“La classe” – Hermann Ungar – Seconda parte

L’ordine per il professor Josef Blau – il protagonista de “La classe” di Hermann Ungar – è la sua arma per difendersi strenuamente dal mondo, per tenerlo fuori di sé, rinchiudendo se stesso e il suo sé in una soffocante cappa di isolamento segnata da una ben precisa condizione: la lontananza interiore da tutto e da tutti. Un ordine che è non azione, immobilismo, distacco laddove per Josef Blau il muoversi, l’ esprimersi, il dirsi fa automaticamente diventare colpevoli di qualche cosa, espone a contraccolpi incontrollabili, come se l’esistenza non fosse altro che una cupa e oscura scacchiera in cui non appena si muove una pedina si mette in moto una reazione a catena incontrollabile e perciò pericolosissima nella quale un imperscrutabile destino finirà per colpire spietatamente generando colpe o, ancor peggio, letali sensi di colpa, la cui conseguenza è una rovina senza appello.

Il rapporto col mondo è quindi modellato per Josef Blau sulla certezza di un destino al quale non si può sfuggire e dal quale ci si può solo difendere con una lotta silenziosa e segreta dietro la quale trincerarsi. Perché è per colpa di quel destino invisibile e imponderabile che incombe su di noi, governato da un Dio patrigno e senza volto le cui logiche sono ignote che, senza accorgersene, ci si macchia della colpa: “Si contravveniva a una dura, sconosciuta legge sopra di noi, e si finiva barcollando in un destino. Ci si macchiava di colpe che non si comprendevano, o si comprendevano troppo tardi. Esisteva una spietata violenza. Essa proteggeva la legge e comandava con severità. Dio, il custode della legge, era là, come il professore a scuola, ma avvolto di un segreto opprimente. Egli si annotava il passo che ognuno aveva scelto, ed emetteva il giudizio, che veniva eseguito sul colpevole o sulle persone che questi aveva coinvolto nel proprio destino”.

Se in Kafka la colpa dalle vittime è accettata e se la accollano diventando di fatto complici dei loro carnefici, la colpa, così come raffigurata da Ungar, è invece una terribile condanna, una vera e propria punizione, dalla quale bisogna sfuggire in qualsiasi modo, sebbene ad essa sia pressoché impossibile sfuggire da cui il tremendo significato di questa affermazione: “Incolpevole rimaneva solo ciò ch’era privo di respiro”. Dove è alla vita stessa che occorre sfuggire per sperare di salvarsi. Quindi l’unica cosa che si poteva e si doveva fare era “Eliminare, fin dove possibile, l’inatteso, l’involontario…Se si taceva, se si facevano solo le cose previste, che dovevano essere fatte, si limitava il pericolo”

La colpa per Josef Blau si configura perciò come colpa dell’ “irrevocabile” il cui potenziale distruttivo egli sente in agguato sia dietro ogni suo gesto, sia nei gesti e nei comportamenti altrui, vivendo in una sorta di perenne e sistematica “guerra preventiva” per anticipare ed annullare quelli che egli considera suoi nemici o meglio proietta come tali. E i primi ad apparire sulla scena e ad essere descritti in tale ruolo sono i suoi alunni cioè la sua “classe”. Che egli sottopone a un controllo e a una disciplina basata sull’immobilità cioè sulla riduzione fisica dei gesti e sulla soggezione psicologica convinto com’è che i suoi alunni siano suoi avversari irriducibili che vogliono solo la sua rovina: “Gli sedevano di fronte, in due per banco, e lo guardavano. Sapeva che la rovina sarebbe giunta. Doveva rassegnarsi ad apparire spietato, pur essendo consapevole di non esserlo…La durezza rappresentava un elemento del sistema che egli metteva in atto per cercare di rimandare la fine. Doveva guadagnare tempo. Ogni giorno poteva significare la salvezza…Combatteva con ogni mezzo per mantenere la disciplina. Tutto sarebbe andato perduto, se solo per un attimo si fosse allentata. Smossa la prima pietra, era l’intero edificio a crollare. Sapeva che le macerie l’avrebbero seppellito”

Appare già da questa descrizione tutta la congenita debolezza di Josef Blau, la sua labilità, il suo masochismo nell’andare, come egli stesso riconosce, contro la sua stessa natura, quel costringersi ad essere spietato per sedare le sue paure, imprigionandosi in una anaffettività che è prima di tutto verso se stesso. E la crudeltà che si sprigiona è proprio in questo farsi feroce di Josef Blau senza esserlo e senza esserne effettivamente capace che lo rende vittima di una tragica sofferenza, tutta tenuta e trattenuta dietro quella maschera di finzione che lo rende in realtà vulnerabile e fragile. Lo scarto tra l’apparato illusoriamente repressivo che Josef Blau erge per contenere quella che lui vive come una, in ogni momento, imminente rivolta e la rovinosa condizione psicologica che ciò comporta per lui stesso è descritta magistralmente da Ungar

La sua insicurezza, in presenza di quegli allievi adolescenti figli di famiglie benestanti verso i quali Blau, che è invece di modesta estrazione sociale, prova, tra l’altro, un senso di inferiorità, mette a nudo la sua mancanza di autostima. Blau si sente braccato come un animale selvatico dagli studenti i quali, alla sua esteriore, irrigidita e solitaria autorità, oppongono quella che per lui è la loro silenziosa presa in giro e la loro comune segreta disobbedienza. “Essi se ne stavano là seduti solo esteriormente chini al suo cospetto, solo esteriormente sottomessi…La fissità e l’immobilità esistevano solo sopra i banchi, sotto la superficie c’erano movimento e anarchia. Sotto i banchi il suo sguardo non aveva alcun potere…Che cosa accadeva quando si potevano sottrarre al suo sguardo?”

Nel non detto, nel non lasciarsi mai andare, nel tenere le distanze, nel dire e fare solo le cose che vanno dette e fatte, nella sua ostinata fissità Josef Blau gioca una partita che lo vede perdente perché la sua claustrofobica ricerca di sicurezze si ritorce inesorabilmente contro di lui. Siamo di fronte ad uno dei temi che ricorrono ne “La classe” quello dei rapporti di potere e di dominio e della loro apparente linearità derivante dal ruolo occupato. Il potere di Josef Blau sulla “classe”, basato come esso è su quel suo ordine è in realtà un feticcio che si sgretola tra le sue stesse mani e il pensare che vi sia una stabilità determinata dalle regole formali appare già incrinata.

Quella rivolta, che ovviamente non c’è, è la rappresentazione di una realtà completamente reinterpretata da Josef Blau, nella quale tutto è dominato dalle percezioni e dalle proiezioni, dalle illazioni e dai sospetti, dalle costruzioni mentali e dalle elucubrazioni, insomma da un apparato psichico che invade e penetra l’esistenza, la modella e la determina, si fa il vero agente e il vero motore dell’agire. E questo non solo in quel contesto ma nella molteplicità dei contesti vitali di Josef Blau. Nei quali, così come egli fa nella “classe”, costruisce vissuti persecutori, alimentando fantasmi che non hanno riscontro ma che incontrollati e incontrollabili si formano e si agitano dentro di lui, minando l’equilibrio della sua esistenza ma anche dell’esistenza di chi gli sta intorno.

Come accade nei confronti della bella e affettuosa moglie Selma, da cui aspetta un figlio, ma che di fatto egli imprigiona in un clima di gelo affettivo, roso e ossessionato dal sospetto che lei lo tradisca nonostante le prove anche dolorose della sua fedeltà che ella gli darà. Perché la paura prevalente di Blau è che il destino non solo è governato dal minimo atto, parola o evento casuale, ma che esso è legato alle espressioni apparentemente innocue degli altri, in altre parole che siamo tutti orribilmente legati l’uno all’altro. Da qui quell’ansia spasmodica di tenere tutto e tutti sotto controllo, laddove qualsiasi cosa faccia o dica chi ci sta intorno ricadrà inevitabilmente anche su di noi. Per questo egli si rinchiuderà e si macererà in quel suo cupo difensivismo cercando vanamente di mantenere rapporti di forza a lui favorevoli nel mondo intorno a lui, quel mondo che per Josef Blau sta andando contro di lui.

Ungar evidenzia ed esalta ciò mettendo intorno a Josef Blau una serie di personaggi diametralmente opposti a lui. Dal grottesco e amorale zio Bobek, il cugino del defunto marito della madre di Selma, assiduo frequentatore della casa di Blau, dai modi esuberanti attraverso i quali fa passare e mette a nudo la sua superficiale assenza di scrupoli. Trasfigurato e deformato espressionisticamente attraverso il rapporto morboso con il cibo che egli ha, facendone simbolo di un edonismo ingordo e degradato, tutto materialismo e opportunismo, per niente roso da paure o tormenti. Alla madre di Selma che abita in casa con loro, la quale, nonostante l’età, è ancora protesa a rendersi desiderabile laddove, invece, Josef Blau incapace di qualsiasi libertà prova vergogna per quella sua impudicizia. Infine all’aitante professor Leopold, collega di Josef Blau che teme la naturale seduttività che Leopold emana, convinto per questo che Selma sia già caduta fra le sue braccia, all’oscuro da lui. Anche perché Josef Blau si sente inadeguato come uomo, virilmente inetto, soggetto insomma ad un’ennesima inferiorità.

E in un intreccio, coerente a quella visione che vede i destini di tutti intrecciati, Josef Blau è ossessionato dall’idea che anche i suoi studenti possono avvicinare Selma e si facciano delle fantasie su di lei. Avvicinare Selma per attaccarlo, per attuare non solo a scuola, ma anche all’esterno di essa quella loro strategia dell’odio: “I ragazzi erano spinti contro di lui dall’odio. L’odio avrebbe fatto loro superare ogni ostacolo”. Ed è in ragione di questa lotta lacerante che Josef Blau conduce contro quei mostri che egli stesso genera, convinto com’è che il destino “mette gli uomini uno contro l’altro”, che entra in scena la figura essa si realmente inquietante e perversa di Modlizki, il servo Modlizki, di Josef Blau suo antico amico di infanzia. Il quale, algido manipolatore delle vite altrui, trae proprio dalla sua sudditanza di servo la sua forza. In un’ inversione del dominio che ribalta ruoli e gerarchie laddove il servire si fa paravento per attuare la propria astuzia esistenziale, una tecnica di occultamento che è un modo di dominare attraverso il servire.

Modlizki è per Josef Blau l’anello di congiunzione tra quei due mondi, quello della scuola e quello ad essa esterno, analogamente per lui forieri di pericoli e, per quella prerogativa che Modlizki ha, Josef Blau lo vede come un aiuto, l’unico a cui aggrapparsi: “Non sapeva dove avrebbe avuto inizio l’orrore…Il contatto di quei due mondi avrebbe aumentato il pericolo, avrebbe accentuato la catastrofe…Egli era consapevole del fatto che si stava aggrappando a dei fili di paglia, se cercava di combattere contro il proprio destino. Ma non vi erano altro che fili di paglia, contro la legge che gli si volgeva contro nella sua crudele durezza”. Modlizki vive a contatto con i ragazzi frequentandoli in quanto impiegato come servitore di una famiglia di quello stesso ambiente altolocato a cui i ragazzi appartengono. E di quei ragazzi ne è confidente e consigliere, accompagnandoli e assecondandoli nei segreti delle loro vite, quei segreti di cui Josef Blau vuole impossessarsi convinto com’è che in essi si annidino quegli intenti ostili che i ragazzi covano contro di lui: “Voleva andare a trovare Modlizki, per far si che questi penetrasse i piani dei ragazzi e glieli svelasse. Il pericolo che da essi giungeva era il più presente e il più immediato”

Vi è in Josef Blau un disperato dibattersi nel cercare di mantenere dentro di lui e intorno a lui un’unità e una compattezza di cui percepisce il disarticolarsi e l’incrinarsi in modo lacerante. Egli accusa angosciosamente l’avanzare del disordine intorno a sé e cerca di contrapporvisi in un’estrema affermazione di sé che in realtà ne esaspera le paure ai limiti della psicosi e della paranoia. Modlizki invece nel suo freddo e lucido distacco osserva lo sfaldarsi del mondo assecondandolo, non avendo nulla da perdere laddove la sovversione del mondo gli conferisce un potere e un ruolo che diversamente il mondo così com’è non gli dà. Potendosi in tal modo vendicare di quei torti sin dall’infanzia subiti che lo hanno lasciato in quella condizione subalterna dalla quale a Josef Blau, che con Modlizki ha condiviso quelle umili origini, è stato concesso invece sollevarsi.

Modlizki usa la costrizione e l’ inappariscenza derivante dal servire a suo vantaggio, si fa egli stesso padrone, sia della vita di Josef Blau che delle vite di quei ragazzi, in altre parole Modlizki è il servo che soppianta i padroni e si appropria delle loro vite: “Modlizki odiava l’ordine, ch’era considerato buono e giusto, i fanciulli ai quali compiaceva, il signore che serviva, ma lui Josef Blau…ed ogni cosa che avesse a che fare con Josef Blau, la odiava in modo particolare. Modlizki voleva distruggere. Il fatto che fosse limitato, privo di istruzione e pieno di idee confuse, non era motivo per non inquietarsi. Perché c’era pure un ordine in tutto quello che diceva, un ordine che confondeva e metteva paura.”

In Modlizki vi è un rancore insanabile verso Josef Blau per quello che secondo lui fu un torto subito quando erano ancora ragazzi, che rappresentò, per lui, il tradimento della loro amicizia. E, facendo tutt’ora pesare quel torto, costringe ancor più Josef Blau a sottomettersi: “Certo, lasciava che Josef Blau continuasse a venire da lui,…ma Modlizki non vuole alcuna riconciliazione, non vuole smettere di odiare”. E, nell’alimentare il senso di colpa in Josef Blau, Modlizki agisce il suo potere e insieme la sua vendetta e cioè, non contemplando il perdono, si fa giudice implacabile che impone la sua sentenza, costringendo Josef Blau ad una sorta di eterna espiazione. Ma mentre Modlizki con quel suo penetrare nelle vite degli altri opera la sua rivalsa, rifacendosi, a suo modo, su chi lo ha lasciato nelle bassure del mondo, Josef Blau, che pure ha avuto la possibilità di accedere a una legittimazione sociale, di quelle sue origini, che sono il nucleo originario dei suoi complessi di inferiorità, non riesce a liberarsi. In altre parole se Modlizki è mosso da una pulsione distruttiva, in Josef Blau è una pulsione autodistruttiva che agisce e lo espone a un caos che è dentro e fuori di lui. Che è in quel suo dover navigare a vista nella sua interiorità, nell’estraneità di quel mondo intorno a lui che lo disarma, nella aleatorietà di quel ruolo sociale in cui aleggiano la beffa e l’irrisione.

Ma un’altra delle paure che incombono su Josef Blau è quella relativa a come il meccanismo insondabile e inarrestabile della colpa si potrà riversare sul figlio, potendosi scaricare sul nascituro: “l’incolpevole”, le colpe di chi lo aveva generato. Al punto che in Josef Blau vi era stato sin lì il presagio funesto che la vendetta del destino avrebbe potuto far si “che il bambino uscisse mutilato dal corpo della madre”. Josef Blau è quindi terrorizzato che il mondo trasferisca sui figli le colpe dei genitori abbandonandoli poi alla propria solitudine e che quindi le sue colpe e la sua debolezza dovrà essere fatalmente scontata dal figlio. Ma il bambino nascerà sano e Josef Blau verrà attraversato dal pensiero della responsabilità che gli susciterà un istintivo senso di protezione: “Il padre non cesserà di combattere per lui, perché sul figlio non si abbatta un destino che il padre, la madre hanno provocato o anche solo messo in moto con una parola, un passo.”

Ma quando la realtà esterna comincia ad apparire a Josef Blau meno cupa di quanto la sua realtà interna è solita immaginarsela piomba su di lui quella che appare un’ennesima dimostrazione della crudeltà di un destino estraneo a qualsiasi speranza. Ungar mette in scena un intreccio perverso la cui mostruosità contiene tutte le paure che assillano Josef Blau in relazione a la “classe” e, nel contempo, sancisce la natura di suscitatore di odio di Modlizki, facendone il mefistofelico burattinaio di quell’intreccio nel quale coinvolge tutti anche quei ragazzi che a lui si affidano ignari.

Modlizki farà credere con l’inganno a Blau, oltretutto utilizzando a tal fine e in modo bieco Selma, ingannando anche lei, che i suoi studenti stanno tramando contro di lui, facendogli apparire lo spettro di essere ormai esposto all’ umiliazione di trovarsi alla loro mercé, avendo essi il mezzo – fa sapere Modlizki a Blau tramite Selma – per poter fare ciò; cosa assolutamente non vera e di cui i diretti interessati sono all’oscuro. Al tempo stesso fa in modo che gli studenti, a loro volta, siano sottoposti al possibile ricatto di Josef Blau, architettando affinché siano visti da Blau mentre escono dal bordello – presso il quale Modlizki stesso li ha accompagnati e di fronte al quale ha fatto venire apposta Blau – cosa che li disonorerebbe gravemente di fronte alle loro famiglie se si venisse a sapere, finendo pertanto per creare tra Blau e la “classe” un vero e proprio doppio legame basato sulla reciproca ritorsione e quindi legando il destino dell’uno a quello degli altri. Agendo su quella familiarità che egli ha con Blau e con i ragazzi Modlizki alimenta le paure di entrambi e, di conseguenza, le relative fragilità. E infatti Laub, uno degli studenti di Blau, coinvolto nell’infernale piano di Modlizki, si suiciderà per la colpa che prova e nella quale sprofonda e Blau non appena lo saprà sarà investito a sua volta da un senso di colpa che lo annichilirà sentendosi, per come le vicende si erano svolte, responsabile di quella morte.

Blau assiste quindi in sé e intorno a sé alla definitiva degradazione dell’ordine e all’ affermazione di un caos di cui sono vittime alla stesso modo lui e la “classe” che si rivela qual essa è e cioè altrettanto debole e vulnerabile quanto lo è Josef Blau. Entrambi “incolpevoli” ed entrambi vittime dei loro sensi di colpa, divenendo in tal senso “La classe” un romanzo sulla fragilità e sulla debolezza degli “innocenti”, di coloro che pagano per colpe non loro. Ma Blau pur arrivando a comprenderlo – “Era innocente, non aveva ucciso Laub. Era stato Modlizki ad averne voluto la morte, egli li conduceva alla morte, tutti erano in pericolo…non potevano sottrarsi, bisognava liberarli. Modlizki era colpevole” – tuttavia non ha ancora consapevolezza dell’ odiosa macchinazione di Modlizki e pur di fronte a “a quella grande chiarezza” sul dove effettivamente stia la colpa, si vede inesorabilmente destinato a sprofondare perché impotente di fronte a ciò che è accaduto. Egli si rende conto che ormai nulla è più come prima e si tormenterà in un mare di interrogativi e di interrogazioni che lo stordiranno conducendolo alle soglie dell’ottenebramento: “…che cosa rimaneva a colui che aveva capito…Rimaneva, a colui che l’aveva capito, qualcos’altro che la fine, la morte? Si poteva poi capire questa cosa, senza morire di questo sapere?”

Ma quando scoprirà il il terribile inganno di cui è stato vittima e uscirà da quell’abisso in cui è piombato Blau sarà comunque un uomo svuotato e rientrato in “classe” non sarà più quello di prima ma neanche qualcos’altro. Ora si è alla mercé della “classe” perché non può opporle alcunché: “Che accadesse pure quello che era stato provocato. Che riconoscessero pure, gli scolari, quello che già avvertivano, che erano i più forti, i vincitori. Che lui non si sarebbe più messo in mezzo, che non avrebbe provocato cose nuove, non sarebbe più stato loro di fronte per costringerli con ogni possibile sforzo, per tenerli nella fissità e nella lontananza”

Josef Blau adesso è totalmente disarmato e indifeso e in un parossismo persecutorio Modlizki infierirà su di lui, manipolando la “classe” in modo tale da fargli subire degradanti umiliazioni in un gioco al massacro che si farà per Josef Blau sempre più spietato. La spirale del dolore che attraverserà sarà per lui una inesorabile spoliazione priva di qualsiasi salvezza nella quale egli giunge a pensarsi destinato solo ad eclissarsi nel mondo. Ma nel momento in cui comprende di essere quella vittima sacrificale che è divenuto decide di affrontare Modlizki in un drammatico testa a testa in cui Modlizki, nella sua consueta impassibilità, teorizzerà come fine ultimo del suo agire e del suo esistere proprio quel “disordine e disperazione” in cui Josef Blau è piombato.

Ma che sarà proprio ciò che salverà Josef Blau. Perché quel “disordine e disperazione” è lo stesso in cui Blau scopre che Modlizki ha gettato l’alunno Karpel, il leader della “classe”, colui in cui Blau “avvertiva che era riunita e si moltiplicava l’inimicizia degli scolari contro di lui”. Modlizki gli racconta che ha irretito Karpel in un rapporto omosessuale e adesso Karpel sta meditando il suicidio per la vergogna. E quando Blau corre da Karpel, terrorizzato all’idea di essere involontario complice di un altro suicidio, e così facendo salverà Karpel, in realtà salverà se stesso.

In esistenze solo e sempre segnate dalla disumanità l’incontro con Karpel svelerà a Josef Blau la possibilità di esseri umani. Un’umanità che scoprirà in Karpel e che scoprirà in se stesso fino a viverne tutta la più intima commozione. Liberando Karpel dalle sue paure libererà anche se stesso e ritroverà quel senso della responsabilità e quell’istinto protettivo che aveva provato per suo figlio. E questo riconoscimento e questa accettazione interromperà la spirale delle colpe e porterà Josef Blau a concepire che se c’è un destino c’è per comprendere tutto questo. Una riconciliazione con se stesso che consentirà a Josef Blau di riconciliarsi col mondo e di farvi di nuovo ingresso.

“La classe” è un romanzo che impressiona per la quantità e la diversità di volti che vi sono al suo interno. Un romanzo che commuove e spaventa in cui convivono candore e orrore, pietà e ferocia, tragico e grottesco. Un romanzo dotato di una visionarietà estrema, che ha la libertà di azzardare scenari radicali, ipotesi dissacranti, deformazioni capaci di esplorare lati reconditi dell’esistenza. Uno dei grandi romanzi del ‘900 sull’uomo solo di fronte alle sue paure che è – come ha affermato Thomas Mann – “ nella visione e nella scrittura, espressione di quella colta originarietà che siamo soliti definire arte”

9 risposte a "“La classe” – Hermann Ungar – Seconda parte"

  1. Alessandra 16 febbraio 2018 / 19:49

    Interessante questo autore, mi piace come inquadra nel romanzo questi meccanismi di inadeguatezza e prevaricazione. Che poi è proprio così, sono le persone più insicure e carenti di autostima quelle che spesso ostentano atteggiamenti molto rigidi e intransigenti, nell’ansia appunto di camuffare tali debolezze. La Storia è piena di esempi, in tal senso, e anche nel quotidiano capita di avere a che fare con persone di questo tipo, anche se su scala ridotta. Sempre approfondite le tue analisi, complimenti.

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    • ilcollezionistadiletture 17 febbraio 2018 / 7:13

      Grazie Alessandra per i tuoi sempre generosi apprezzamenti che ripagano e gratificano. Sono molto contento che ti siano piaciuti i temi e lo stile di Ungar che, come hai osservato, mette a nudo meccanismi e vissuti che fanno parte della nostra condizione e della nostra esistenza. E la forza e la radicalità della scrittura di Ungar li inquadra e li illumina in modo netto. Rivelandoli con una ricchezza di risvolti incredibile che solo leggendolo si possono apprezzare. La capacità di rendere i tormenti e i conflitti che si annidano dietro le apparenze e gli squarci nell’animo umano così come descritti da Ungar sono grande letteratura che lascia il segno.
      Grazie ancora e un carissimo saluto
      Raffaele

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  2. Elena Grammann 18 febbraio 2018 / 9:10

    Ciao Raffaele, ero incuriosita da questo autore che non conosco e aspettavo la seconda parte per farmene un’idea più concreta.
    Mi ha colpito, della tua bella e sentita analisi, lo sforzo angosciante di Joseph Blau (un’allusione, nel cognome, al temperamento plumbeo-saturnino?) per eliminare dalla sua esistenza ogni spontaneità: il rifiuto radicale dell’equazione vita=spontaneità proprio perché la spontaneità, sottraendosi al controllo e alla pianificazione, aprirebbe la porta all’incontrollato che può portare soltanto distruzione e annichilimento. È interessante, come fai notare, che il “nemico” (=l’incontrollato) non sia solo esterno, ma si annidi in ogni movimento dell’io che sfugga a una precisa e ragionata pianificazione: attraverso un gesto o una parola non stretti nel corsetto del controllo può farsi strada l’ “irrevocabile”, può far breccia il destino che non è altro, a quel che capisco, che la palese ostensione e l’oggettivazione della propria debolezza. La lotta sfibrante di Joseph Blau è una lotta dell’individuo contro tutto ciò che non è lui: contro l’Essere che assume qui, direi, marcati tratti del Dio veterotestamentario, privato però di ogni traccia di compassione.
    La preeminenza, praticata da Blau, della riflessione parossistica sulla vita ha come risultato necessario l’immobilismo, che infatti è l’obiettivo perseguito da Blau. Un immobilismo che egli vive però anche dolorosamente, mi pare, come paralisi che, come risulta dalla tua presentazione, si risolve soltanto quando egli accetta un qualche tipo di “scambio” con l’esterno.
    Sarebbe interessante (ma non lo farò io, per me sono testi troppo angoscianti!) un confronto fra lo psicologismo di Ungar e quello di Tozzi. Gli anni sono quelli…
    Grazie per la bella presentazione che mi ha fatto conoscere un autore nuovo e a presto.

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    • ilcollezionistadiletture 18 febbraio 2018 / 18:25

      Sulla non spontaneità di Blau.
      La mancanza di spontaneità di Josef Blau che – come hai osservato – lo connota è tuttavia per Blau fonte di sofferenza. Egli non la vive con il freddo raziocinio di Modlizki che non è, neanche lui, spontaneo ma che, a differenza di Blau, è uno spietato calcolatore e un assoluto padrone del suo Io. Blau invece è esposto ad una tensione emotiva fortissima e la sua non spontaneità dietro la quale illusoriamente si nasconde in realtà non lo protegge, rimanendo esposto ai sussulti delle sue paure per quell’ “incontrollato” che può arrivare da qualsiasi parte. Tanto che a Selma dirà angosciato di non parlare per nessun motivo del bambino finché non è nato perché il solo parlarne non si sa che cosa può provocare.
      Tutto questo per dire che se è vero che in Josef Blau la sua non spontaneità lo paralizza tuttavia egli ne è la prima vittima. Blau non ha una natura contrassegnata dal Male, non ha una reale capacità di sopraffazione come Modlizki, è un autoritario senza autoritarismo e questo lo rende, se pur tragicamente, profondamente umano cosa che in effetti alla fine riuscirà ad essere. Egli è capace insomma di provare empatia per l’altro, la prova a suo modo per Selma, per suo figlio, per Karpel, e quando lo studente Laub si suicida per Blau sarà veramente un dramma. (Per inciso la questione se il cognome Blau possa essere un’allusione al temperamento plumbeo-saturnino non lo so, anche se ci potrebbe stare. E’ comunque collegato a Laub, perché Laub è Blau con la B di Blau spostata in fondo che appunto diventa Laub. Nel romanzo questa cosa viene detta e fatta notare a Blau il quale la vivrà come un ulteriore segno di un destino a lui avverso).
      Sull’atteggiamento verso il destino
      Non essendo padroni del nostro destino e non potendolo determinare dice Blau (che è poi il pensiero di Ungar) siamo oggettivamente e assolutamente deboli. La questione non è se questo sia vero il che lo è ovviamente ma la questione è l’atteggiamento da assumere di fronte a tale verità. E nel caso di Blau il suo atteggiamento è autodistruttivo. La sua debolezza non è quella ontologica dell’uomo che consapevolmente accetta e convive con questa condizione, ma è quella di colui che si sente già sopraffatto dal destino prima ancora che questi si manifesti. Blau si autodeclassa esistenzialmente e sceglie di pietrificarsi e di pietrificare tutti quelli che ha intorno per impedire che un qualsiasi destino si manifesti perché potendo essere avverso è meglio ridurre i gesti della vita, anzi sarebbe meglio non vivere per niente. La debolezza di Blau è quindi nel suo atteggiamento verso il destino.
      Sulla figura di Dio all’interno del romanzo
      Sicuramente quel Dio che Ungar tramite Blau evoca all’inizio: “… Dio, il custode della legge, era là, come il professore a scuola, ma avvolto di un segreto opprimente. Egli si annotava il passo che ognuno aveva scelto, ed emetteva il giudizio, che veniva eseguito sul colpevole o sulle persone che questi aveva coinvolto nel proprio destino”, ha – come hai acutamente osservato – le caratteristiche del Dio del Vecchio Testamento che mostrava la sua giustizia con la punizione, questo perché non aveva ancora inviato il Figlio il quale non essendo ancora arrivato non aveva potuto salvare il mondo e quindi ogni trasgressione contro Dio non poteva essere perdonata ma andava punita. E che le cose stiano proprio così all’interno del romanzo lo si intuisce dal fatto che alla fine quando Blau salva Karpel e vi è una sorta di perdono reciproco anche molto toccante, Blau evoca di nuovo il nome di Dio ma questa volta è tutt’altro Dio. Non più quello patrigno di prima ma un Dio protettivo e soprattutto con accanto il Figlio, ti riporto il relativo passo in cui Blau dice a Karpel: “Io credo a Dio, il padre, l’onnipotente, il creatore del cielo e della terra e a Gesu’ Cristo, suo figlio unigenito, nostro signore…io credo al perdono dei peccati…” Il che ci dà un ulteriore elemento (grazie di avermi indotto a notarlo) sulla “svolta” di Blau e sul suo diverso atteggiamento che non è da leggere secondo me in chiave sacra quanto di una comprensione che le cose sono più complesse di quello che sembra e che quello che accade, anche in negativo, rientra in un disegno più grande che comunque ci sfugge, e che il “senso”sta proprio nel comprendere questo. Dice infatti poco dopo Blau a Karpel: “Noi tutti siamo scolari, una grande classe, e vediamo solo la difficoltà del compito odierno, ma non sappiamo cogliere il grande disegno del programma…Per quanto le possa essere accaduto, non è accaduto invano, forse per renderla più grande o più debole, più povero o più ricco, ma più in grado di capire e di vedere di quanto non fosse prima”.
      Grazie quindi di avermi fatto tirare fuori ancora cose da questo romanzo e sono convinto che ulteriori letture e approcci ne susciterebbero sicuramente ancora altre.
      In questo senso non saprei dire di eventuali collegamenti e nessi fra il psicologismo di Ungar e quello di Tozzi non avendo letto niente di Tozzi,ve ne sono invece e moltissimi tra Ungar e Dostoevskij sia per ciò che riguarda i personaggi sia per le atmosfere, e questo si percepisce davvero tanto. Ma questo l’hanno già detto, molto prima di me, altri autorevolissimi lettori di Ungar.
      Grazie per gli apprezzamenti e un sempre carissimo saluto.
      Raffaele

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  3. viducoli 25 febbraio 2018 / 17:53

    Ciao Raffaele.
    Bellissime e utilissime come sempre le tue recensioni.
    Di Ungar posseggo orgogliosamente La classe e Il viaggio di Colbert in vecchie, belle edizioni L’editore che recano in copertina rispettivamente Egon Schiele e Edvard Munch (non lo scontato L’urlo, però), a sottolineare il legame del nostro con l’espressionismo; ho anche Ragazzi e assassini e I mutilati nelle edizioni cui si riferisce Lilicka.
    I primi due libri li lessi anni fa e ricordo che anche io pensai ad un autore di prima gradezza: dopo questo tuo saggio in due tempi, è ora di riprenderli in mano!
    Forse si potrebbe attribuire a Dragoval e ai suoi Astersimi il compito di confrontare La classe con Il professor Unrat, così da chiudere il cerchio tra Ungar e i Mann.
    A presto
    V.

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    • ilcollezionistadiletture 26 febbraio 2018 / 7:43

      Grazie Vittorio,
      della graditissima visita e della paziente lettura che mi hai dedicato. E grazie, naturalmente, per gli apprezzamenti.
      Complimenti per la splendida e praticamente completa “collezione” delle opere di Ungar che possiedi, tra l’altro in edizioni oltre che belle anche pressoché introvabili.
      Io ho solo “La classe” e “I mutilati” nelle edizioni recenti della “Silvy edizioni”.
      Si, Ungar ha uno spessore e una capacità di rendere ciò che racconta che solo la lettura diretta può far comprendere ed apprezzare quindi, quando potrai, leggilo perché la sua è un’altissima letteratura.
      E poi un aspetto che mi è venuto in mente, leggendo nel tuo post il riferimento ai quadri riportati nelle copertine delle edizioni che hai tu, è che Ungar per il modo in cui sviluppa la sua narrazione è, a sua volta, un grande costruttore di quadri narrativi che poi, per lo stile, hanno una forte impronta espressionista.
      E la scelta degli editori di mettere in copertina riproduzioni di quadri di grandi pittori espressionisti (anche nelle copertine della “Silvy” sono riprodotti opere, rispettivamente di Schiele ne “La classe” e di Styrsky ne “I mutilati”) rende bene sia le trasfigurazioni espressioniste presenti nello stile di Ungar ma anche quella sua capacità di creare “scene” molto forti – appunto come dei quadri – dotate di una loro autonomia narrativa.
      Si, con “Il professor Unrat” (L’angelo azzurro), ci sono alcune analogie che potrebbero essere approfondite anche se “La classe” ha, secondo me, una profondità e una originalità più brucianti.
      Un grazie ancora e un carissimo saluto.
      Raffaele

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    • ilcollezionistadiletture 26 febbraio 2018 / 8:11

      Ovviamente , avendolo tu già letto e quindi conoscendone e riconoscendone il valore come hai ben detto nel tuo post, il mio invito, contenuto nell’auspicarti di leggerlo, è per apprezzarlo e goderne ulteriormente, così come le seconde letture di solito offrono, o con riferimento alla lettura delle sue opere non ancora lette.
      Buona lettura allora e ancora un carissimo ciao.
      Raffaele

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  4. Federica 20 maggio 2018 / 8:41

    Ciao Raffaele. Il libro mi ha incuriosito e lo sto leggendo proprio adesso. Grazie per avermelo fatto conoscere e ottima recensione, come sempre.

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