele

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  2. Silvia Lo Giudice 18 gennaio 2019 / 17:22

    Ho visto che hai parlato anche del libro di Tozzi. Io ho letto solo Con gli occhi chiusi… Certo, siamo rimasti in pochi a leggere Tozzi. Buona serata, con calma leggerò la tua recensione di Tre croci. Ultimamente ho desiderio di leggere o di rileggere scrittori italiani.

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  3. Elena Grammann 19 gennaio 2019 / 0:01

    Ciao e bentornato! Bentornato alla grande direi, con la bellissima presentazione di un romanzo a cui rimango molto affezionata pur avendolo letto diversi anni fa. Un libro per nulla facile,come anche gli altri due “animalier” di Ortese, che sembrano applicarsi a depistare le ipotesi e deludere le aspettative troppo semplicistiche del lettore. Ne hai dato un’interpretazione e una chiave di lettura impeccabili, che sottolineano bene il carattere ricorrente di molti personaggi di questa scrittrice : l’ambiguità. Un’ambiguità di matrice romantica che può irritare, ma che rimane fedele alla realtà profonda molto più di quanto potrebbe una facile non-contraddittorietà.
    Ora leggerò gli altri post, mi incuriosisce soprattutto Agota Kristof di cui non conosco nulla.
    A presto allora, e felice di leggerti di nuovo.

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    • ilcollezionistadiletture 19 gennaio 2019 / 10:50

      Grazie Elena, per le tue generose parole e per le stimolanti considerazioni.
      Si, dici bene, l’ambiguità ricorre tantissimo ne “L’iguana” e si può ben dire che tutto ne “L’iguana” è sotto il segno dell’ambiguità. E so di avere insistito, da più punti di vista, su questo aspetto, all’interno del commento.
      Ma, come dici tu, la realtà profonda è così e questo perché c’è un fondo di inconoscibilità delle cose a cui, come dice a sua volta la Ortese, può sopperire solo l’immaginazione. E l’immaginazione non può che lasciare adito alle più svariate possibilità, senza limiti e senza vincoli. Così come dovrebbe sempre essere la letteratura, il cui compito non è di indagare la realtà ma l’esistenza e darne delle sue possibilità, giacché l’esistenza è un campo di possibilità: “Il romanzo non indaga la realtà, ma l’esistenza. E l’esistenza non è ciò che è avvenuto, l’esistenza è il campo delle possibilità umane” (M. Kundera, “L’arte del romanzo”)
      Per quanto riguarda la Kristof, quando potrai, leggi la “Trilogia”, è un assoluto capolavoro.
      Un caro saluto e a presto.
      Raffaele

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